Tra bottega e camera oscura, la fotografia è musica

Il culto del nostro “Barri” per le foto analogiche

Scrivere di un artista, chiunque egli sia, è un atto molto delicato.
È spesso sfidante trovare le parole giuste senza essere il filtro tra l’arte e il lettore, senza mediare il messaggio che le opere di un’artista deliberatamente cercano di esprimere.
Ancor più difficile è descrivere un artista che conosci bene e di cui conosci i lati più insidiosi e nascosti, come in questo caso. Marco Barigazzi, venticinque anni, correggese di nascita e noto ai più come Barri, o come il ragazzo della Galera, il cantante dei MadBox, a volte fotografo per Jazz Correggio e altre per Casa Spartaco, si avvicina alla fotografia in modo graduale. Dopo una fase embrionale di sperimentazione, sceglie la fotografia analogica come medium: lo affascina perché è tattile, lo fa sentire a suo agio, e la resa finale è molto più appagante. Ci troviamo a parlare del suo rapporto con l’arte, la fotografia, quindi la musica. Il nostro è un confronto aperto, uno di quelli in cui cerchi di metterti in gioco, rivedere le tue posizioni e imparare quanto più possibile da chi ti siede accanto. Ci legano il Liceo Rinaldo Corso e Correggio, due mondi a volte contrastanti: un incubatore di ispirazioni e, per contro, la realtà provinciale che spesso tarpa le ali.

Ci confrontiamo sulla realtà attuale del settore culturale: Marco prontamente mi rivela che, a parer suo, focalizzarsi solo su quel che qui non c’è mette in secondo piano tutto quello che invece c’è, ma si nasconde e devi cercarlo, letteralmente.

Denota anche il bias, il pregiudizio, di noi giovani nella concezione di cosa significa apprendere qualcosa; convinti che il mondo ruoti intorno al networking e alle scuole dai nomi altisonanti, ignoriamo spesso le connessioni durature, quelle che portano i frutti nel breve e nel lungo termine.

Poi Marco aggiunge, «a Correggio sono molto legato, è per me un luogo di grande ispirazione, dove ho trovato grandi maestri sempre disponibili all’insegnamento a tu per tu, quello che mi piace». Lo stesso insegnamento che ricorda l’andare a bottega dai grandi artisti, dove le ore scorrevano concentrati sulle minuzie delle opere. Nel suo caso, la bottega è stata conoscere Guglielmo Scollo e Riccardo Lazzaretti, fotografi correggesi e punti di riferimento per qualsiasi suo dubbio o curiosità.

Eppure la fotografia non è stata la sua prima espressione artistica. Per anni Marco è stato il cantante dei MadBox – gruppo musicale correggese – oltre ad aver studiato musica al conservatorio Arrigo Boito di Parma. Seppur ancora importante nella sua vita, al momento la musica l’ha messa in pausa, per dedicarsi attivamente alla fotografia, ma mi spiega che «sono due mondi poco distanti fra loro, nella mia quotidianità si alimentano a vicenda. Continuo a scrivere musica e credo che la musica possa dare tanto alla mia fotografia e viceversa».

Se la musica è stato il suo primo modo di fare arte e comunicare agli altri chi è, alla fotografia invece si avvicina progressivamente: dapprima sperimentando con le macchine fotografiche dei suoi genitori e poi approfondendo grazie ai saperi di Marcello Baboni, esperto di arti visive e ad oggi suo caro amico.

Insieme conveniamo su quanto la fotografia assuma un valore amplificato quando è condivisa. Infatti, da un atto individuale e di grande concentrazione come scattare una foto, proprio a Correggio, Marco ha creato la sua camera oscura personale, per poi trasformarla in sede di parties, vere e proprie serate dove imparare a stampare i negativi fotografici: «È tutto nato dal mio desiderio di indipendenza, atto ad arrivare a stampare le mie fotografie in autonomia. Non volevo solo creare una camera oscura, ma gestirla interamente da solo. La trovo una cosa talmente bella e degna di attenzione che, non appena ho iniziato ad essere discretamente capace, ho voluto condividerla, affinché questa pratica non si perda del tutto». Il primo party è avvenuto l’inverno scorso: ogni invitato poteva portare con sé un negativo e Marco l’avrebbe aiutato a stamparlo. Mi racconta di come ogni partecipante si dimostrasse stupito, spesso inconsapevole del processo che sottende la creazione di un’immagine e soprattutto l’importanza dell’attesa.

«Per stampare una foto finita impiego una decina di minuti, all’inizio impiegavo tra un’ora e mezza e due ore. È un approccio molto diverso da quello a cui siamo abituati oggi, in cui basta scattare una foto e condividerla. Questo è un lavoro difficile che richiede un vero e proprio studio: ogni immagine è sinonimo di sforzo e dedizione; un’immagine “bruciata” non si può scattare di nuovo».

Ad oggi Marco ha molti progetti in corso. Lo scorso Marzo, durante un viaggio a Londra, decide di spostarsi ad Hastings per conoscere Robin Bell, importante stampatore britannico, tra i più rinomati stampatori in camera oscura e precedentemente parte del Joe’s Basement. «Volevo dimostrare a me stesso fino a dove potevo spingermi, che potevo andare a bottega anche da fotografi e stampatori di fama internazionale. Anche se Robin non ha potuto offrirmi un lavoro, mi è stato molto d’aiuto. Successivamente a Milano ho conosciuto Tony d’Ambrosio e Massimo Mangione dello studio De Stefanis: da settembre inizierò a collaborare con loro, anche grazie ad una referenza scritta di Robin Bell. Per me sarà come andare a scuola, cercherò di apprendere il più possibile!».

E non solo, se siete curiosi di partecipare alla camera oscura, il sette e l’otto ottobre, in occasione della Festa del Racconto a Carpi, Marco terrà tre workshops da due ore l’uno dove potrete stampare i vostri negativi fotografici guidati dalla sua esperienza. Se non ne avete, vi saranno forniti.

Potremmo continuare a parlarne per ore. 

Prima di salutarci mi rimane impressa una frase: “Se una cosa fa parte di te rimane, prima o poi torna”. Un monito che non è sempre e solo da dove vieni, ma ciò in cui credi e a cui aspiri, a fare la differenza. Sono sicura che il percorso di Marco possa essere di ispirazione per molti, intenti a intraprendere un percorso ambizioso, dentro e fuori i portici di Correggio.

Grazie Barri.

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