Vai piano, ama il mondo e vai lontano

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Vai piano, ama il mondo e vai lontano

Tra Scozia ed Everest: in cammino con Renato Frignani

Personalmente, la voglia di viaggiare non mi abbandona mai e, indubbiamente, i mesi estivi, con il clima vacanziero che li caratterizza, stimolano ancora di più questa mia naturale inclinazione all’esplorazione. Considerata la mia predilezione per i viaggi “slow”, ho voluto fare due chiacchiere con un correggese che, di recente, muovendosi piano, è andato molto lontano. Il trentacinquenne Renato Frignani, infatti, è da poco rientrato dalla Scozia dove ha percorso a piedi l’itinerario della West Highland way, ossia un sentiero di 154 chilometri che si snoda in una bellissima regione montuosa. Lo scorso mese di ottobre poi aveva scalato l’Everest arrivando al campo base posto a 5.364 metri di altezza.
Un iron-man amante delle sfide estreme o un ragazzo sportivo e ben allenato, appassionato del trekking e della natura? Lo chiedo a lui.

«In primis, io mi definirei un appassionato del viaggio che cerca di dedicarsi, per quanto è possibile, ai circuiti meno turistici. In realtà ho fatto anche tanti lunghi viaggi in macchina, come il coast to coast degli Stati Uniti, oppure il giro della Scandinavia, arrivando a Capo Nord costeggiando i fiordi norvegesi per poi scendere attraverso la Finlandia.

CAMMINANDO CI SI GODE OGNI PARTICOLARE
DAL COLORE DELLE FOGLIE A QUELLO DELLE ALI DELLE FARFALLE

Ora però ho scelto di abbandonare l’auto, di staccarmi dalle strade per muovermi a piedi o in bicicletta. Magari c’è chi potrebbe pensare che viaggiare in questo modo sia una perdita di tempo, perché coprendo distanze minori si riescono a vedere meno cose, ma in realtà è un modo di visitare il mondo completamente diverso, più intenso. In auto ogni cosa sfreccia davanti agli occhi ai 50/60 km all’ora, per cui la si vede e non la si vede; camminando invece oltre che arrivare in posti che diversamente non si raggiungerebbero mai, ci si gode ogni particolare, dal colore delle foglie a quello delle ali delle farfalle. Tra l’altro, ormai tutti corriamo tutti i giorni, per cui non vale forse la pena di rallentare almeno per il tempo delle vacanze? Poi, per quanto riguarda i tipi di percorsi che scelgo, io mi sento di non affrontarne di estremi o pericolosi. Certo che percorrere la Highland way o, a maggior ragione, fare trekking sull’Himalaya, un certo impegno fisico lo richiede, ma anche queste sono mete affrontabili da chi è dotato di un discreto allenamento fisico oltre che di un grande amore per la montagna».
Renato mi assicura, infatti, di avere incontrato persone di tutte le età lungo il percorso della West Highland, per cui, mi illudo che un giorno, magari non troppo lontano, potrò seguirne le impronte e inoltrarmi a piedi tra gli scenari incantati offerti dalle foreste e dai laghi incontaminati della Scozia. L’Everest, invece, continua ad incutermi un certo timore reverenziale, per cui mi accontento dei racconti del mio interlocutore, che infatti sottolinea: «Ovvio che lì la preparazione fisica è necessaria. Per noi che viviamo a quota 28, la difficoltà più grande risulta forse riuscire a prepararsi adeguatamente ad affrontare certi tipi di altezze! Occorre concedere al fisico i tempi adeguati e questo soprattutto una volta arrivati sul posto. L’acclimatamento è fondamentale; bisogna fare le adeguate soste e non sottovalutare i sintomi del mal di montagna (mancanza di appetito, spossatezza, mal di testa, vertigini, insonnia) in caso si presentassero. D’altra parte anche lungo i sentieri, si incappa spesso nei cartelli che mettono in guardia gli scalatori da questa problematica. Ma per il resto, i percorsi che portano a quota 5.364, ossia al campo base che rappresenta l’ultimo accesso turistico dove si può arrivare senza permessi, sono tanti, tutti affascinanti, percorribili in sicurezza e in autonomia». Renato specifica che, invece, proseguire oltre significa oltrepassare la cascata di ghiaccio del Khumbu con tutti i rischi e i costi (per permessi e accompagnatori) che comporta.
camminareInizialmente Renato e il suo compagno di viaggio, il venticinquenne Alessandro Malagoli di San Martino in Rio, avevano proprio programmato di affrontare il percorso in libertà, cambiando poi idea là sul posto, dove hanno deciso di affidarsi ad una guida locale. «Alla fine questa si è rivelata una scelta positiva, perché la presenza della guida ci ha permesso di approfondire la conoscenza dei luoghi apprendendo informazioni interessanti che diversamente avremmo ignorato». Per dormire poi, i due giovani si sono appoggiati alle strutture locali, ossia piccoli lodge posti all’interno di villaggi costruiti a fini prevalentemente turistici. «Si tratta di strutture spartane, che richiedono un buon spirito di adattamento, ma che offrono il duplice vantaggio di permettere il contatto con la popolazione locale, nonché di avere uno zaino più leggero, perché libero dall’ingombro di cibo, tenda e quant’altro!».
Quando gli chiedo se si sentirebbe di ripetere l’esperienza, gli si illuminano gli occhi e con assoluta convinzione afferma: «Certamente! Anzi, non vedo l’ora di poterci tornare! Ti confesso che poco prima di partire sono stato assalito dalla paura di rimanere deluso. Io, infatti, sono un frequentatore assiduo delle Dolomiti che reputo splendide, però ti assicuro che l’Himalaya è speciale. Alessandro ed io siamo andati nel mese di ottobre, appena passati i monsoni, per cui la vegetazione era incredibilmente rigogliosa; ma oltre a questo, la particolarità sta nel fatto che lì non si incontra nessun tipo di contaminazione umana. Quello che vedi tutto intorno a te è la natura che regna sovrana, con i suoi colori e le sue forme spettacolari. Sono paesaggi che lasciano senza fiato!».
A questo punto Renato mi mostra alcune delle foto che ha scattato sull’Everest e, in effetti, si tratta di immagini assolutamente affascinanti e io penso già alla difficoltà… contro la quale incapperò quando dovrò scegliere quale scorcio pubblicare.
Sarebbe bello se il nostro “viaggio” potesse durare ancora a lungo, ma altri impegni attendono entrambi, per cui non ci resta che salutarci, augurandoci a vicenda, così come a voi tutti, di poter continuare a riempirci gli occhi e la mente degli splendidi scenari offerti da questo nostro bellissimo pianeta.

