Ucraina, dove il bene si fa spazio tra le bombe

Da Correggio a Lviv, per aiutare e curare

Ho avuto il piacere di intervistare Miriam. Le sue parole mi hanno commosso: sono la dimostrazione del fatto che quando si crede in qualcosa si fa sempre la scelta giusta. Un grazie personale a lei e a tutti i volontari di Mediterranea Rescue, i cui valori rappresentano un’intensa luce rispetto al buio di questi anni pieni di conflitti, indifferenza e odio.

Come è nata l’opportunità di partire con Mediterranea per l’Ucraina?
«Una mia collega a ottobre 2023 era partita per l’Ucraina con Mediterranea Rescue. Quando mi ha raccontato la sua esperienza, ho deciso di inviare la candidatura. A gennaio ricevo una chiamata da Vanessa Guidi, medica emergentista e attivista di Mediterranea, che mi ha proposto di partire per l’ultima missione di “Med Care for Ucraina”. Quando ho ricevuto quella chiamata ho provato un’emozione difficile da descrivere. Non è stato facile organizzare il tutto: le coperture a lavoro, farmi autorizzare le ferie, presentare l’esperienza che avrei fatto al mio direttore di specialità. Ma anche comunicarlo alla mia famiglia, cercando di rassicurare tutti sul fatto che non sarei andata in guerra!»

Che situazione hai trovato al tuo arrivo in Ucraina?
«Siamo arrivati a Lviv il 15 febbraio alle dieci del mattino. Ci ha accolto un allarme per un attacco aereo. Abbiamo cercato il rifugio più vicino: un’accademia militare. Entrati, ci hanno portato nei sotterranei del palazzo. Lì abbiamo visto stanze di giovani ragazzini, appena diciottenni. Erano seduti ai banchi di scuola e indossavano l’uniforme. In città manca la fascia di persone dai venti ai quarant’anni. Gli uomini sono al fronte. Le ragazzine, maggiorenni, sono arruolate nel corpo di Polizia e addestrate in città. Mentre attraversavamo le stanze, i ragazzini ci guardavano e ridevano. Non so se ridessero di noi o dei video che guardavano continuamente sui cellulari, forse per noia. Il tempo scorreva lentissimo là sotto. Dopo qualche ora, al segnale di fine attacco le ragazzine-militari scattano in piedi. Si sistemano i capelli e il trucco per uscire all’esterno. Sotto il braccio, hanno borsette griffate. Ci ha accolto una situazione di sottosopra surreale e a tratti sconcertante, impossibile da capire se non vissuta direttamente.»

Questa esperienza da “medico da campo” ha rafforzato la tua motivazione o l’ha messa in crisi?
«Il nostro ambulatorio era un “van attrezzato”. Lo alternavamo con la stanza di un container in un campo profughi. Il magazzino dei farmaci era un rifugio all’interno delle strutture dei padri salesiani. Ogni mattina, la routine prevedeva: controllo dell’inventario dei farmaci; recupero di informazioni sugli spostamenti del giorno; lettura dei report delle missioni precedenti, in cui erano segnalati i pazienti più fragili che avremmo potuto incontrare. Poi ci immergevamo nel traffico di Lviv. Con noi c’era Larisa, una signora ucraina. Aveva vissuto in Italia qualche anno e ci faceva da interprete. Lavoravamo in un ambulatorio ad accesso diretto, quindi arrivava chiunque: gli abitanti sapevano che sarebbero arrivati i “medici italiani” per portare farmaci e cure mediche. Ci tengo a precisare che Mediterranea Rescue è l’unica Ong che è rimasta sul posto, a Lviv, con personale medico volontario da febbraio 2022 a febbraio 2024. Le altre Ong francesi o tedesche non sono rimaste a garantire una continuità. Io sono una pediatra: prima di partire, temevo che l’attività medica ambulatoriale sull’adulto non mi avrebbe entusiasmato. Però è successo il contrario: doversi arrangiare, con pochi strumenti disponibili, ha fatto riemergere in me i valori base come le garanzie di cura. Valori che, quando lavori in mezzo a mille problemi burocratici, a volte dimentichi.»

