Vivere la Pasqua è combattere la possibilità del male

Padre Luciano Manicardi è originario di Campagnola E., dove è nato nel 1957. Dopo il Liceo Corso di Correggio si è laureato in Lettere Classiche e in Teologia. Dal 1981 fa parte della Comunità monastica di Bose, dove ha rivestito gli incarichi di maestro dei novizi (2000-2012), vice-priore (2008-2016); priore (2017-2022). Collabora con diverse riviste di argomento biblico e spirituale, tiene conferenze, seminari e predicazioni. Il suo ultimo libro, La passione per l’umano (Vita e Pensiero 2023), è in libreria dal 31 marzo.

La coscienza credente si scontra sempre con la presenza multiforme del male nel mondo: guerre, violenze, tragedie umanitarie, catastrofi naturali… Pensiamo alle tragedie del mare che hanno causato la morte di migliaia di uomini e donne in fuga da situazioni di invivibilità o allo shock dell’esplosione di una guerra nel cuore dell’Europa. In particolare di fronte a questa guerra, come di fronte ad ogni altra guerra, anche quelle più lontane e meno narrate dai media, il credente si sente scosso e turbato anche sul piano della fede. Come vive questi eventi nel tempo della Quaresima che introduce alla Pasqua? Come li vive, sapendo che Quaresima è invito alla conversione e alla lotta spirituale, a combattere la possibilità del male, e che Pasqua nutre la speranza? Il cristiano non può evitare le domande che nascono dal confronto con l’imperversare del male: domande che evidenziano il suo brancolare avanzando un po’ a tentoni, a volte anche il suo smarrimento e la sua confusione. Il credente sa che il male è un possibile sempre praticabile, a cui si può resistere, ma che può vincere il cuore umano con la sua forza attrattiva. Pascal lo diceva: “il male è facile, agevole, ce n’è un’infinità; il bene è quasi unico”. Al tempo stesso, il male è anche una storia di mali, una rete di eventi che ne generano altri: è costruito dal concorso di tanti e dunque è facile, ma allo stesso tempo complesso; singolare, ma anche plurale, personale ma anche pubblico, sociale e politico, singolo ma anche molteplice. Il poeta Wystan Hugh Auden afferma che “il male non è mai straordinario ed è sempre umano. Divide il letto con noi e siede alla nostra tavola”. Intimo all’uomo, “accovacciato alla sua porta”, direbbe la Scrittura (Genesi 4,7), eppure nemico dell’uomo stesso, di cui vuole fare la sua preda. Ma la parola biblica afferma la possibilità dell’uomo di vincerlo e non farsene dominare: “Tu, dominalo!” (Genesi 4,7). Il divenire umani comporta la lotta contro la tendenza alla violenza, l’addomesticamento dell’istinto cattivo, il nominare il male e contrastarlo. Sapendo che fare il male è anche sempre farsi del male. Il divenire umani deve guardarsi dalla sempre possibile caduta nell’inumano, cioè dal reificare e annichilire l’altro, dal cancellarne il volto, l’unicità, la preziosità insita nella sua precarietà. E la storia ci dice che l’inumano è una possibilità costante dell’umano. Che tuttavia, mentre annichilisce il volto dell’altro (che prima di essere “altro” è, più fondamentalmente, “simile”, “un mio simile”) deturpa anche il volto dell’oppressore e ferisce l’umano che è in lui.

Ora, guardare al male e alla guerra a partire dalla fede comporta l’attraversamento di regioni interiori abitate da timori e da dubbi, da domande che faticano a trovare risposte. E anche da risposte che, appena formulate, subito appaiono insufficienti, non all’altezza, bisognose di revisione. E ci obbligano a cercare e a scavare ancora. E il credente cerca luce nel vangelo, nella vita di Gesù narrata nei vangeli. In Luca 13,1-5 a Gesù viene esposto da “alcuni” un fatto di sangue sacrilego: Pilato aveva fatto uccidere dei Galilei mescolando il loro sangue a quello dei sacrifici durante una cerimonia religiosa. Come reagisce Gesù? Non resta indifferente ad un fatto che riguarda quel mondo che è il destinatario della cura di Dio. Se ne lascia interpellare. E non va in cerca di un colpevole, ma guarda gli eventi dal punto di vista delle vittime, di chi è morto in un amen, di chi ha visto la sua vita recisa improvvisamente e senza un perché, come anche i diciotto periti nel crollo della torre di Siloe (Luca 13,4). Gesù non dà risposte spiritualizzanti, non si adagia su stereotipi teologici, non tira in ballo la volontà di Dio e non cerca di giustificarlo; non pretende di trovare un senso là dove domina l’assurdo, ma rende transitivo quell’evento distante e di cui né lui né i suoi seguaci hanno alcuna responsabilità, cogliendovi una parola per loro. E la parola è un urgente invito a conversione: “Se non vi convertite…” (Luca 13,3.5). Non certo che Dio mandi eventi calamitosi perché l’uomo si converta: sarebbe blasfemo. Ma per non abbandonare gli eventi a sé stessi e perché gli eventi non abbandonino noi restando degli accadimenti senza nesso, occorre ascoltarli e porli in relazione con noi. Con quell’invito a conversione – e conversione è la parola chiave che domina spiritualmente il tempo della Quaresima – Gesù cerca di dare un volto a chi è rimasto senza volto, perduto nell’anonimato di macerie che l’hanno sepolto (o di un mare che l’ha inghiottito) o di una violenza brutale che ne ha troncato l’esistenza. Gesù chiede che il volto e il nome perduti delle vittime trovino un riflesso nel volto e nel nome dei suoi discepoli. Gesù chiede responsabilità. Di farsi rispondenti a ciò che non si è subito direttamente e che nemmeno si è causato in prima persona, ma che non ci può rimanere estraneo perché riguarda quegli esseri umani che sono nostri fratelli e nostre sorelle. Così, mentre la violenza brutale e cieca nega la fraternità spegnendo l’umanità di chi viene ucciso e anche di chi uccide, la risposta che Gesù vi dà tende a ricostruire legami di fraternità, basati sull’elementare verità espressa con semplice potenza da Lattanzio (III-IV sec. d.C.): “Il principale vincolo che unisce gli uomini è l’umanità. Siamo fratelli”. Gesù assume l’evento distruttivo della fraternità umana e ne fa il luogo di ricostruzione di tale rapporto: ecco la conversione. E nel luogo della morte della speranza, ecco il far rifiorire la speranza. È come se Gesù dicesse: Riconosci che il male che ha scatenato la violenza è anche in te, non puoi ritenertene esente. E ancora: assumi la sofferenza dell’altro come criterio di giudizio e di orientamento nel mondo, come criterio di prassi. La compassione, l’evangelico spaccarsi del cuore di fronte al dolore che sfigura il volto e il corpo dell’uomo, la compassione che nulla ha a che fare con la ripugnante commiserazione, è in realtà dotata di una struttura cognitiva e ci porta a entrare, in qualche modo, nella tragedia che ha colpito un altro a me sconosciuto e dunque a stabilire una forma di relazione con lui. Questa assunzione di responsabilità a cui ciascuno darà liberamente e creativamente una forma concreta di azione e di intervento nelle situazioni di sofferenza è la risposta cristiana in cui consiste la conversione e la ricreazione di una speranza là dove tutto porta a disperare.

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