Un filo per non perdersi in un bosco di parole

Per la prima volta da quando mi occupo di questa rubrica, mi trovo in difficoltà a condividere la mia opinione su uno spettacolo. La mia difficoltà è originata dall’opera “Falstaff e il suo servo di Nicola Fano e Antonio Calenda, con Franco Branciaroli e Massimo De Francovich, andato in scena all’Asioli nelle serate di mercoledì 13 e giovedì 14 all’Asioli.

Sono andata a teatro curiosa di vedere come sarebbe stata portata sul palcoscenico la figura shakespeariana di Falstaff, cavaliere grasso, senza gloria e un po’ spaccone che spesso finisce con il tingersi di ridicolo. Sapevo che, nell’allestimento di Fano e Calenda, avrei ritrovato un collegamento con tutte le avventure di un uomo che risulta spesso sciocco e superficiale, in quanto confonde il divertimento e il piacere con l’esagerazione, l’astuzia con il caso.

 

E infatti su un palcoscenico allestito in modo minimale, il protagonista, interpretato da un convincente Branciaroli, ripercorre i passaggi fondamentali della propria esistenza, mostrandosi eccessivo, smodato, gran bevitore, affamato di cibo e di vita. In definitiva, sopra le righe in tutto e per tutto: sia nell’atteggiamento che nell’abbigliamento sgargiante e pacchiano.

Al suo fianco poi si muove, quasi in punta di piedi per tutta la pièce, un altro personaggio: un servo vestito completamente di nero, tanto composto da apparire austero, che rievoca le avventure del padrone, guidando lo spettatore in questo viaggio nel tempo e nello spazio.

 

Ciò che mi è mancato però è stato proprio un efficace filo condutture per le vicende di Falstaff, e quella traccia lasciata dalle parole del servo è risultata troppo debole e poco visibile per essere seguita; al pari delle briciole di pane seminate da Pollicino, le indicazioni del servo non sono state in grado di indicarmi una direzione utile per non perdermi nell’intricato bosco fatto dell’accozzaglia di parole e di avventure del cavaliere smargiasso.

Così ho assistito allo spettacolo che, data la sua breve durata di un’ora e venti, non è risultato pesante ed è riuscito anche a strapparmi qualche risata legata ad alcune scene goliardiche, ma il tutto si è esaurito in pochi istanti. E quando sono uscita da teatro, mi sono sentita come un bambino che ha in mano le tessere di un puzzle, ma che non riesce ad incastrarle tra loro per ottenere un’immagine sensata.

Sono certa che molti di voi avranno colto da questo spettacolo molto più di quanto ho colto io, e allora vi chiedo un piacere: per favore, datemi voi una mano a capire come devo fare per riunire i miei pezzi!

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