Una donna al comando, da una vita

Vanna Gozzi, fondatrice e titolare de Il Canguro, ci ha concesso la prima intervista della sua vita

Che è una donna a guidare l’azienda lo si capisce subito. L’ingresso de “Il Canguro” è stracolmo di piante e fiori. Perché è così che, nonostante il look austero, Vanna Gozzi esprime la propria femminilità, insieme al sorriso sempre pronto e alla risata cordiale che punteggia il suo racconto. «Sono un bel tipo sa, un po’ incosciente» ripete spesso, come a voler giustificare una storia, la sua, non certo ordinaria.
«Sono nata a Mandrio da una famiglia di origini operaie. Semplici lavoratori che pativano la fame. Dopo le “tre Avviamento” ho dovuto smettere di studiare. Avevo 15 anni quando sono entrata come operaia nel sacchettificio che già si chiamava “Il Canguro” e aveva sede in Via Battisti».
Ma l’esperienza della giovane Vanna come operaia dura poco. Dopo due anni l’azienda fallisce e lei sta per perdere il lavoro. Non può permetterselo, anche perché in quel momento i suoi genitori sono ammalati. Rimane una sola cosa da fare: se i padroni mollano, trasformarsi da dipendente a padrona.
«Diventare imprenditrice a diciassette anni può sembrare una pazzia. Forse lo è stata. Ma giuro, in quel momento mi sembrò la scelta più naturale. Non essendo ancora maggiorenne, ho dovuto chiedere l’emancipazione al Pretore di Correggio (allora era l’avvocato Giorgio Lusenti). Poi trovare i soldi per cominciare: mi sono indebitata con la banca per 7 milioni e mezzo. Nel 1958 non era poco».
Il primo cliente importante per “Il Canguro” di Vanna Gozzi è Pietro Gibertoni. Per chi non ricorda o non può sapere, Gibertoni fu il fondatore, assieme a Nelson Giovanardi, di SCIA, SAGIP, Gi & Gi, uno storico complesso nel settore dei mangimi e degli impianti zootecnici, con sedi a Correggio, Rubiera, Bagnolo in Piano e relazioni commerciali con la Russia e i Paesi dell’est.
«All’inizio non riuscivo neppure a comprare la carta. Gibertoni mi aiutò. La sua famiglia era molto amica della mia: stessa miseria, si scambiavano gli zoccoli per lavorare. Grazie a lui ho imparato a girare il mondo, a non rimanere ferma. Sono andata in Somalia da sola a cercare di vendere sacchi per le banane».
Tra gli imprenditori correggesi a cui Vanna esprime gratitudine c’è anche Doro Caffagni e un rapporto importante l’ha costruito con Amos Morandi, che aprì lo Studio di Consulenza nello stesso periodo in cui lei iniziava la propria avventura. «Un grande professionista, che mi aiutò tanto e mi consigliò sempre. Ricordo un unico contrasto con lui: la deducibilità fiscale dei miei pastori maremmani. Erano i custodi della mia azienda e il ragionier Morandi non ne voleva sapere. Poi nel tempo la legge lo consentì espressamente e lui dovette arrendersi alla mia insistenza».
Erano anni di grandi speranze e di grande impegno: «Si lavorava sino alle 2 di notte. A quei tempi eravamo noi i cinesi. Il mio primo cappotto nuovo me lo sono comprato dopo 10 anni. Tutti i soldi guadagnati li ho sempre reinvestiti. È così che deve fare un imprenditore: lavorare, guadagnare, reinvestire».
La “signorina” Vanna (ama questo appellativo) insiste spesso sul dovere imprenditoriale di reinvestire i guadagni, «non credano di trovare molti soldi quando morirò» avverte ridendo di gusto «l’azienda sarà in attivo, ma di soldi miei ce ne saranno pochi». In questo periodo, ad esempio, ha già in mente dove spendere i prossimi guadagni: bisogna acquistare una macchina di ultima generazione per la stampa degli shopper e dei sacchetti personalizzati, il nuovo ramo produttivo dell’azienda.
«Guardare sempre avanti ed essere coscienti che fare l’imprenditore significa essere disposti al sacrificio» è uno dei consigli che si sente di dare ai giovani, perché li vede più predisposti a goderseli i soldi che non a utilizzarli per innovare.
Quando le si chiede come mai non ha voluto costruirsi una famiglia dopo la morte del fidanzato Asto Foroni, risponde con il sorriso di chi ha già sentito tante volte la stessa domanda «La mia famiglia l’ho sempre avuta qui dentro» e, girando lo sguardo nel grande ufficio, racconta di quando due anni fa si fratturò un piede in un brutto incidente automobilistico. Otto mesi di immobilità, risolta allestendo la camera di degenza dentro all’ufficio: «I dipendenti hanno fatto i turni, anche di notte, per assistermi. Se non è una famiglia questa!».
Anche l’essere donna, in un mondo imprenditoriale quasi tutto al maschile, non le ha mai pesato. Assicura che nessuno l’ha mai fatta sentire meno importante di un uomo durante una trattativa: «Essere corretti e guardare in faccia le persone. Così donne e uomini possono fare bene gli imprenditori. Non stancarsi mai di imparare. Troppi giovani oggi credono di sapere tutto perché viaggiano su Internet. E bisogna essere sinceri, soprattutto nei momenti di difficoltà».
Nella storia di Vanna Gozzi gli scontri con l’amministrazione comunale non sono mancati «Anche in questo caso sono sincera: è la rigidità di certa burocrazia che può incrinare i rapporti e anche rallentare lo spirito imprenditoriale».
A 79 anni, Vanna Gozzi ama viaggiare in auto da sola. La “Citroen” fa parte del look che la rende inconfondibile: camicia bianca, tailleur e grandi occhiali scuri. Tante Citroen, passando per le mitiche Pallas, in sessant’anni circa di mobilità: un sacco… ma stavolta di chilometri. Cinque milioni, ne conta la signorina Vanna. Guidare da sola per centinaia di chilometri al giorno fa parte della sua filosofia di vita; bisogna prendersi le proprie responsabilità e “una donna al comando” deve saper stare da sola anche al volante, quando, tra i canti degli alpini che ti fanno compagnia, c’è tempo per pensare. Poi c’è tutto il resto del tempo per stare con gli altri, dipendenti, clienti, amici, con tutta la grande famiglia del Sacchettificio Il Canguro.

IL CANGURO OGGI

Ragione Sociale: Sacchettificio di Correggio Il Canguro, di Gozzi Vanna Ditta Individuale
Data fondazione: 1958
Sede attuale: 120.000 mq,
Via Campagnola 23, Correggio
Produzione: sacchi di carta industriali, handbags e shopper
Export: 10% della produzione in Austria, Germania, Olanda, Svezia, Norvegia.
Dipendenti: 14

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