Un correggese tra le stelle

Marcello Lodi lavora al Telescopio Nazionale Galileo, nelle isole canarie

Se vi immaginate che l’esplorazione del cielo sia compiuta da scienziati in camice bianco che scrutano dentro ad enormi cannocchiali, scoprirete che non è proprio così. Marcello Lodi, 45 anni, ingegnere informatico, mi descrive, parlando del telescopio Galileo, una macchina complessa, guidata dai computer alla ricerca di corpi lontanissimi; più precisamente alla ricerca delle sorgenti dei pochi fotoni che giungono fino a noi da altre galassie e che devono essere intercettati, decodificati, interpretati. Gli astronomi non li osservano direttamente attraverso il telescopio, ma guardando normali monitor di computer su cui appaiono foto in bianco e nero, onde, grafici, numeri. Per muovere con estrema precisione il telescopio in piccolissime porzioni di volta celeste è l’intera macchina che, attraverso i suoi pattini, si sposta in tre direzioni sulle rotaie fisse.

Spiega il nostro ospite: «Il telescopio Galileo è il più importante strumento ottico interamente italiano e tra i più importanti del mondo. Oltre a spettrografi e apparecchi fotografici, ha uno specchio primario di circa 3 metri e mezzo, un’unica colata di vetro iperbolico che la Zeiss, affinché fosse totalmente privo di difetti, ha completato in circa due anni. Oggi la tecnologia è cambiata: si ottengono diametri (e quindi potenze) tre volte maggiori attraverso specchi compositi a segmenti esagonali. La macchina comunque è pesantissima. Dovendo essere eliminato qualsiasi attrito per un tale peso il movimento avviene su uno strato di olio ad altissima pressione. Insomma, il computer deve governare micro-movimenti estremamente puntuali, con andamento assolutamente uniforme. Inoltre deve eliminare le distorsioni che la luce subisce prima di arrivare al telescopio create dal movimento e quelle che avvengono per effetto dell’atmosfera».

Marcello Lodi, lo abbiamo detto, non è un astrofisico (lo studioso delle qualità fisiche dei corpi celesti) ma un ingegnere informatico. È l’altra metà di quel sistema di competenze, non rintracciabile in natura, che ci vuole per arrivare a vedere e capire così lontano. Dopo essersi diplomato in ragioneria all’istituto Einaudi di Correggio si è laureato all’Università di Bologna, poi ha lavorato al CINECA. Era in forza all’Ospedale Santa Maria di Reggio quando ha risposto ad un bando dell’INAF, l’Istituto nazionale di astrofisica, emanazione del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca. Dal 2001 lavora all’osservatorio italiano che INAF ha costruito negli anni ’90 nell’isola di La Palma, nelle Canarie, su un terreno dato in concessione dallo stato spagnolo. È lui a ragguagliarmi: «In Italia sono 3 i radiotelescopi dell’INAF: a Medicina, Noto e Cagliari. Invece per posizionare al meglio i telescopi ottici occorre sfruttare altezza e isolamento, condizioni che sono ottimali nelle isole Canarie (come anche nelle Ande in Cile, dove si scandaglia il cielo dell’emisfero sud). Gli osservatori di molte nazioni sono costruiti sulle falde del monte più alto di Tenerife, il Teide. Più si è in alto, infatti, più si evitano le nuvole e meno si subiscono interferenze dall’atmosfera. La piccola isola di La Palma invece, pur essendo meno alta (comunque il nostro telescopio è posizionato a 2400 metri), ha il vantaggio di ospitare solo 80.000 abitanti, cui si impongono norme rigidissime di contrasto alla contaminazione luminosa. Per questo è sede di una decina di osservatori».

L’utilizzo del telescopio Galileo da parte di astrofisici è riservato per tre mesi allo stato spagnolo, in pagamento della concessione; per il resto le ricerche avvengono su progetti italiani approvati dal comitato scientifico di INAF. Per questo il personale di INAF fisso a La Palma è limitato. Grazie a queste ricerche, il Telescopio Galileo ha permesso di scoprire ad esempio la complessa molecola del naftalene, rintracciata solo nel materiale interstellare delle galassie; oppure la più lontana esplosione osservata dalla Terra (oltre 13 miliardi di anni luce).

 

Dice Marcello: «Oggi sono molto di moda progetti di ricerca di pianeti di altre stelle della nostra galassia che abbiano dimensioni compatibili con forme di vita simili a quelle della Terra. Il nostro telescopio ha scoperto nel 2013 al di fuori del sistema solare un pianeta ritenuto il più simile al nostro, che è stato battezzato Kepler 78b. Andare a caccia di pianeti nel cosmo è particolarmente complesso, perché non emettono luce, cioè radiazioni, a diversità delle stelle. Quindi fino a noi non arriva nulla, se non un indebolimento di emissioni da parte della stella madre nel punto in cui incrocia il pianeta. Il nostro telescopio agisce quindi con uno spettrografo per la ricerca interstellare nella parte di volta che è stata investigata e descritta dal satellite Kepler della NASA».

Non voglio rubare troppo tempo al nostro ospite, di passaggio a Correggio per il suo mese di ferie annuale. «Non è un problema. In realtà all’osservatorio io lavoro prevalentemente di giorno, per svolgere l’aggiornamento e la programmazione informatica senza intralciare le osservazioni che ovviamente avvengono di notte. Poi, se non devo fare assistenza, scendo a livello del mare. E il clima è così piacevole a La Palma che i miei genitori si trasferiscono da me per tutto l’inverno.»

Per Marcello Lodi ultimamente il lavoro si è arricchito, perché la struttura del telescopio Galileo è coinvolta in altri progetti a cui partecipa INAF, come WEAVE, il nuovo spettrografo che verrà montato sull’inglese W. Heschel Telescope; o come MAGIC, un consorzio internazionale che sta costruendo il terzo di 20 telescopi a specchio a La Palma, e ne ha in programma 30 in Cile. Sono telescopi parabolici che catturano i flussi luminosi dei raggi gamma, emissioni di straordinaria potenza avvenute da corpi dello spazio remoto che diventano investigabili a contatto con l’atmosfera terrestre raccontandoci storia e consistenza di quei corpi.

Prima di salutarci, ci scambiamo impressioni sui luoghi dove il cielo è più vicino. «Vieni a trovarmi a La Palma. Del resto l’osservazione del cielo e la fotografia astronomica si sono sposati dando vita ad un nuovo turismo, in grande sviluppo: l’astroturismo» conclude.

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