Tutti pazzi per la distopia?

Ma un segno meno non è la fine del mondo

Correggio sarà sommersa dal mare, e con lei mezza pianura Padana, almeno fino a Parma? È un’ipotesi suffragata da previsioni scientifiche: lo scioglimento dei ghiacci polari, l’innalzamento dei mari. Ma ci vorrà qualche secolo, e come cantavano i Nomadi “noi non ci saremo”. Per giunta molti altri fattori (una frenata del riscaldamento climatico, innovazioni tecnologiche benefiche, un calo demografico, insomma il rinsavimento di homo sapiens) potrebbero scongiurare l’avanzata dell’Adriatico, o rimandarla di una ulteriore manciata di secoli.

Ma per quanto ipotetica (non irrealistica, però ipotetica) sia la prospettiva della catastrofe, è sempre più frequente, nelle conversazioni, nelle fiction, nei libri, darla quasi per scontata. La parola distopia, quasi sconosciuta fino a dieci anni fa, è ormai di uso comune. Se noi boomers siamo cresciuti con una familiarità decisamente eccessiva con l’utopia, ora si convive quasi amichevolmente con la distopia. La fine del mondo – per essere più precisi la fine del genere umano, e non è la stessa cosa – trionfa in tutti i palinsesti. Il futuro non gode di molto credito. Oppure, quando viene ammesso nel cast, è una landa desolata, con i pochi sopravvissuti che si scannano per un tozzo di pane o una tanica di benzina.

Non poche circostanze recenti, si capisce, contribuiscono a costruire l’immaginario distopico. La pestilenza, la guerra, da quest’inverno forse il gelo e la penuria: è come se molte tra le piaghe del passato si riaprissero, e non ce lo aspettavamo. Vacillano molte delle certezze del benessere occidentale: la vita pacifica e ben nutrita, la certezza di avere chiuso per sempre i conti con la debolezza estrema che così spesso venne a levare il sonno ai nostri avi. I cingoli dei carri armati sotto le finestre non è un rumore che mettevamo nel conto di dover mai più sentire. L’eccesso di ottimismo, a conti fatti, è stato uno dei nostri più evidenti errori.

Ma una volta tracciato lo scenario, e avendolo riconosciuto, come effettivamente è, allarmante, la mia impressione (discutibile, ma è la mia) è che l’elaborazione distopica dei materiali che ci circondano sia fuorviante. Risponde al vizio, anzi al vezzo occidentale di trasformare tutto in spettacolo (che è un modo molto chic per buttarla in vacca) e, di pari passo, di non fare i conti con la realtà materiale.

La realtà materiale, lo vediamo tutti, è irta di incognite, e promette una certa durezza. Ma tra abbassare i termostati a 19 gradi, come ci toccherà fare, e morire assiderati con i lupi che ci rosicchiano le ossa; tra riallineare le nostre ambizioni di vita a condizioni economiche e sociali meno favorevoli, e vederci alla fame e all’addiaccio; ce ne corre.

Il timore è che l’abitudine al benessere sia, in Occidente, talmente radicata, che non riusciamo più a cogliere la differenza tra OGNI tipo di segno meno (uno o due gradi in meno di temperatura in casa) e la fine del mondo. Abbiamo talmente introiettato l’idea che tutto debba sempre, necessariamente migliorare, che ogni accenno di peggioramento produce panico. Eppure nel peggioramento, se vissuto con curiosità e intelligenza, si può perfino migliorare. E dunque, piuttosto che dondolarci sull’abisso della distopia, sarebbe più saggio investire le nostre energie (quella del cervello, almeno sulla carta, è rinnovabile) sulla quotidiana, ingegnosa, paziente convivenza con il presente. Non con il futuro che non c’è, non con il passato che ritorna: ma con il presente, che è la sola certezza che abbiamo.

Dunque bene le boule dell’acqua calda e i maglioni pesanti, male fare testamento alla prima nevicata. Bene riciclare gli avanzi, male pensare che il cannibalismo sarà presto la sola forma di alimentazione umana. Alle serie Netflix sugli zombie, preferire i film d’amore, che come è noto scaldano. Poi la primavera arriva, come sempre, quando uno non se l’aspetta.

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