PIAN PIANINO TI GODI ANCHE IL NOSTRO APPENNINO

Chi ha voglia di fare un po’ di trekking e godersi la montagna senza andare troppo lontano, può approfittare dei suggestivi percorsi che offre l’alto Appennino reggiano. I sentieri sono innumerevoli, ben segnalati e adatti a tutti. Ve ne segnalo giusto alcuni, che ho percorso personalmente più volte.
Uno dei più noti e battuti è quello che, partendo dall’Abetina Reale di Civago, donata dai gazzanesi agli estensi nel 1451 ed usata dai duchi come riserva di legname, arriva al Rifugio Battisti, posto a 1761 mt. s.l.m., attraverso boschi di abeti rossi e larici (nr. 605, tempo di percorrenza 1h).
Sempre al Rifugio Battisti si può arrivare anche partendo da Febbio. In questo caso si può scegliere di salire sul Cusna con la seggiovia Rescadore; una volta in cima si inforca il sentiero nr. 607 non verso il Cusna (a meno che non decidiate di voler raggiungere la vetta), ma verso il Passone.
Il sentiero, snodandosi in quota, permette di ammirare dall’alto alcuni dei più bei circhi glaciali dell’Appennino. Giunti al bivio con il sentiero nr. 615 lo si segue in direzione del Rifugio Battisti.
Arrivati al Rifugio (tempo di percorrenza totale 1h 40m) avete almeno due opzioni: proseguire oltre, magari verso il Lago Bargetana; sospendere temporaneamente l’attività sportiva per dedicarvi alla buona cucina, cercando però di non dimenticare che la strada del ritorno vi aspetta!

Barbara Berretti

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