Véta (Vita)

Quando si è giovani si vive con entusiasmo e spensieratezza inseguendo ideali, sogni, amori… Maturando, poi, sentiamo la necessità di riflettere su temi profondi: sul perché del nostro essere, sul significato dei nostri comportamenti, sui tanti interrogativi che ci poniamo, sulla nostra vita.

È un tema complesso, meritevole di una trattazione articolata che coinvolge diversi aspetti, materiali e filosofici.

Partirei da una poesia di Cesare Zavattini tratta dal suo famoso “Stricarm’ in d’na parola” (stringermi in una parola).

Véta véta, cus’èla? Mei taser.
An vrés mia disturbà chi du là
chi è dré a gusars’ in mès a l’erba.

 Vita vita, cos’è? Meglio tacere.
Non vorrei disturbare quei due là
che si stanno chiavando in mezzo all’erba.

In queste poche parole Zavattini riassume molti degli aspetti della vita sui quali la cultura popolare pone riflessioni e interrogativi.

 

La vita è breve.
Il tempo che ci è dato da vivere è poca cosa rispetto al tempo del mondo. Quello di ogni essere umano è un passaggio veloce, scandito da momenti rituali e fugaci.

A gh’è più teimp che véta.
C’è più tempo che vita.

Forsa e curag
che la véta l’è un pasag.
Forza e coraggio
che la vita è un passaggio.

La véta l’è un lamp
la figa l’è un stamp.
La vita è un lampo
la figa è uno stampo.

In questo breve lasso di tempo l’amore e il sesso hanno un ruolo importante, spesso caratterizzano la vita delle persone e guidano le loro azioni.

 

La vita è una fregatura.
Si inseguono sogni e speranze con impegno e caparbietà, ma poi quando si alza la testa… si è già vecchi e tutto si scolora e si spegne. Il termine ciaveda, con il suo doppio senso, ben si presta a descrivere questa condizione.

La véta l’è na ciaveda.
La vita è una fregatura (una chiavata).

Si lavora e si fatica per ottenere migliori condizioni di vita e per avere soddisfazioni ma spesso è tutto effimero…

A s’lavora e s’fadiga
per al pan e per la figa.
Si lavora e si fatica
per il pane e per la figa.

La véta l’è na gran fadiga
chi per l’usel, chi per la figa.
La vita è una grande fatica
chi per l’uccello, chi per la figa.

 

Che fadiga ster al mond…
e po’ murir.
Che fatica stare al mondo…
e poi dover morire.

Chi vive sperando
muore cagando.

 Ci aiuta a fare sintesi dei due concetti precedentemente espressi un famoso modo di dire napoletano.

A’ vita è na brioche
n’araputa ‘e cosce
na trasuta ‘e pesce

a panza ca cresce
nu figlio ca nasce
‘o pesce s’ammoscia
e tutto fernesce.

 

Stili di vita.
Le diverse disponibilità economiche, patrimoniali e la mentalità delle persone permettevano differenti stili di vita.

Fer la véta da sgnor,
Fare la vita da signori.

Fer la bèla véta.
Fare la bella vita.

 

I signori vivevano prevalentemente di rendita grazie agli introiti dei contratti di mezzadria sui poderi. I gh’iven manera (avevano disponibilità) e conducevano una vita agevole senza fatiche e sacrifici.

Fer la véta da puvrèt.
Fare la vita da poveretti.

Fer na véta da can.
Fare una vita da cani.

 

I contadini conducevano una vita di sacrificio, molto faticosa, legata all’andamento dei raccolti. Pochi erano proprietari dei fondi e quindi, come mezzadri, dovevano condividere il risultato del loro lavoro con i fattori e con i proprietari.

Peggio di loro stavano i casant (gli inquilini), che vivevano in affitto in qualche camera e non avevano terreni da gestire. Lavoravano a ore quando ve ne era l’opportunità. Per mantenersi raccoglievano quello che i contadini lasciavano in campagna: stecchi di legno per scaldarsi, spighe di grano rimaste dopo il raccolto, frutta caduta dagli alberi e in parte già marcia…

i casant i vinen dop
che al can di cuntadein.

Il cane che viveva legato alla catena e si nutriva degli avanzi dei pranzi stava meglio dei casanti.

Michelaccio era un personaggio mitico della cultura popolare: l’uomo che si godeva la vita senza lavorare.

Fer la véta ed Mich’las
magner, bever e ander a spas.

Fare la vita di Michelaccio
mangiare, bere e andare a spasso.

 

Questa era un’arte che riusciva a pochi. Spesso questo modo di dire veniva usato come monito per educare i giovani al sacrificio. La vita ed Mich’las non si poteva fare.

Indipendentemente dal tenore e dallo stile di vita, tutto avviene in un breve lasso di tempo, quello che ci è concesso dal nostro destino. La fine arriva per tutti.

Quand l’è sira
l’è sira a cà ed tut.
Quand viene la sera (la fine)
viene a casa di tutti.

 

Per concludere queste riflessioni sulla vita userei la più famosa delle definizioni.
Ho scoperto di recente che ed è stata citata in diversi testi e film e la usava anche Eduardo de Filippo nelle sue commedie.
A me la ricordava, in una versione colorita, il mio amico Iler Montanari.

La véta l’è cme na schela d’un puler
curta, scomda e pina ed merda.
La vita è come una scala di un pollaio
corta, scomoda e piena di merda.

La diceva sorridendo, senza astio, senza risentimento… con un po’ di ironia e, spero, in modo scaramantico senza in realtà crederci troppo.

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