Voglia di dialetto

Il sapere antico della nonna e la cultura popolare oggi

“Quando il morto piange, è segno che è in via di guarigione” disse solennemente il Corvo. “Mi duole contraddire il mio illustre amico e collega – soggiunse la Civetta – ma per me, quando il morto piange, è segno che gli dispiace di morire”. Così sentenziarono gli improbabili medici al capezzale di Pinocchio.
Ebbene, le stesse bizzarre considerazioni potrebbero essere espresse anche per il nostro dialetto.
La Linguistica afferma che la vitalità di una lingua dipende dal numero dei parlanti; ne consegue che i dialetti, parlati da un numero sempre più esiguo di persone, si trovano in gravi condizione di salute.
D’altra parte, la gente adora il dialetto.
In occasione delle prime commedie dialettali al Teatro Asioli, le file per acquistare i biglietti erano interminabili e, durante la rappresentazione, gli spettatori erano letteralmente entusiasti: ridevano “da morire”, per riprendere il parallelismo.
Anche nel nostro giornale compare una rubrica di cultura popolare a cura di Luciano Pantaleoni, molto rappresentativa di questa “voglia di dialetto”. Nel numero di Ottobre, l’autore presenta il suo ultimo libro, “Pela ed bésa”: il volume analizza il perchè della nascita e del perdurare delle credenze popolari, servite come mezzo di diffusione dell’oralità e del dialetto, lingua madre della gente fino a buona parte del 1900. Molto opportunamente, presentando il supplemento del suo libro denominato “credenze ironiche”, passa dal tempo presente all’imperfetto, affermando che queste credenze “avevano finalità filosofico-educative con le quali curare la mente e lo spirito”.
Chiedo a Luciano se questa voglia di dialetto e di cultura popolare non sia piuttosto voglia di “passato”, di un passato semplice e leggibile, percepito come pulito e invidiabile.
Comincia così una breve intervista che Luciano cortesemente mi concede.

Questa voglia di dialetto non è piuttosto voglia di passato?
«Per me la voglia di dialetto non è una nostalgica voglia di passato, dei tempi allegri e belli in cui a s’salteva i fos a la lunga. Ho fatto in tempo a conoscere la fatica e i sacrifici di quegli anni. Ho dormito, seppure temporaneamente, in un letto singolo in due persone un ed cò a ch’l’eter (uno all’inverso dell’altro) ed eravamo in quattro in una camera. Prima di venire in città, a Correggio, eravamo casant (inquilini senza terra) e i vecchi svolgevano lavori in campagna pagati a ore.
A gh’era ed la filuma… c’era della miseria…
Nessuna nostalgia. Trovo anzi stucchevole il racconto del passato in cui ci si dimenticano le enormi sofferenze e si ricordano solamente i piacevoli filos in compagnia. Spesso questa narrativa censura gli aspetti sgradevoli, usa termini edulcorati e si dimentica la realtà delle cose.»

Perché ti occupi di dialetto e di cultura popolare?
«Sono cresciuto in una famiglia di 12 persone dove vi erano quattro anziani che parlavano solamente dialetto. Per noi era la “lingua ufficiale” con la quale si conversava e si discuteva durante il giorno o nei pranzi e le cene. Nella mia famiglia era normale così.
Era il nostro mondo e quel mondo si poteva raccontare solamente con quella lingua.
Mi interessa poco se si perde o se si trasforma qualche parola, mi dispiace invece se perdiamo la cultura che veniva trasmessa con quelle parole, una saggezza per me preziosa.
Mia nonna mi ha fornito il “sapere antico” che mi ha permesso di affrontare il mondo e di avere gli antidoti per superare i momenti di difficoltà.
A volte rimango esterrefatto di fronte alle violenze e ai delitti passionali, queste persone non hanno mai avuto una nonna come la mia. Lei mi diceva sempre:
Mort un pepa a s’in fa n’eter
pers un caioun a s’in cata n’eter.
Di chi non c’è si fa senza
chi ti lascia è un coglione che non merita le tue attenzioni.
Purtroppo questa saggezza non è stata tramandata.
Non è solo conservazione, è buon senso, ironia….»

Cosa è oggi cultura popolare?
«Quando parlo di cultura popolare penso alla cultura orale che veniva trasmessa nel Novecento da quelle che erano definite “classi subalterne”. Un insieme di favole, modi di dire, filastrocche, canzoni… Ancora oggi credo che queste possano essere considerate le “radici” della cultura popolare emiliana che ha sue peculiarità e una sua identità. Le profonde trasformazioni sociali, economiche e mediatiche degli ultimi cinquant’anni hanno completamente mutato le “classi sociali” e anche i riferimenti culturali. La cultura popolare trasmessa attraverso il dialetto è sempre meno conosciuta. Usando un termine diverso potremmo parlare di folklore (sapere del popolo) ma subito dopo dovremmo, anche in questo caso, chiederci chi sia il “popolo” al giorno d’oggi e quale sia il “sapere condiviso”.»

La tua rubrica è un genere letterario fortunato perché semplice e divertente?
«La rubrica che curo è inserita all’interno di un mensile e ha uno spazio e un numero di battute ben definito. Sono articoli, non possono essere saggi. Si rivolge ad un pubblico eterogeneo che a volte non conosce nemmeno il dialetto e quindi deve essere per forza “divulgativa”.
Gli approfondimenti li sviluppo nei libri che ogni tanto pubblico. Ho scelto la formula narrativa con un continuo intercalare tra riflessioni in italiano e modi di dire o testi in dialetto. Mi pare che in questo modo il racconto diventi più comprensibile, piacevole da leggere e se riesco ad essere anche divertente… lo considero un buon risultato.»

Perché la gente adora il dialetto al di là di ogni ragionevole spiegazione?
«Nel mondo dello spettacolo vi è stata una radicalizzazione dei generi. Il Teatro propone spettacoli sempre più seri e impegnati, il Cinema è molto orientato sui fantasy, la Televisione sviluppa canali tematici suddivisi per interessi o fasce di utenti (reti per ragazzi, per donne, per sportivi…).
Gli spettacoli dialettali hanno scelto invece il genere comico, e le persone passano due ore divertendosi con un costo contenuto. E la vita ha bisogno anche di leggerezza e… saggezza.»

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