Tutto lievita, caro il mio pane

L’effetto guerra sui prezzi di beni primari

Anche il settore agroalimentare non esce indenne dall’attuale contingenza di inflazione, apparentemente fuori controllo e talvolta ingiustificata. Il conflitto in Ucraina ha contribuito ad aggravare la situazione soprattutto sul fronte energetico, oltre che per la disponibilità di cereali: il nostro paese, notoriamente, non è autosufficiente rispetto al fabbisogno di questi beni. I consumatori si trovano a subire inermi questa situazione, che abbiamo cercato di rendere più comprensibile con l’aiuto di due addetti ai lavori. Marco Pirani è il presidente di Progeo, una delle più importanti cooperative agricole italiane nella raccolta di cereali, colture oleaginose e proteiche: le valorizza attraverso la trasformazione nei propri impianti industriali o la vendita diretta sul mercato. Gli abbiamo chiesto di spiegarci le ragioni di quest’impennata dei prezzi delle farine.

«In realtà gli aumenti delle materie prime cerealicole – chiarisce Pirani, riferendosi anche a quelle secondarie ma comunque rilevanti (sul piano zootecnico orzo e sorgo, fra le proteiche la soia e fra le oleaginose il girasole) – erano già iniziati nel 2021 dopo la campagna di raccolta del grano. Nelle nostre zone la produzione di quell’annata è stata ottima per qualità e quantità; nei paesi grandi produttori, in particolare il Canada per il grano duro, ci sono state al contrario produzioni scarse, che hanno fatto temere riduzione di disponibilità proprio in concomitanza con l’attesa ripartenza dei consumi per l’uscita dalla pandemia. I prezzi, al contrario di quanto ci si potesse aspettare dalla sola analisi della disponibilità interna, sono aumentati. Questa è la riprova di quanto le produzioni locali incidano veramente poco sui prezzi internazionali. Gli incrementi nel 2021 erano già stati del 25-30% per il grano tenero e del 20% per il mais. Le farine ovviamente avevano incominciato l’inseguimento dei listini di vendita, recuperando circa un 15% a fine 2021. Mentre i prezzi internazionali cominciavano a ridursi un po’, a fine febbraio lo scoppio del conflitto ha fatto impennare di un ulteriore 30-35% i valori di grano tenero e mais, due prodotti coltivati estensivamente in Ucraina. Ad oggi le farine hanno incorporato solo un 30% di rincaro rispetto ai prezzi di dodici mesi fa, non recuperando pertanto tutti gli aumenti reali delle materie prime e senza contare quelli di energia, trasporti, imballaggi. Se dovessimo formulare i prezzi delle farine sulla base degli aumenti effettivi non riusciremmo a vendere: al momento ci troviamo costretti a ridurre fortemente i nostri margini.

La stessa situazione è quella che si sta vivendo anche nel comparto dei mangimi zootecnici: l’alimentazione vale il 60-70% dei costi complessivi di allevamento, a cui si aggiungiono quelli energetici per trattori, riscaldamento e raffreddamento del latte. È evidente che anche le filiere degli allevamenti cercheranno di riposizionare i loro margini. Un automatismo non c’è: tutto dipenderà da se e quanto si manterranno le richieste di mercato, ma un aumento tendenziale di questi prodotti è probabile. Se così non fosse, molto probabilmente gli allevatori si vedrebbero costretti ad interrompere la produzione».

È quindi evidente che oggi non si possano escludere ulteriori evoluzioni nei mercati agro-alimentari, rispetto ai quali ci si interroga circa la messa in atto di speculazioni. «Le speculazioni finanziarie sui mercati delle commodities agricole ci sono sempre state – ci spiega Pirani – specie quando ci sono mercati così tumultuosi. Chiariamo però un punto: nessuno degli attori della filiera le genera mentre tutti le subiscono, indipendentemente dal fatto che siano cerealicoltori, mangimisti, mugnai, allevatori o altri produttori del comparto. Tutt’al più questi proveranno a scaricare gli incrementi sul consumatore, ma non è scontato che ci riescano. Per gli operatori non finanziari sono più interessanti prezzi stabili che consentono programmazione, investimenti, approvvigionamenti certi. Di sicuro con questi andamenti i margini si riducono, perciò nessuno li vede di buon occhio».

Purtroppo però non solo è difficile fare previsioni sull’andamento dei prezzi ma anche sulla durata di questa emergenza. «L’impennata prezzi – conclude Pirani – è legata anche alla temuta indisponibilità di consegne, sia di prodotto dell’anno scorso che per il nuovo raccolto (in Ucraina si deve ancora seminare mentre l’export russo è bloccato dalle sanzioni). Ad oggi i contratti esistenti sono stati rispettati, con qualche difficoltà e qualche revisione nei prezzi: l’approvvigionamento c’è stato senza carenze significative. È altrettanto vero però che se l’Ucraina non semina poiché parte del territorio non è disponibile e la popolazione è impegnata direttamente nei combattimenti, la ripercussione è destinata a durare ancora, così come se la produzione russa fosse indisponibile per il mercato europeo. Ci potrebbero essere soluzioni alternative dall’America ma servono deroghe per prodotti Ogm che, in quelle zone, sono molto diffusi e non tutti ammessi in Europa. In assenza di queste condizioni il prodotto europeo rischia di restare conteso, non tanto perché l’Italia comprasse molto in Ucraina e in Russia quanto perché chi acquistava in quei Paesi andrà a cercare prodotto in altri che hanno disponibilità come l’Ungheria, la Polonia ed il Kazakistan, dove normalmente va anche l’Italia. I mercati sono comunicanti e la domanda va dove può essere soddisfatta».

Due forni, unico problema, dice il fornaio

Marcello Benassi, titolare dell’omonimo forno di Correggio, conferma che il forte rincaro delle farine ha determinato un aumento del prezzo del pane di circa un 15%, tenendo conto del fatto che già dallo scorso anno il costo della farina è quasi raddoppiato. «Si è passati – ci spiega – da 0,34 euro al chilo ad oltre 0,60; inoltre sono aumentati altri costi come per esempio i sacchetti, da 4,2 euro al chilo a 10 euro, per non parlare dei rincari delle bollette. Io ho due forni, uno a gas ed uno elettrico: le bollette per entrambe le tipologie di sorgente energetica sono quasi raddoppiate». Benassi sostiene però che dal punto di vista oggettivo l’aumento del prezzo del pane non incide più di tanto sul portafogli del consumatore, soprattutto per il fatto che le persone che oggi comprano quantitativi di pane prossimi ad un chilogrammo al giorno sono veramente poche. È quindi evidente che anche di fronte ad un incremento percentuale molto elevato il costo effettivo per l’equilibrio dei costi di una famiglia, relativamente a questo prodotto primario, resta modesto: ciò nonostante i consumi sono diminuiti.

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