Un correggese a Parigi porta lo chef a domicilio

“La belle assiette” di Giorgio Riccò, startup del catering

Giorgio Riccò, classe ’86 e correggese doc.
Prima le Scuole Medie e poi il Liceo Rinaldo Corso, insieme in due classi diverse. Era l’età delle feste del liceo nei capannoni, dei Pesquito a base di vodka più chimica del diesel, del giornalino del Liceo redatto dagli studenti che rivelava più di un Vanity Fair. Era l’età dove quelli in gamba si comportavano come quelli normali perché ciò che cambiava era quello che avevano in testa, quello che sarebbero riusciti a vedere.
In un gruppo c’è sempre chi vede l’America per primo. Come scrive Baricco in Novecento “quando erano bambini, tu potevi guardarli negli occhi e, se guardavi bene già la vedevi, l’America, già lì pronta a scattare”. Giorgio Riccò è uno di quelli che, a guardarlo bene, l’America ce l’aveva davvero negli occhi, ma non ne parlava mai.
Oggi a 30 anni è co-founder e Director de “La Belle Assiette” azienda francese che gestisce oltre 700 chef a domicilio e servizi di catering tra Parigi, Londra e Berlino.

correggese1Al Liceo avevi già in mente un business di questo tipo? Quando ti sei accorto che le cose si facevano serie?
«In realtà al Liceo avevo già il gusto della compra-vendita ma non in ambito ristorativo: commercializzavo le carte di “Magic” online, hai presente? –Io lo ricordo come un gioco davvero da nerd… devo averlo detto ad alta voce perché lui prosegue- Le compravo dagli Stati Uniti e le rivendevo in Italia… una cosa decisamente “nerd”.
Le esperienze successive le ho fatte all’Università, la ESCP Europe di Torino. Qui sono stato Presidente della Junior Enterprise, un’associazione no-profit gestita da studenti del Politecnico di Torino che offre servizi di consulenza alle grandi aziende e ho fondato Eventures, un’associazione che organizza eventi prevalentemente sportivi per le aziende.
Dopo 6 mesi dalla fine dell’Università ero già totalmente concentrato su “La Belle Assiette”. Il mio attuale socio stava cedendo la sua precedente attività ai soci inglesi. Ci siamo concentrati sul progetto nel 2012 iniziando a lavorare su vari modelli diversi fino ad arrivare alla versione “chef a domicilio” nel 2013».

Spiegaci in due parole cos’è “La Belle Assiette”
«È una piattaforma che permette a privati e aziende di prenotare servizi di catering a domicilio o in ufficio. Non contiene più solo il concetto di “chef a domicilio”; ci siamo allargati al grande mercato del catering e forniamo buffet, pranzi aziendali, colazioni, lunch box.
Il mondo del catering rappresenta per noi un’opportunità per avere accesso ad un mercato più ampio, quello delle aziende».

Dove siete presenti?
«In 6 paesi europei: Francia, Regno Unito e Germania dove abbiamo anche gli uffici e attivi in Belgio, Lussemburgo e Svizzera. Contiamo su un team di 26-27 persone la cui età media si aggira sui 26/27 anni».

Quali sono stati gli ostacoli più grandi incontrati?
«Beh, il mio francese non era fantastico quando ho iniziato. Andar per aziende chiedendo di scommettere su di te senza avere una proprietà di linguaggio ottima è davvero una bella sfida. Diversi manager a posteriori mi hanno raccontato che pensavano fossi l’Italiano furbetto e venditore di fumo.
La difficoltà più grande è stata l’entrare in un settore che prima non c’era. Lo “chef a domicilio” era un servizio esclusivo con costi e modalità riservate ad una piccola élite di persone. Noi l’abbiamo reso accessibile a tutti.
La svolta è arrivata grazie alla piattaforma online che rassicura il cliente e permette di prenotare il servizio in pochi clic. Tutt’ora, dopo 4 anni, il 70% dei clienti, sono persone che provano il servizio di “chef a domicilio” per la prima volta nella loro vita.
Per un modello di marketplace di questo tipo poi non esisteva neanche una burocrazia chiara».

