Tranquilli, cinefili: Il vostro amato non vi lascerà

Il cinema è immortale, parola di Daniele Vicari

È sempre un grande piacere conversare con Daniele Vicari. Ogni volta che lo si incontra, lungi dal parlare solamente di sé e del suo lavoro, riesce sempre ad inquadrare problemi, suggerire punti di vista, descrivere fatti o idee in modo originale. Cineasta-autore rigoroso e di grande spessore, conosciuto per film come “Velocità massima”, “Diaz”, “Prima che la notte”, “Orlando”, per documentari come “Uomini e lupi”, “La nave dolce”, “Il mio paese” e per libri come il bellissimo “Emanuele nella battaglia” o il recentissimo saggio “Il cinema, l’immortale”, ha sempre posto il reale contemporaneo al centro della sua opera. A Correggio è ben conosciuto ed apprezzato da quando, nei secondi anni ‘90, ha scritto e co-diretto i documentari “Partigiani e Comunisti”.

L’incontro correggese per la presentazione del citato volumeIl cinema, l’immortale” (Einaudi) – una godibilissima, profonda ed illuminante serie di riflessioni sullo stato della “settima arte” che consigliamo a tutti di leggere – si è trasformato in una bella occasione per ragionare non solo sul presente, ma anche sul passato e, perché no, sul futuro del cinema. Il volume parte da una constatazione: da più parti si lamenta la morte del cinema. Per lo più, i colpevoli vengono individuati nella rete, nelle piattaforme e nella serialità che, con la complicità del covid, hanno portato alla chiusura di molte sale. La morte del cinema è già stata annunciata altre volte, all’avvento del sonoro e della televisione, ad esempio. Ma di cosa, esattamente, ora si lamenta la scomparsa? Delle sale cinematografiche, cioè di una specifica modalità di fruizione dei contenuti audiovisivi? O dei film, cioè di una specifica forma audiovisiva?

Nel 1955 in Italia si vendevano più di ottocento milioni di biglietti ed esistevano diecimila schermi (cioè sale): cinquant’anni dopo, prima delle piattaforme e dopo la diffusione della tv, i biglietti venduti erano cento milioni e gli schermi attivi cinquemila, molti aggregati in multiplex e concentrati nelle città maggiori; che la serialità esisteva già ai tempi del cinema comico, nei primi due decenni del novecento. Quella che noi percepiamo come forma ideale dell’audiovisivo (immagine con determinate proporzioni, durata 100 ± 10 minuti) non è che uno standard industriale fissato nei loro tempi d’oro dagli studios di Hollywood per ottimizzare gli incassi, grazie ad un numero prefissato di proiezioni quotidiane in sale che, nell’organizzazione americana, erano di proprietà delle stesse case di produzione. Daniele ci fa anche notare un altro aspetto: mai come ora siamo sommersi dall’audiovisivo. Lo vediamo su miriadi di schermi diversi che si muovono con noi, superando di gran lunga la tv in efficienza distributiva. Ci dice anche che, ad esempio in Nigeria, si producono più o meno millecinquecento film l’anno, in India più di duemila: chi li ha visti?

Certo, siamo spaventati dalla prospettiva che la visione collettiva, in sala, possa scomparire, atomizzando ancora di più una società che già lo è in modo preoccupante. Ma non è pensabile un’alleanza tra le sale e le piattaforme? Con gruppi di spettatori che si organizzano per vedere film da loro scelti e forniti dalle piattaforme stesse?

Ci spiega che un telefonino, dotato di una app che costa meno di venti euro, si può trasformare in una macchina da presa professionale, con controllo del fuoco, del diaframma e risoluzione 4k, una definizione di gran lunga superiore a quella delle vecchie pellicole. E che gli antichi studi di montaggio, collocati in enormi edifici con chilometri e chilometri di pellicola sviluppata, giuntata e riprodotta, sono stati sostituiti da un computer, con cui si possono editare video e audio, comodamente, nel salotto di casa. Usando questa tecnologia alla portata di tutti, lo stesso Daniele ha realizzato a distanza, durante il lockdown, il film “Il giorno e la notte”, indicando agli attori, rinchiusi nelle loro case, dove posizionare il telefonino/macchina da presa, dove posizionare le luci (con il direttore della fotografia collegato), cosa mettere a fuoco (con l’operatore collegato). Il film è stato acquistato dalla Rai dopo aver superato i dovuti controlli che misurano la qualità audio-video: niente da invidiare, dal punto di vista tecnico, ai film proiettati in sala.

Poi arriviamo al tema clou del libro presentato a Correggio, che a Daniele sta più a cuore. E lo introduce premettendo un raccontino. La voglia di scrivere il libro, di riflettere sullo stato dell’arte e dell’industria cinematografica, gli è venuta in treno. Di fronte a lui una giovanissima con cuffiette bluetooth d’ordinanza sta concentratissima sullo schermo del telefonino a guardare chissà quale porcheria, rispondendo nel frattempo a qualche molesto WhatsApp. Mentre va in bagno, Daniele non può trattenersi dal dare una sbirciatina a quello schermo così magnetico: la ragazza stava guardando nientepopodimeno che “2001: Odissea nello spazio”.

Come si diceva, siamo sommersi da immagini in movimento. E siamo anche in grado di produrne tante, facilmente. “Leggiamo” e “scriviamo” il linguaggio audiovisivo. Eppure – è su questo che insiste Daniele – questo linguaggio non viene insegnato nel senso tradizionale della parola, vale a dire a scuola. Sì, qualche laboratorio, qualche insegnante volonteroso. Si insegna il disegno, anche la prospettiva, come si insegna la storia dell’arte, ma non si insegna il linguaggio audiovisivo. Da profondo conoscitore della storia del cinema, Daniele cita i grandi teorici e autori che, fin dalle origini, hanno sottolineato come alla grande diffusione delle immagini in movimento si dovrebbe accostare l’alfabetizzazione a questo linguaggio: da Béla Balázs a Dziga Vertov, che addirittura sostituiva la parola “alfabetizzazione” con “cinematizzazione”. Ma evidentemente questi appelli non sono serviti a molto.

In conclusione, sostiene Daniele, che si parli di estetica e contenuti o di organizzazione industriale, grande è il caos che regna nel mondo dell’audiovisivo. Ma il caos è pieno di energia, piuttosto è l’ordine che è mortifero. Il cinema si trasforma continuamente, ma è immortale.

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