Un cambiamento culturale è necessario

Milena Bertolini sul calcio femminile e sulla condizione delle donne

Non avevo mai incontrato Milena Bertolini. Arriva in leggero anticipo, da grande professionista, salutandomi con simpatia. Mi colpiscono subito la sua compostezza e la sua capacità di andare dritta al punto. È una dote fondamentale per un’allenatrice: farsi capire bene e in breve tempo. Mentre sistemo le telecamere per registrare il video di questa intervista, a cui potete accedere inquadrando il QR CODE a fine pagina, mi chiede del giornale e del mio lavoro. Non sono domande di circostanza, la sua è una genuina curiosità. È un’acuta osservatrice, un altro “ferro del mestiere”. L’ex CT della Nazionale femminile di calcio vuole bene a Primo Piano: nei minuti successivi mi ha concesso un’intervista a tutto campo, offrendo ai lettori diversi spunti di riflessione.

Come stai Milena?
«Sto bene! Mi sto finalmente riposando dopo tanti anni davvero intensi. Faccio le cose che prima non riuscivo a fare, quindi sto bene».

In Italia si dice sempre che tutti vorrebbero o potrebbero fare gli allenatori della Nazionale. Sei una delle poche persone che può dire di averlo fatto: cosa ti ha lasciato questa esperienza?
«Sono stati sei anni stupendi. Una grande occasione di crescita, sia come persona che come professionista. La mia grande passione è il calcio, è allenare: per chi fa il mio mestiere, poter dire di aver allenato la Nazionale è il coronamento di un sogno».

Come hai visto evolversi il movimento del calcio femminile in Italia durante la tua carriera?
«La crescita è stata sensibile, ma anche altalenante. Negli anni ’90 l’Italia era fra le squadre più forti d’Europa, poi però sono seguiti vent’anni di buio totale. Una regressione, sia in termini di investimenti che di mentalità nei confronti delle ragazze che giocano a calcio. La Federazione ha così deciso di cambiare rotta, aumentando le risorse e chiedendo alle società professionistiche di aprire le sezioni femminili. I frutti hanno cominciato a vedersi, soprattutto dal 2019. C’è stato un cambiamento importante nella società rispetto a come viene percepita una ragazza che gioca a calcio. La partecipazione ai Mondiali ha fatto emergere un movimento che aveva stretto i denti negli anni più duri, ma che c’era sempre stato. La gente ha avuto modo di apprezzare la bellezza e le particolarità del gioco delle ragazze».

Quali credi che siano i prossimi investimenti da fare? Quanto pesano i risultati nel processo di ampliamento della base e, più in generale, dell’interesse verso lo sport femminile?
«I risultati sono importanti, ma non sono sufficienti. In Italia spesso si aspetta il grande successo, come a dire “quando ci sarà il risultato allora le cose cambieranno”. Gli investimenti invece sono fondamentali, sia sul piano economico che su quello della progettualità. Dobbiamo avere una visione di quello che sarà lo sport femminile fra dieci anni. Lo sviluppo del movimento passa per forza di cose dall’allargamento della base. Bisogna far sì che sempre più bambine possano giocare a calcio, abbattendo tutta una serie di paletti: sia quelli fisici, come la mancanza di squadre e di strutture, che soprattutto quelli culturali, basati sugli stereotipi. Rispetto a vent’anni fa i progressi sono sotto gli occhi di tutti, ma c’è ancora molto lavoro da fare. Adesso è più facile che una bambina voglia andare a giocare a calcio senza trovare un genitore, un insegnante o un dirigente che si opponga, ma sono realtà che esistono ancora. Non bisogna accontentarsi, sperando che le cose vadano avanti da sole: questo è un rischio».

Da appassionato di NBA, riscontro nello sport americano una maggiore apertura ad inserire figure femminili negli staff dello sport maschile. Perché su questo siamo ancora così indietro?
«Io sono una fautrice dei gruppi misti. Gli approcci diversi, gli sguardi diversi sono una ricchezza e fanno sì che poi i gruppi misti lavorino al meglio. Purtroppo nel mondo del calcio, soprattutto in Italia, c’è ancora troppo maschilismo. Se andiamo in Paesi culturalmente più evoluti, dove la figura della donna ha una situazione migliore rispetto alla nostra, troveremo una presenza femminile molto maggiore. Nel campionato di Serie A femminile c’è solo una donna allenatrice, è un paradosso. In uno staff di ottanta persone forse ce ne sono tre. È un aspetto che deve far riflettere e che va cambiato. La donna trova difficoltà ad affermarsi perché non viene considerata. Questo non vale solo per gli staff tecnici, ma anche per i ruoli dirigenziali nelle società e nelle leghe. La donna non viene percepita come una figura decisionista, come se prendere ordini da una donna fosse un disonore. Ci sono mie colleghe molto in gamba che non vengono per niente prese in considerazione. In Italia c’è ancora la convinzione collettiva che le donne non capiscano nulla di calcio. Se questo lo pensa il cittadino medio non è un grosso problema, ma se lo pensa un dirigente secondo me è grave».

Alcuni terribili fatti di cronaca hanno riportato nel dibattito pubblico termini come patriarcato e femminicidio. Come giudichi la situazione femminile in Italia? Quanto è importante avere per la prima volta una donna a guida di un governo? «Avere una donna premier è importante. Quando hai delle figure femminili che riescono ad arrivare a ruoli di altissimo profilo, questo aiuta a stimolare un cambiamento culturale. Parole come patriarcato e femminicidio fanno male perché colpiscono nel segno. Noi siamo cresciuti sotto una cultura patriarcale, è innegabile. Ho usato anch’io questa parola, applicandola al mondo del calcio, per riferirmi ai problemi discussi in precedenza. Tutto deriva da come si viene educati, sin da bambini, rispetto ai vari ruoli. È fondamentale educare al fatto che ognuno di noi ha una componente maschile e una femminile: dobbiamo riuscire a farle crescere in armonia ed in modo integro. Nella visione comune, invece, se sei un uomo devi avere certi comportamenti, se sei una donna ne devi avere altri. È qualcosa che non ha più motivo di esistere, però in Italia facciamo fatica. Serve un cambio di approccio, però c’è sempre la scusa pronta: i cambiamenti culturali, si dice, richiedono tempo. No, non c’è più tempo. Bisogna intervenire, perché una società civile e felice non può essere una società in cui c’è una discriminazione così forte nei ruoli fra uomo e donna».

Inquadra il qr code per guardare il video integrale dell’intervista

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