Quindi?
«Quindi abbiamo fatto un po’ di sano “free style”. L’approccio che abbiamo è quello di lanciarci e, solo quando si presenta il problema, cercare la soluzione. La start up è così: ti chiede di “provare” e di fare progetti coraggiosi e non a lungo termine!».

Torniamo nell’Italia di Briatore che dice “Adoro l’Italia ma quando sono in costume da bagno” cioè l’Italia va bene per le vacanze ma non per fare impresa. Cosa ne pensi?
«Non sono d’accordo; ci sono sicuramente margini di miglioramento per rendere il paese più attraente ma l’Italia non è così lontana dalla Francia. Anche qui, c’è una certa avversione al rischio ma sta arrivando il flusso anglosassone. La figura dell’imprenditore non è più vista come un traditore e approfittatore ma viene riqualificata».
Giorgio ha ragione: in Italia è difficile sentire una mamma dire al proprio figlio “se studi potrai diventare come quell’imprenditore!”. È ancora troppo forte il sogno del “posto fisso.
«So che in Francia hanno investito molto per facilitare la nascita di nuove aziende. Protagonisti sono stati gli Enti pubblici che hanno messo in campo investimenti a fondo perduto, venture capital e private equity. In Italia siamo forse qualche passo indietro indietro rispetto alla Francia o al Regno Unito ma le cose stanno cambiando. Anche in Italia è l’ambito pubblico che si deve attivare per defiscalizzare investimenti in start up.
Poi c’è una questione culturale. In Francia il sentimento patriottico è più forte che in Italia ed è presente una maggiore propensione a cooperare e ad unirsi per raggiungere obbiettivi. Guarda nel turismo: perché ci sono più turisti a Parigi che a Roma? Perché i Francesi sono più bravi a vendere quel che hanno».
Mi prudono i polpastrelli a scriverlo ma come dargli torto: Versailles accoglie 3 milioni di visitatori all’anno nella reggia e 7 milioni nel parco, la Reggia di Caserta, equiparabile per valore storico e architettonico a Versailles, 650.000 nel 2016.
«I miei coetanei oggi vogliono lavorare nelle start up dove si respira un’atmosfera diversa e dove ci sono attenzioni nuove alla persona: l’impiegato qui ha una vita molto differente dal broker o dall’avvocato grazie ad una mentalità anglosassone che prevede diversi benefit. Nella Silicon Valley le aziende combattono a suon di colazioni offerte sul lavoro, massaggi, sale gioco e svago per rubarsi i talenti».

Ma dici che attecchirà in Italia?
«È necessario estirpare le furberie all’Italiana. Datore di lavoro e impiegato fanno un patto: fiducia in cambio di fiducia. Questo funziona bene se hai una persona motivata e autonoma e funziona poco se hai di fronte un furbetto. Comunque spero di poter trovare un modo per fare qualcosa anche in Italia!».

Dicci la verità: dirigere un’azienda da dei problemi di insonnia?
«Sono fortunato, ho un sonno pesante. (ride) In realtà ci sono momenti delicati. Le aziende come le nostre nascono con una forte propensione al rischio e per farle crescere devi spendere molto più di quello che guadagni. Alla fine dell’anno ci ritroviamo con pochi soldi in banca ma un nuovo round di investitori che scommettono su La Belle Assiette. Meno male che siamo in due soci… così appena uno manifesta istinti suicidi l’altro lo ferma e gli ricorda di guardarsi intorno. Intorno c’è un gran spettacolo: un team giovane e agguerrito, un progetto che naviga veloce e una grande quantità di attività che portiamo avanti parallelamente ed insieme al team».

Tra poco arriva Natale: di Correggio cosa vorresti ti portasse Babbo Natale a Parigi?
«Una bella teglia di erbazzone!».

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