Twin towers, vent’anni dopo la tragedia

qui New York, impressioni di settembre

Maurizio Scaltriti, correggese, vive a New York ormai da tempo. Abita a Long Island City, ad una fermata di metro da Manhattan, dall’altra parte dell’East River. È vice presidente della medicina translazionale del dipartimento di oncologia di AstraZeneca, dove coordina, assieme ad un collega, un gruppo di 300 ricercatori.

Lettore e amico da sempre di Primo Piano ci permette di considerarlo, scherzosamente, il nostro corrispondente da New York.

 

Il ventesimo anniversario della tragedia del 11 settembre qui a New York si vive “un po’ di più” che dalle altre parti. Ho parlato con persone che quel giorno hanno dovuto camminare per chilometri per arrivare a casa, sempre con lo sguardo puntato su quel fumo che saliva dalla punta meridionale di Manhattan. Avevano la pelle d’oca quando mi raccontavano quegli eventi. Anche chi sapeva di non avere familiari o amici coinvolti ha vissuto la cosa con una grande paura del presente e del futuro, quasi sapesse che da quel giorno nulla avrebbe potuto essere uguale a prima.

Non sono andato alle manifestazioni organizzate per l’occasione, molte delle quali qui a New York, per evitare assembramenti. Anche se la percentuale di vaccinati in citta è tra le più alte d’America e le manifestazioni erano all’aperto, a vent’anni dall’accaduto si ha più paura di un virus che del terrorismo.

Questo anniversario cade in un momento storico di forte divisione sociale, palpabile ovunque. Sono passati nove mesi da uno storico quanto delirante attacco al Campidoglio, che rese di colpo visibili a tutti il forte disagio e la profonda ignoranza di un piccolo esercito di balordi che, però, si sentivano di rappresentare una fetta ben più grande della società americana. Alle elezioni svoltesi qualche settimana prima fu chiaro a tutti che se il 48% dei votanti alle elezioni presidenziali aveva votato Trump, non si trattava semplicemente di opinioni politiche discordanti o di un voto di protesta. Il fatto che dopo quattro anni di una guida delirante del paese così tanta gente lo avesse votato di nuovo denunciava la profonda spaccatura che esiste tra coste e midwest, tra campagna e città, tra educazione e abbandono scolare. Per quattro anni abbiamo avuto un’amministrazione che ha magistralmente gettato benzina sul fuoco e cavalcato l’onda del disagio sociale, includendo nell’ultimo anno anche quella percentuale non trascurabile di novax/nomask/complottisti che pensavi potessero esistere solo nei film.

Nonostante New York sia una storica roccaforte democratica, non è cosi infrequente imbattersi in personaggi caricature di loro stessi, vittime più o meno indifese, inconsapevoli, di anni di attiva disinformazione mirata a strumentalizzarli. Per molte di queste persone non è più una questione economica, ma di odio e rabbia. Ho ascoltato qualche giorno fa un agricoltore del Kansas, intervistato dopo che la sua azienda è fallita perché i suoi lavoratori messicani sono stati deportati. Diceva che se tornasse indietro voterebbe comunque Trump. Cosa rispondi a questa persona? Ed è la stessa fetta di popolazione critica con i vaccini o, peggio, entusiasta di fantomatiche quanto pericolose cure fai da te, di cui sentite parlare (troppo) anche in Italia. Molti di loro sono solo succubi di governatori altrettanto miopi e conservatori che navigano a vista, snobbando gli esperti o i dati disponibili. Joe Biden e Kamala Harris avranno il loro da fare per ricucire il tessuto sociale, risollevare il paese economicamente e aumentare i posti di lavoro.

L’11 di settembre c’è stato silenzio e rispetto per la memoria ai caduti, insieme al ricordo dei tanti soccorritori di 20 anni fa. Mi hanno impressionato le vecchie foto dei centri trasfusionali, con persone in fila per ore per donare sangue. O le interviste al personale sanitario del centro ustionati della Cornell University. Nei mesi e anni successivi all’attacco terroristico la rabbia e la sofferenza hanno lasciato lentamente spazio allo spirito di ricostruzione. C’era un progetto, una torre da costruire, un museo da allestire, un vuoto da colmare. Ma sono passati venti anni, non sono pochi. E oggi, il 12 settembre 2021 sembra già un giorno come un altro, o almeno è la mia impressione: tra gente di fretta per la strada, negozi e ristoranti che cercano di riemergere dopo un anno e mezzo di vacche magre e voglia di normalità. Il tormentone di quest’anno era “dove ti trovavi l’11 settembre del 2021?”. E mi ha fatto ricordare che quel giorno ero a York, la vecchia York, quella nello Yorkshire, nel nord dell’Inghilterra. E mi ha fatto pensare quanta acqua è passata sotto i ponti, con una nuova normalità che ha soppiantato quella vecchia. Ma questo è anche il bello del tempo che passa, che ci fa abituare a tutto, o quasi.

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