Un nuovo inizio davanti a me

Provando la stessa gioia di un bambino che viene accompagnato per la prima volta alle giostre, mercoledì 27 ottobre mi sono nuovamente seduta nella “mia” poltrona a teatro per assistere allo spettacolo che ha dato il via alla stagione 2021-2022 dell’Asioli: La vita davanti a sé, con Silvio Orlando.

Ci tengo immediatamente ad anticiparvi che è stato un felicissimo ritorno! È stato bello ritrovarmi finalmente di fronte ad un palcoscenico, animato da persone in carne ed ossa; mi ha reso felice la condivisione dal vivo delle emozioni suscitate da ciò a cui si assiste; mi ha quasi commosso vedere che in tanti, insieme a me, hanno colto l’opportunità di rimpossessarsi delle vecchie “belle abitudini”.

Lo spettacolo che ha rappresentato il mio debutto è un adattamento, fatto da Orlando, del bestseller “La Vie devant soi” di Romain Gary e Émile Ajar, che ha poi replicato nella serata successiva.

Sulla scena, il versatile attore napoletano veste con naturalezza i panni del protagonista Momò, un bimbo arabo di dieci anni che vive a Parigi nel quartiere multietnico di Belleville, ospite della pensione gestita da Madame Rosa, ossia un’anziana ex prostituta ebrea che si prende cura degli “incidenti sul lavoro” delle colleghe più giovani.

Nei 90 minuti della durata della pièce Orlando, accompagnato dalle accattivanti musiche dell’Ensemble dell’Orchestra Terra Madre, conduce con delicatezza lo spettatore nell’universo di Momò, guidandolo tra le pieghe del suo animo: così ci si ritrova a sorridere, contagiati dallo sguardo ingenuo e a tratti ironico del bambino, ma anche a partecipare al suo piccolo grande dramma. L’universo dell’orfano Momò, come del resto quello della maggior parte di tutti noi, è infatti contraddittorio, perché costituito da presenze e da mancanze, da possibilità e da incertezze: il bambino ha un amico ed una figura femminile che lo affiancano nel suo percorso di crescita, ma non ha vicino a sé una vera madre, che tra l’altro cerca disperatamente; ha tutta la vita davanti a sé, ma non sa come e con chi affrontarla, dato che la sua “benefattrice” Madame Rosa è vecchia e malata.

E quando Momò si aggira in cerca di attenzione tra le vie di Parigi, risultando invisibile agli occhi di chi non è disposto a farsi muovere a compassione dal suo evidente disagio, o attirando l’attenzione di chi è ancora in grado di donare affetto, lo sguardo del bambino e dello spettatore si posano contemporaneamente sul suo e sul nostro futuro. E grandi interrogativi aleggiano su entrambi: alla morte dell’ex prostituta, il protagonista del romanzo troverà qualcuno disposto ad accoglierlo e accompagnarlo nel suo cammino? Noi saremmo disposti ad aprirci ad “uno come lui”? E cosa ne sarebbe della nostra vite se ci trovassimo al posto suo?

La frase conclusiva del romanzo, quasi urlata da Orlando, forse potrebbe aiutarci a trovare un appiglio al quale aggrapparci per affrontare l’incertezza del suo e del nostro futuro: «Bisogna voler bene».

Eh già, Momò, hai proprio ragione tu: bisogna saper voler bene e imparare a sostenersi vicendevolmente, evitando di dimenticare che “nessun uomo è un’isola, completo in se stesso” [cit.]; ed io, spettatrice della tua toccante storia, ti ringrazio per avermelo ricordato!

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