Viti nuove e resistenti, più qualità, meno malattie

Il futuro del Lambrusco e della nostra viticoltura potrà presto conoscere un’importante novità. Si sta facendo sempre più concreta la possibilità di introdurre nelle aziende viticole Correggesi delle varietà di uva da vino cosiddette “resistenti”, come già sta succedendo in altre parti d’Italia, d’Europa e del mondo.

“Resistenti” si intende all’attacco da parte delle principali malattie fungine della vite, notoriamente Peronospora e Oidio. Questo permetterebbe una riduzione del numero di trattamenti come minimo del 70%: un fattore non certo di poco conto, sia dal punto di vista ambientale che agronomico. Ambientale perché la vite è una coltura che richiede un elevato numero di trattamenti, per la difesa integrata e biologica. Da un punto di vista agronomico invece, s’intende una riduzione dei costi colturali, meno agrofarmaci e meno manodopera. Nel momento in cui il viticoltore potrà svincolarsi dai ferrei tempi di intervento legati alle condizioni meteo e agli imprevisti relativi (specialmente temperatura e tempestività d’ingresso in campo), il successo della difesa sarà sicuramente un traguardo più facile e sicuro da raggiungere.

La ricerca riguardo alla costituzione di varietà resistenti nasce da molto lontano: basti pensare ai primi incroci di fine Ottocento tra viti europee e viti americane, che generarono i primi ibridi produttori diretti. Oggi, questa innovazione agronomica rischia di essere fraintesa e confusa con le tecniche che portano alla costituzione degli Ogm (organismi geneticamente modificati), con i quali le viti resistenti non hanno nulla a che fare. Purtroppo, su questo fronte vediamo però delle divisioni nel mondo viticolo-enologico e tra i consumatori, generando polemiche spesso inutili, frutto di mancanza di approfondimento.

Prendiamo ad esempio i vitigni ormai diffusamente noti con il termine di ‘Piwi’, acronimo tedesco di pilzwiderstandfähig, che significa “viti resistenti ai funghi”. Si parla in questo caso del risultato della ricerca effettuata su una moltitudine di incroci tra viti di varietà differenti, che porta all’individuazione e selezione di piante resistenti. Di fatto, i ricercatori accelerano e monitorano un processo che potrebbe verificarsi casualmente in natura, e che magari come tale potrebbe passare del tutto inosservato. Tutto qua.

A dire il vero, volendo essere veramente obbiettivi, dovremmo anche riconoscere che il lavoro sugli incroci implementa la biodiversità, di cui tanto ci riempiamo la bocca negli ultimi tempi. In parallelo, questo permette soprattutto un lavoro di ricerca a favore del miglioramento qualitativo delle cultivar attualmente coltivate, al quale altrimenti si rischierebbe di non metter mano in modo efficace. Non è poi di poco conto il fatto che, anche se le varietà resistenti che verranno introdotte potranno essere simili a cultivar già note, di fatto dovranno addirittura assumere un nome nuovo. Il costitutore, ossia colui che seleziona queste piante, non ha come solo obiettivo quello di ottenere varietà resistenti a Peronospora ed Oidio, ma anche che siano in grado di produrre uva e vino di qualità organolettica elevata; e questo non è certo un aspetto secondario.

Oggi in Germania il 36% dei vigneti è costituito da varietà Piwi, mentre la Francia al momento ne ha impiantato il 5% e l’Italia l’1,3%. Il nostro paese ha perso tempo con gli aspetti burocratici. Al momento, è autorizzata la coltivazione di sole trentasei varietà, diciotto bianche e diciotto rosse, che ovviamente sono le più diffuse e le cosiddette “internazionali”. Il lavoro di selezione, ricerca e ottenimento delle opportune autorizzazioni è ovviamente lungo. Però nei prossimi anni dovrebbero arrivare anche le varietà tipiche del nostro territorio, come Ancellotta e Lambrusco Salamino; questo grazie a un lavoro iniziato nel 2017, su cui hanno investito fin da subito la Cantina Sociale di San Martino In Rio e Cantine Riunite & Civ.

All’inizio del 2022 è stato ufficialmente costituito il consorzio “Vitires” tra Cantine Riunite & Civ, Cantina Sociale di San Martino in Rio, Caviro, Terre Cevico e il Centro di ricerche Ri.Nova. Questa unione rappresenta il 70% delle uve prodotte in Emilia-Romagna, l’11% di quelle nazionali. Il suo scopo è dare vita a un percorso innovativo di sperimentazione e ricerca che porti alla creazione di vitigni resistenti Emiliano-Romagnoli. Questi potranno rappresentare un interessante futuro per la nostra viticoltura, per la salubrità del prodotto e per l’ambiente.

Correggio, il comune più “vitato” in provincia

Correggio si conferma sempre il comune viticolo più importante a livello provinciale. Con i suoi 1.952 ettari di vigneto, rappresenta il 23% della superficie viticola di tutta la provincia. I dati regionali mostrano poi una trasformazione del profilo delle aziende viticole reggiane, avvenuta negli ultimi dieci anni. In questo lasso di tempo, la superficie media aziendale è aumentata del 67%, attestandosi oggi a 3,26 ettari.

La superficie coltivata a vigneto è cresciuta del 14% a livello provinciale, ma contemporaneamente sono diminuite le aziende (un calo del 23%). A essere più grandi sono quindi le aziende stesse, che possono così essere più competitive. Riescono anche ad affrontare meglio i costi, soprattutto in relazione all’ammortamento delle macchine, che oggi sono fondamentali nella gestione di questa coltura. Infatti, il 91% dei vigneti coltivati a Reggio è oggi meccanizzabile nella raccolta, mentre quel 9% di monumenti storici rappresentati dai “Bellussi” è destinato ad una rapida scomparsa nel giro di pochi anni.

Al momento, l’assortimento per classi di età dei vigneti reggiani è abbastanza proporzionato. Il 31% di vigneti ha fino a dieci anni di età, il 36% ha un’età compresa fra i dieci e i vent’anni, e il 23% ha fra i venti e i trent’anni. Il restante 10% ha più di trent’anni. L’aspettativa di vita attuale di un vigneto è generalmente considerata di venticinque/trent’anni.

Per quanto riguarda invece le varietà, sul territorio provinciale si coltiva Ancellotta per il 52% e Lambruschi per il 38%. Fra questi, il Lambrusco Salamino da solo rappresenta il 20%. La restante frazione è costituita da Lambrusco Maestri, Lambrusco Marani, Lambrusco Grasparossa e Lambrusco Oliva. Il Lambrusco Sorbara, specifichiamolo per correttezza e per campanilismo, può essere presente a livello di curiosità ma non rientra nei Lambruschi tipici del reggiano.

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