Un mondo più umano? Dipende da noi

Il 27 gennaio si è celebrata, anche quest’anno, la giornata della Memoria. Per l’occasione il nostro Circolo Culturale Primo Piano ha scelto di organizzare nel Teatro Asioli, in collaborazione con la Fondazione Fossoli di Carpi e con il patrocinio del Comune di Correggio, una serata di approfondimento dal titolo “Un Mondo più umano, senza frontiere”. Abbiamo scelto di tenere viva la Memoria guardando al passato, ma con la ferma convinzione di agire nel presente.
Il ricordo della tragedia della Shoah ci deve portare a riflettere sulle gravi ferite del mondo d’oggi, con l’impegno ad operare per renderlo più umano, solidale e rispettoso delle diversità. Ci hanno accompagnato in questo importante approfondimento Claudia Lodesani, medico infettivologo, presidente di Medici Senza Frontiere Italia, e Michele Serra, giornalista, scrittore e autore televisivo. Ripercorriamo i temi trattati durante la serata con questa intervista alla dott.ssa Lodesani.

 

Claudia, viviamo anni in cui chi dimentica il passato coincide con chi si mostra indifferente al presente. Merito di persone come te è proprio quello di occuparsi del presente in prima persona, con passione e competenza. Ci puoi raccontare il tuo impegno per MSF ITALIA?
«MSF è una grande famiglia con più di sessantamila operatori umanitari, impegnati in ottanta paesi. Lavoriamo sempre in squadra per permettere a tutti di contribuire secondo le loro competenze e specificità, portando ai pazienti le cure migliori in base alle sfide poste da ciascun contesto specifico. Ho iniziato nel 2002 come medico infettivologo, lavorando in diverse emergenze come Yemen e Repubblica Centrafricana o in contesti dimenticati come il Burundi, la Repubblica Democratica del Congo, il Sud Sudan e Haiti.
Nel 2018, dopo un anno in Sud Sudan, ho deciso di fermarmi in Italia per un po’ e sono stata nominata presidente di MSF Italia. Ho continuato a fare missioni come coordinatore medico sul campo come ad Haiti ma anche in Italia, dove ho avviato il nostro intervento Covid a Lodi a fianco delle autorità sanitarie italiane.
Allo stesso tempo, ho continuato a raccontare tante emergenze dimenticate o poco note, perché la testimonianza è un valore fondamentale per MSF. Se si vuole comprendere a fondo la portata del fenomeno migratorio bisogna raccontare all’opinione pubblica i contesti, le crisi da cui queste persone fuggono, altrimenti si ha una visione parziale del fenomeno, che non riguarda solo l’Africa ma diverse parti del mondo come il Messico e tutto il Sud America. Credo che in realtà il mondo impari ancora poco dalla memoria; tutti noi abbiamo una memoria molto corta e selettiva».

 

Cosa accomuna memoria e migrazioni?
«Due sono le cose fondamentali per costruire una narrazione diversa del presente e della migrazione, in particolare: essere curiosi e non farsi sopraffare dai pregiudizi, ma approcciarsi al mondo con la mente libera.
In questo modo scopriremo che le cose non stanno sempre come ce le raccontano. L’importante è leggere, ascoltare, incontrare, parlare con le persone. E ricordarsi sempre che di fronte a noi abbiamo persone che cercano ciò che cerchiamo anche noi: un mondo migliore».

 

Quando ci siamo viste a Correggio la “Geo Barents” attendeva da oltre nove giorni un porto sicuro. Poi cos’è successo?
«Il giorno seguente ci hanno assegnato il porto di Augusta e le 439 persone che erano a bordo sono sbarcate, seguendo le regole dettate dalle autorità di Augusta. Tra loro circa un quarto erano minori, di cui molti non accompagnati.
Ora questa missione è terminata ma siamo pronti a ripartire. Da parte nostra, continueremo ad essere in mare perché non si possono lasciare le persone a morire nel Mar Mediterraneo, alle porte dell’Europa, paladina dei diritti umani. Le persone si salvano sempre senza chiedere da dove vengono o perché sono lì. Ci sono leggi internazionali che vanno seguite, oltre a un imperativo morale ed etico».

 

In occasione della serata del 27 gennaio accennavi alla difficilissima situazione in Tigray. Quali sono le emergenze ed i fronti più duri sui quali oggi siete impegnati?
«Sicuramente il Tigray, in questo momento, vive una delle crisi umanitarie più gravi e difficili. Il paese è stato testimone di episodi di violenza intercomunitaria, che hanno portato ad ondate di sfollamenti. La situazione è aggravata dal fatto che il governo etiope non dà più accesso al Tigray a nessuna organizzazione umanitaria.
Come sempre, oltre alla crisi politica che aumenta il numero di rifugiati e sfollati, troviamo le crisi sanitarie come le epidemie di colera e morbillo, oltre alla cronica lotta al kala azar (leishmaniosi viscerale). Non dimentichiamo lo Yemen, dove da sette anni c’è una guerra che ha causato oltre quattro milioni di sfollati interni e più di venti milioni di persone che necessitano di assistenza umanitaria: mancano beni di prima necessità, l’accesso alle cure mediche è seriamente compromesso e il paese è al collasso.
Haiti, oltre ad essere dilaniata da catastrofi naturali (in agosto 2021, l’ultimo terremoto con cinquemila morti), da anni è in piena crisi politica ed economica; il paese è in mano ai gruppi armati e vive un’escalation di violenza. Per ultimo, ma non da ultimo, l’Afghanistan, di cui tutti avete letto e ascoltato in questi ultimi mesi: un paese ridotto alla fame dove nel nostro centro nutrizionale di Herat abbiamo dovuto raddoppiare i posti letto per combattere la malnutrizione dei bambini».

 

Per concludere, un appello: cosa possiamo fare per sostenere il grande lavoro di MSF?
«Aiutarci a raccontare, informarsi e investire sui giovani. La società civile deve rimanere vigile e non abituarsi alle morti in mare, ai bombardamenti, a politiche di chiusura senza visione. Dobbiamo continuare ad indignarci ed arrabbiarci di fronte al dolore e ai morti, che possiamo e dobbiamo evitare».

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