Visioni, disegni e fotografie: fascino di città

Daniele, giovane architetto, da Correggio a Milano

Daniele Zipeto, classe ’94, nasce e cresce a Correggio da genitori pugliesi. Dopo aver conseguito la triennale in Architettura a Mantova, si laurea con Lode in “Architettura e Disegno Urbano” al Politecnico di Milano, città in cui tutt’ora vive e lavora. Da poco, oltre al mestiere di architetto, ricopre il ruolo di fotografo per lo studio in cui lavora.

Pensi che l’architettura abbia a che fare con i bisogni sociali delle persone?
«Essere architetti significa avere un compito molto delicato: creare qualcosa per gli altri, che sia fruito da un solo individuo o da una comunità intera. La difficoltà maggiore sta proprio nella capacità di saper rispondere ai diversi bisogni. Studiando la città e intrecciando le innumerevoli discipline che la riguardano, dobbiamo essere in grado di sintetizzarne i concetti per dare vita ad un progetto. Questo è il bello del mestiere di architetto. Finita l’Università si compie un grande salto: per sopravvivere, uno studio di architettura deve rispondere ad un mercato che impone tempistiche frenetiche. La velocità d’esecuzione, soprattutto nei progetti più complessi, implica il non riuscire ad affrontare tutte le questioni con il dovuto approfondimento, a danno della qualità architettonica».

Vivi a Milano da cinque anni. Come l’hai vista evolversi?
«La città cambia in fretta, ma le dinamiche legate all’organizzazione degli spazi rispondono a tempistiche più lunghe. Milano ha preso una direzione ben precisa, si sta imponendo come città globale “costi quel che costi”. Con un rapido cambiamento, negli ultimi decenni ha rivoluzionato la sua immagine. C’è sicuramente una propensione verso la costruzione di grandi palazzi in vetro, simbolo di successo dei protagonisti della scena economica e culturale, ma ci sono anche esempi di rigenerazione urbana a tutti i livelli; in questo Milano oggi è molto avanti. Riporto l’esempio della cosiddetta “urbanistica tattica”, molto diffusa dopo la pandemia, che vede rinnovare alcune piazze con alberi, panchine e tavoli da ping pong, cercando di ripensare le strade con l’obiettivo di renderle nel tempo aree pedonali “di socialità”. Tutto questo prevede interventi di breve durata e a basso costo».

Alcune tue fotografie di Milano sono state pubblicate sulla rinomata rivista “Perimetro”. Da dove nasce questa passione?
«Mi è stata trasmessa da mia madre, ma parte da mio nonno che l’ha poi trasmessa a lei. Da giovane ha lavorato come fotografa, prima di lasciare tutto per venire con mio padre a Correggio. Sono quindi cresciuto con un’insegnante in casa. Durante l’Università mi sono appassionato alla fotografia d’architettura e paesaggio urbano: nell’ultimo anno di studi ho creato un progetto fotografico che raccontava l’area di progetto della tesi, ovvero lo scalo di Porta Genova, che poi è stato anche pubblicato. Inoltre mi è stato da poco proposto di diventare il fotografo dello studio di architettura per cui lavoro: posso così portare avanti di pari passo le mie più grandi passioni».

Con il bonus 110 ci siamo avvicinati al tema della ristrutturazione. Dovrebbe diventare la prospettiva principale o è meglio concentrarsi sulle nuove costruzioni?
«In Italia abbiamo già un grande patrimonio architettonico, spesso non sufficientemente valorizzato. Nell’edilizia residenziale ci sarebbe bisogno di un enorme sforzo per recuperare e migliorare gli alloggi già esistenti. Non meno importante è il problema del consumo di suolo che, unito agli spazi abbandonati, crea uno spreco a cui dovremmo porre rimedio. Il settore edilizio è fra i maggiormente inquinanti, è doveroso dunque studiare nuove modalità e materiali di costruzione a bassa emissione di carbonio. È sempre più frequente incontrare certificazioni di sostenibilità per i progetti, come per esempio il “LEED” (Leadership in Energy and Environmental Design) che classifica l’efficienza energetica e l’impronta ecologica degli edifici, ai fini di scegliere le costruzioni più sostenibili».

Che peso ha l’estetica nella progettazione di un nuovo spazio?
«Ci sono varie correnti di pensiero: esistono grandi architetti che, in nome della forma “perfetta”, ignorano completamente la funzione che avrà l’edificio. Secondo me la priorità è che le costruzioni svolgano al meglio il loro ruolo: ciò significa non solo rispondere ad un bisogno, ma comprendere una logica multidisciplinare in grado di dare tante risposte, per esempio cercando di coprire le possibili fruizioni. Detto questo, forma e composizione sono fondamentali: creare luoghi piacevoli dove vivere è il nostro obiettivo. Ci sono tante cose da tenere in considerazione quando si immagina uno spazio, tra cui una parte strutturale più specifica di cui si occupano maggiormente gli ingegneri».

L’utopia può aiutare nel generare un nuovo ambiente?
«L’architettura legata a società utopiche ha svolto (soprattutto in passato) un importantissimo ruolo nella ricerca, evolvendosi anch’essa con lo svolgersi della storia e creando un terreno fertile per la ricerca architettonica e urbanistica. L’utopia svolge un ruolo importante nel provare a prevedere o interpretare il comportamento umano: noi creiamo visioni che rispondono a questo, quindi “l’irrealizzabile” funziona da allenamento, spesso protagonista di grandi innovazioni. Basti guardare le architetture futuristiche di Sant’Elia a inizio ‘900, visioni vicinissime ai grattacieli di oggi quando ancora non esisteva niente di simile».

Molti architetti partono da semplici schizzi su un foglio bianco. È anche il tuo modo di operare?
«Si, ma si parte sempre da alcuni riferimenti. Si cerca di capire come altri, in precedenza, abbiano risolto questioni simili, creato dinamiche e sviluppato forme. Da qui si può partire a disegnare sulla carta le idee, che si sviluppano un po’ alla volta. Per mia esperienza personale, immaginare tante possibilità è fondamentale per creare un buon risultato, serve ad allenare la mente e ad abituarsi a valutare diverse opportunità».

Correggio è casa tua. A livello urbanistico che migliorie suggeriresti al nuovo sindaco?
«Non ho mai approfondito Correggio a livello urbano, avrei bisogno di tempo per studiarla. Posso dire però che può vantare spazi pubblici e verdi non indifferenti, ed è importante tenerli sempre al centro durante la pianificazione di nuove espansioni, residenziali e non solo. Quando parlo di Correggio a chi non la conosce racconto sempre del Parco Urbano: uno spazio verde di così grandi dimensioni non è facile da trovare. Inoltre svolge un ruolo fondamentale di connessione tra il centro e l’espansione Sud. Valuterei l’idea di sfruttarlo maggiormente come in occasione della Festa del 25 Aprile, un ottimo esempio di come possa essere utilizzato uno spazio così valido».

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