Tonino Tirabassi e la compagnia “Arcobaleno”

Il dialetto, una lingua sentimentale

Sono ben quattro le compagnie di teatro dialettale del nostro territorio: Fazzano, Fosdondo, Cognento (ex Canolo) e Mandrio. Rappresentano una importante memoria storica, di un mondo che va scomparendo, di una lingua avvincente, colorita, ironica, che il progresso industriale fatica a cancellare. Il nostro giornale inizia un percorso intorno al teatro dialettale, incontrando il regista della Compagnia “Arcobaleno” di Fosdondo, Tonino Tirabassi, che è anche l’autore di tutte le commedie rappresentate.

 

Tonino, c’è ancora interesse intorno alla rassegna dialettale?

«Non per vantarci, ma quando ci sono queste serate il nostro teatro è pieno».

 

Te lo confermo; vi ho visti recentemente in “Spread, strass e strip”.

«È una commedia di alcuni anni fa, ma visto che lo spread non cala, è ancora molto attuale! Gli        spettacoli che facciamo li scrivo tutti io e cerco sempre un argomento attuale, del momento in cui scrivo; dopo alcuni anni sono datate. Questo dello spread resiste».

 

Come è iniziata questa avventura?

«Ho cominciato facendo recitare i ragazzi alla scuola elementare, ai tempi dei “Decreti Delegati”. Ero un genitore degli anni ottanta e mio figlio maggiore è appunto del ‘74. Si son fatte cose bellissime, che ancora si ricordano: “Canto di Natale” di Dickens, “Il principe felice” di Oscar Wilde, “L’uccellino azzurro” di Meterlinck. Pensa che recitavano 52 bambini, cinquantadue personaggi…una follia! Ma bisogna anche dire che c’erano maestre eccezionali come Marta Gherardi, la Soldani, la Giovanetti, Laura, Graziella…Non vorrei dimenticare qualcuna. Era importante far capire che uno spettacolo si fa con tutti, indipendentemente dalla lunghezza della parte; tutti avevano lo stesso valore e i ragazzi l’hanno compreso».

 

Come hai proseguito?

«Quando hanno chiuso la scuola a Fosdondo, i ragazzi, nel frattempo cresciuti, hanno espresso il desiderio di riprendere col teatro. Abbiamo allora chiesto di poter utilizzare i locali dismessi. Era il 1992 e in quell’anno abbiamo speso settecentomila lire di luce per riscaldarci coi termosifoni elettrici: le stufe non si potevano accendere per motivi di sicurezza. Abbiamo riavviato, insieme al parroco, il teatrino locale e sono iniziati gli spettacoli, che venivano replicati per tre sere. Era sempre tutto esaurito! Visto il successo, da lì siamo passati alla bocciofila “Vicentini”».

 

E a Correggio?

«Siamo approdati a Correggio nel 2002, grazie ai Lions, dopo gli spettacoli di Pavarotti, Griminelli e Ligabue: ag vol sol di matt, era insomma un bel rischio. Considera che a Correggio il teatro dialettale è sempre stato considerato un teatro da meno, mentre la mia aspirazione è quella di dimostrare che il dialetto è sempre stato la nostra lingua, la lingua di tutti; si parlava in dialetto col sacerdote, col medico, col notaio. Tengo a precisare che non è la lingua delle scurrilità, delle volgarità, ma della vita intera, nelle gioie e nei dolori».

 

Scusami Tonino, faccio un passo indietro, ma a scrivere come hai iniziato?

«All’inizio ho sistemato alcune cose lette, alcuni “canovacci”, che mi sono serviti per la mia prima   “Amòr sòta la tòr”. E’ andata bene e allora abbiamo proseguito, cercando di raccontare i temi sociali: la famiglia come bene principale, l’amicizia, la parola data, ma anche le case di riposo con “Villa Fiorita” del ‘94. Naturalmente qualche battuta, qualche intreccio ironico che sfocia nella risata ci sta, occorre prevederlo, ma a parer mio non è necessario far sghignazzare. La volgarità non è il mio stile, ci vuole rispetto per il pubblico. A volte la commozione che ho visto sul volto degli spettatori è altrettanto importante. Quando ottieni l’attenzione e il silenzio per dieci minuti, per me è una grande soddisfazione».

 

Soddisfazione, ma anche fatica immagino.

«Ogni volta che termina un nostro spettacolo ho la maglia bagnata per la tensione!

Ho scritto dodici commedie, tutte depositate alla Siae e portiamo a teatro solo quelle».

 

In quale lingua le scrivi? Tutte in dialetto?

«No, mai tutte in dialetto, diciamo metà e metà, perché devo interessare anche il pubblico che non ha tanta dimestichezza con la nostra lingua e non comprenderebbe bene. Intervallando il dialetto con la lingua italiana tutti possono seguire».

E siamo giunti alla rassegna dialettale del Teatro Asioli, quindicesima edizione.

«Anche quest’anno siamo presenti con due commedie: “Spread, strass e strip”, già rappresentata il 27 ottobre e “Mè at denunsi”, che porteremo in aprile».

 

Puoi anticiparci qualcosa?

«Di solito non lo faccio mai, ma faremo una eccezione per Primo Piano. Parliamo dello spettacolo che deve ancora andare in scena, “Mè at denunsi”. Oggi in Italia abbiamo tanti avvocati, perché le leggi, la televisione, i giornali insegnano che a far causa a qualcuno si può ottenere qualcosa o si può diventare qualcuno. Ecco il punto, così saltano fuori i difetti del mondo d’oggi: basta fare gossip per farsi pubblicità. Penso che la commedia farà divertire, ma anche riflettere. Dicono che una risata allunghi la vita; noi desideriamo regalare a tutti qualche minuto di vita».

 

Ringraziando Tonino per la disponibilità e la cortesia, concludiamo citando i nominativi della Compagnia “Arcobaleno”. Attori: Matteo Marani, Paolo Catellani, Lauro Spaggiari, Adriano Sorio, Isabella Aldrovandi, Lorena Vezzani, Alain Marchi, Anna Ligabue, Margherita Borghi, Francesca Franzoni, Alessandra De Matteis, Manuele Ambroggi, Giuseppe Catellani; Aiuto palco: Vincenzo Catellani; Costumi: Olga Ognibene; Suggeritrice: Mariella Magnanini; Fonico: Claudio Romani.

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