What’s wrong, my dear England?

La crisi inglese dagli occhi di un professionista correggese

Un cespo di lattuga. Un’immagine divenuta ironicamente il simbolo della crisi economica e politica del Regno Unito, la quinta economia del mondo. Nel settembre del 2022 il tabloid Daily Star scommise che il governo della conservatrice Liz Truss sarebbe durato meno dell’insalata, centrando clamorosamente il pronostico: la premier si dimise dopo meno di sei settimane.

In Italia si parla poco del Regno Unito, complice anche una situazione internazionale a dir poco esplosiva. Ho così contattato il mio caro amico Daniele Roversi, fotografo correggese residente a Londra, per avere un quadro più accurato della situazione. Si è trasferito per ragioni di studio nel 2011, perseguendo la sua passione all’Università. «In Italia non esisteva un corso di studi simile. Parlavo solo inglese e all’epoca le tasse universitarie erano equivalenti per gli inglesi ed i cittadini europei. Altre destinazioni come Stati Uniti e Canada erano fuori dal mio bugdet, così ho fatto le valigie e sono partito per Londra. Il corso di Laurea in “Contemporary media practices” mi aveva attratto per l’imprinting molto anglosassone: un terzo teoria, due terzi pratica. Sono molto soddisfatto della scelta, la rifarei. L’approccio pratico era premiato dalla qualità delle facilities, le infrastrutture, ricche di attrezzature molto avanzate e costose, che difficilmente troveremmo in Italia. Ci tengo a dire che noi italiani eravamo sempre i migliori della classe: grazie alle conoscenze acquisite nei nostri licei, eravamo preparati e forti di un pensiero critico più sviluppato di quello dei nostri colleghi inglesi. All’epoca non avrei pensato di stabilirmi in Inghilterra: contavo di laurearmi e lavorare qui per un periodo, in modo da crearmi un portfolio professionale, per poi riportare il bagaglio di conoscenze in Italia e costruire lì il mio vero percorso. Ho incontrato le persone giuste nel momento giusto e sono rimasto qui. Nel giro di sei mesi dalla laurea ero già economicamente autosufficiente grazie al mio lavoro. Uno dei motivi per cui mi sono trasferito in UK è che lavorare era molto facile. Mi sono registrato come partita IVA in mezz’ora attraverso un portale immediato e funzionale, senza aver bisogno di un commercialista o un avvocato».

Tutto sembrava andare per il verso giusto, poi è arrivato il referendum sulla Brexit ed è successo il finimondo. «Si parlava di uscire o rimanere ma non a che condizioni, un grande inganno. Mi resi presto conto di non poter votare, io come i tre milioni di europei residenti in UK, cosa che ritenni molto ingiusta perché era in gioco il mio futuro. Io e la mia fidanzata Matilda, inglese, eravamo moderatamente fiduciosi che il remain vincesse: rimanemmo svegli tutta la notte a vedere lo spoglio. Alle cinque del mattino andammo a letto, molto tristemente, sapendo che ci saremmo svegliati fuori dall’Europa».

L’impatto sull’economia non è stato immediato, ma quello sociale fu chiaro da subito. «Poco dopo il referendum feci alcuni lavori in giro per il Paese, anche in zone rurali, dove viveva un’alta percentuale di leavers. La gente riconosceva il mio accento straniero e mi guardava con sospetto. Mi sono davvero sentito un immigrato, un cittadino di serie B, una sensazione mai provata prima». I veri effetti della Brexit sono arrivati dopo. L’inflazione era già aumentata, ma poi è esplosa con l’arrivo della pandemia. «C’era bisogno di un import massiccio di beni come mascherine, farmaci e cibo. Mancavano uova, carne, latte, verdure, carta igienica. Gli scaffali erano vuoti. E io vivo in centro a Londra, non oso immaginare la situazione nelle campagne. Un giorno ho dovuto girare cinque supermercati per trovare delle patate».

Il problema è anche politico. I conservatori governano da quasi quindici anni, più che altro perché considerati gli unici con la volontà necessaria per concludere il negoziato sulla Brexit, che si è rivelato però un fallimento su tutta la linea. «Durante il Covid il governo ha speso tantissimo per supportare i lavoratori, sia dipendenti che freelancer come me. Questo però ha aumentato tantissimo l’inflazione e il debito, portando i conti pubblici al collasso. Brexit e Covid sono arrivati simultaneamente, creando una tempesta perfetta. Il divario fra ricchi e poveri è divenuto enorme. Molte famiglie non possono permettersi di far mangiare i bambini alla mensa scolastica. I costi delle utenze sono diventati insostenibili. La guerra in Ucraina non c’entra: gli approvvigionamenti energetici del Regno Unito vengono prevalentemente dalla Norvegia. C’è stata una speculazione enorme: compagnie come la Shell hanno fatto extraprofitti per miliardi di sterline, mentre la gente moriva letteralmente di freddo in casa. Io stesso, che faccio parte della “classe media”, non ho quasi mai scaldato la casa lo scorso inverno perché non potevo permettermelo. Dipendenti pubblici come medici, infermieri, doganieri ed insegnanti sono perennemente in sciopero perché gli stipendi sono congelati ed il costo della vita è diventato intollerabile».

Non posso non chiudere questa chiacchierata con una domanda sul suo futuro e su quello del Paese. «Nel 2020 avevo valutato un’altra esperienza all’estero, alla luce della Brexit e della mala gestione della pandemia, poi ho cambiato idea. Ora sento la volontà di tornare a Correggio. È vero, il mio network è molto internazionale, ma conosco bene come funzionano le cose in Emilia e penso di poter ricostruire la mia vita lì, traducendo ed espandendo i miei contatti e la mia professione. Trasferirmi a Milano o a Roma sarebbe comunque destabilizzante, perché dovrei davvero ricostruire tutto da capo. Avere figli a Londra è qualcosa che non riesco a concepire, sia sul piano pratico che su quello finanziario. Fare un mutuo da mezzo milione di sterline per comprare una casa è una prospettiva folle. Una strada percorribile è quella di prendere la cittadinanza inglese, visto che ormai ho i requisiti per farlo. Il doppio passaporto mi permetterebbe di continuare a lavorare per alcuni periodi dell’anno anche qui. Allo stato dell’arte, considero la qualità della vita in Italia decisamente superiore a quella del Regno Unito. Anche se i laburisti dovessero vincere le elezioni del 2024, come dicono i sondaggi, ci vorranno molti anni prima che queste problematiche vengano risolte. La Brexit è irreversibile, almeno per un paio di generazioni. Molti di quelli che hanno votato leave se ne sono pentiti, ma ormai il danno è fatto».

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