Trent’anni di dialetto nostrano

La compagnia teatrale “Gli Amici di Mandrio”

Qualche sera addietro ho fatto un salto a San Martino in Rio per assistere alla commedia in dialetto “Ans mov foja che la mujera l’an voja”, messa in scena dalla compagnia “Gli Amici di Mandrio”.
La sala è colma di persone, di una età diversamente giovane. Mi salutano due coppie con un’espressione quasi mortificata, come per scusarsi di essere lì, ma «Sai, ogni tanto due risate…». É naturale e d’altra parte è appena stata tradotta una tavoletta cuneiforme trovata a Ur, città sumera di cinquemila anni fa, che riporta uno sketch tra un cliente e un lavandaio; da allora (ma forse da molto prima) non si è mai smesso di ridere. Anche stasera succede così, grazie al sapore popolare del dialetto, alle gag, agli equivoci immancabili. Noto che non si fa leva sulla lingua grottesca o maccheronica, ma è un nostrano dialetto nelle sue espressioni più vivaci e fresche, qualche volta persino elegiache e alla fine ci sta anche una morale sull’accoglienza. Al termine della serata avvicino l’autrice e regista Antonella Sassi e prendo un appuntamento per una intervista.

 

Antonella, le commedie le scrivi tu?
«Certo, quasi tutte e ti dico qualche titolo se vuoi; sono tante, perché abbiamo iniziato nel 1988, praticamente ero una bambina; ma un vero inizio con commedie mie lo porrei nel ‘98, quando avevo due bimbi piccoli. Fu Don Fernando Borciani che mi spinse a mettere in scena prima “Cenerentola” e poi a coinvolgere i ragazzi di quindici, sedici anni, che, essendo quasi tutti figli di contadini, avevano un po’ di dimestichezza col dialetto».

 

Ma tu, in casa coi tuoi familiari, parlavi in dialetto?
«Sì, certo; per me, come ho sempre detto, è molto importante. Nel ‘96 abbiamo messo in scena “I spos prumess”, in un adattamento immaginato in Emilia, e qui c’è il copione.

Leggo una battuta al volo: “Veh! Al trio lescano ad Mandri, sèiper adré a mover la léngua; mò la srà stòfa, fèla arpunser”. Un’altra: “Csa gò?! A gò che cl’èsen ad Pròsper, par fèr orden in cantèina, l’ha abbù mèzzi al butegli dal vèin”. La ragazza che interpretava Lucia era di Bari: le abbiamo dovuto insegnare il dialetto! Quando avevamo dubbi sulla lingua ci rivolgevamo ai vecchietti del paese che ci dicevano: “Ché as dis acsé” e la cosa era risolta. La prima delle commedie l’abbiamo fatta sempre a Mandrio e poi le abbiamo portate alla “Vicentini”, a Rio e nelle frazioni vicine; anche a Reggio in alcuni Circoli; a Festa Mandrio siamo andati per diversi anni».

 

Dove provate?
«Si inizia sempre a casa mia perché è molto spaziosa, ma poi si va nel teatrino parrocchiale, accanto alla chiesa. Proseguo coi titoli: “Al tesor dal sit” dove si vendemmiava; devi sapere che nelle mie commedie metto sempre una attività, un lavoro. In questo caso c’è la vendemmia e c’è la pigiatura con la “navasa” in scena».

E il tesoro è il vino, il lavoro o si trova sotto terra?
«Esatto! Si trova sotto terra il gas, ma non sto a raccontarti la trama. Qualche volta prendo spunto da commedie, dai film, ma gli argomenti che prediligo sono la famiglia, i figli, i soldi, i vicini di casa. Un altro titolo è  “L’ereditè ad la vècia” dove i parenti, interessati più ai soldi che alla salute della vecchia in carrozzella, le sono tutti attorno a tavola, ma lei si alza, “prende su” e se ne va. Poi è seguita “Che fòla sta fòla” dove un giovanotto, in cerca di una fidanzata, non si accorge di averla molto vicina, praticamente in casa e la madre lo apostrofa in questo modo cercando di aprirgli gli occhi. Proseguiamo con “An s’nin pòl piò” e finalmente è la volta di  “‘na laveda e ‘na sugheda”, storia un po’ piccante con la ricerca di una moglie, che però  ha  un passato un poco libertino, ma, se c’è la convenienza, con “una lavèda e una sughèda” anche certe cose tornano come nuove.

 

 

Per la scenografia ho preso spunto dal lavoro al caseificio, perché sono nata vicino a un caseificio. Abbiamo portato in scena una grande attrezzatura del casello di Mandrio, per fare il formaggio».

 

Ho notato che ti avvali del supporto di alcuni baldi giovani: ti ascoltano?
«Sì, sono molto bravi e d’altra parte, per fare questo, occorre essere uniti, impegnarsi e divertirsi insieme. Pensa che dalla compagnia sono nati i cicciolai, i norcini. Sono diventati campioni più di una volta a Campagnola. Però nelle commedie è meglio sostituirgli il vino col chinotto…

“Tòla dolsa”, parla degli scontri tra suocera e nuora e mi fermerei qui, anche perché l’ultima l’hai vista e non vorrei abusare della pazienza dei vostri lettori».

 

Sì, mi è sfuggita l’ultima battuta: «Me a sun un pasijnt ch’a me spasijntés e quand a me spasijntes a perd la pasinsia».
Grazie Antonella, una lunga e interessante storia della nostra provincia, che ha fatto a voi e a tanti che vi hanno seguito ed applaudito una bella compagnia. E, a proposito di Compagnia, elenchiamo i nomi delle ragazze e dei ragazzi:

Sassi Antonella,  Schiatti Fabrizio,  Ferrari Luca, Vezzani Gabriele, Lusuardi Matteo, Galiotto Gianni, Catellani Angela,  Catellani Mara,  Catellani Silvia, Bellelli Cristina.

 

ERRATA CORRIGE: Nello scorso numero di Primo Piano, in riferimento all’articolo sulla compagnia di Fazzano, abbiamo inserito alcuni nomi che appartengono alla compagnia “Al Surbèttt” di Cognento: Maria Luisa Magnani, Alessandro Braglia, Stefania Bartoli, Andrea Accorsi, Paolo Gorrieri, Ida Morellini, Gabriele Salsi, Stefano Santachiara, Riccardo Pignagnoli, Laila Cilloni. Ce ne scusiamo.

Recitano invece nella compagnia di Fazzano: Fausto Guidetti,  Zelinda Cavazzoni, Emanuela Gobbi, Francesco Morlini, Dunnia Gombia, Corrado Masina, Rita Severi, Simone Ferrari, Franca Cavazzoni, Egidio Bussei, Malvolti Marinella.

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