Hai mai avuto paura?
«Sì. Soprattutto quando partivano gli allarmi e molte persone scendevano con noi nei rifugi. Dopo due anni di guerra, gli abitanti di Lviv sono stanchi. Non interrompono quasi mai la loro attività lavorativa per scendere nei sotterranei, tranne quando ricevono avvisi via chat di attacchi imminenti. Quindi sì, quando fiumi di donne e bambini mi seguivano nei rifugi, un brivido l’ho provato

C’è un incontro o una situazione che terrai dentro per tutta la vita?
«Porto a casa alcune immagini forti. L’alleanza medico-paziente che si è riuscita a instaurare con gli abitanti dei container di Sykhiv, per esempio. Le prime visite erano tese, i loro sguardi sfiduciati. Non assumevano le terapie prescritte, non sorridevano. L’ultimo pomeriggio, invece, troviamo una lunga fila di pazienti. Non lo scorderò mai: ci stavano aspettando sotto la pioggia, con le schede per le visite in mano e il sorriso stampato sul viso. La seconda immagine che ricorderò non è altrettanto romantica. È il volto di un militare che soggiornava dai padri salesiani. Una sera, in preda a un forte squilibrio mentale, ha cominciato a fare minacce per avere una bottiglia di vino. Durante il colloquio animato che ne segue, dice che io non sembro “italyska” come gli altri. Per tutto il viaggio, c’è stata attenzione nei miei confronti per le origini “nord-africane”. Si respira un forte sentimento di nazionalismo-estremismo a Lviv, che sicuramente in questi anni di guerra si è intensificato. Un’altra immagine: una sera rientriamo dai padri salesiani e ci accoglie un torneo di calcio a undici. Le squadre erano costituite da ragazzi sui vent’anni, tutti mutilati. L’allenatore ci ha spiegato che le squadre di calcio di mutilati sono sempre più numerose in città. Si stavano allenando per un torneo in Polonia.»

Che compagni di viaggio hai avuto? Cosa hanno rappresentato per te?
«Il team è stato fondamentale. Ha reso quei dieci giorni forse i più belli della mia vita finora. È difficile da spiegare, ma ci siamo trovati subito in una sintonia di valori molto rara. Irene e Dario, medici infettivologi di Bologna; Piergiorgio, medico di Pavia; Paolo, counselor; l’attivista Vincenzo, ormai reduce dalla quarta missione a Lviv. Ci siamo tenuti a stretto contatto con le nostre emozioni. Ogni sera, dopo qualche birra ci aspettava la riunione di debriefing, in cui condividevamo le nostre impressioni e riuscivamo a razionalizzarle, anche solo per poco.»

Tornerai in missione? Cosa ti sei portata a casa?
«Sì, tornerò in missione. Vorrei attivarmi con Mediterranea Rescue per dar voce al gruppo di terra che esiste già a Verona. Mi sto informando per fare un’esperienza quest’estate nelle realtà destinate ai migranti del Mar Ionio. In generale, vorrei usare le ferie anche per operare nelle emergenze umanitarie. Quando sono rientrata a casa, ho provato un sentimento di privilegio. Mi sono sentita fortunata: grazie alla mia professione ho potuto operare in Ucraina in questo particolare periodo storico

Un pensiero o un consiglio che vorresti lasciare ai nostri lettori?
«Vi invito a guardare il documentario “20 Days in Mariupol” del regista, fotografo e giornalista ucraino Mstyslav Chernov. Ha vinto il premio Pulitzer per il giornalismo e l’Oscar per miglior documentario del 2024. Chernov e il suo collaboratore hanno interamente ripreso l’assedio di Mariupol. È terrificante e rispecchia, probabilmente, anche quanto sta accadendo a Gaza negli ultimi giorni. La guerra della disinformazione è l’unica guerra che dovremmo combattere

Miriam Rharbaoui Lugli nasce a Correggio il 22 luglio 1994. Si diploma al Liceo socio psico-pedagogico di Reggio Emilia. Frequenta l’Università di Medicina e Chirurgia a Modena, dove si laurea nel 2020. In piena emergenza Covid-19 ha lavorato come medico nelle province di Reggio Emilia e Bolzano. Nel 2022 entra nella scuola di specializzazione in Pediatria all’Ospedale universitario di Verona, dove attualmente vive e lavora.

 

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