Sulle scene da mezzo secolo

La favola del Gruppo teatrale di Mandriolo

“Benvenuti a teatro. Dove tutto è finto ma niente è falso”. Mi risuona nella mente la frase del compianto Gigi Proietti per introdurre la bella storia che mi accingo a raccontarvi. Non ne ho compreso il significato intrinseco finché non mi sono trovata a tu per tu con Donatella Zini, a chiacchierare degli ultimi cinquant’anni di vita del Gruppo Teatrale di Mandriolo. Penserete che sia matta o che il mio sia un errore: “ultimi cinquant’anni”… No, Signori miei. Io sono certa che il GTM abbia di fronte a sé altrettanti anni di gloriosa carriera, perché è ancora tanto il contributo che può esprimere al servizio della comunità. Di norma trascrivo le interviste che faccio, ma questa volta non mi è possibile. Innanzitutto perché “la Dona” è un fiume in piena di ricordi e poi perché la storia va raccontata senza interruzioni, così: lunga, piena, felice, faticosa, entusiasmante, prolifica e gloriosa. Da ultimo, perché la storia di questo gruppo è fondata sulle persone che in esso hanno trascorso la loro vita, speso il loro talento ed anche, alle volte, costruito una famiglia. Molti di loro ci sono ancora, altri non ci sono più. Ed è alla loro memoria che questo articolo è dedicato.

C’era una volta un piccolo teatrino parrocchiale nella frazione di Mandriolo, tra le nebbie e le campagne correggesi, attorno al quale, nel 1970, da un’idea dell’allora giovanissimo Giorgio Grisendi, si formò un gruppo di giovani diretto da un uomo di grande cultura, appassionato di cinema e teatro: Arrigo Vezzani. Il gruppo cominciò a definirsi con l’ingresso di Corrado Lugli, conoscitore della letteratura inglese (non ancora prof.!) e interessato al teatro, Adolfo Ghidoni, Fernando Foroni, Giorgio Rustichelli (la cui simpatia era travolgente) e Paolo Bernardelli. L’approccio che il gruppo aveva con l’arte teatrale non era affatto semplicistico o di puro intrattenimento: si vedeva già un’impronta prettamente intellettuale che traspariva dalle scelte delle prime rappresentazioni. Una regia molto curata faceva da sfondo a grandi personalità, le cui differenti capacità, passioni e competenze venivano portate in scena in modo magistrale. Tra queste spiccava Paolo, che da sempre dimostrava una predisposizione al teatro di parola. Studiava i doppiatori ed era attento alla preparazione vocale: dizione, intelligibilità, articolazione. La sua rimane la voce più bella e profonda del nostro teatro, ma aveva anche il dono della scrittura, era un fine traduttore ed eccezionale maestro della parola, nonché cultore della lingua classica.

Corrado, dal canto suo, era sempre stato più legato al lato estetico, oltre che al teatro shakespeariano. Per un periodo si occupò anche dei costumi e delle scenografie insieme a Giorgio Grisendi, “falegname” del gruppo. I costumi spesso venivano disegnati da Corrado e realizzati nel negozio della Signora Barbieri a Modena. Non mancavano le donne, in questo primo nucleo indigeno. Come non ricordare Fulvia Rustichelli, Rita Casarini e Flora, che veniva da Rio Saliceto, o Sara Liuzzo, trapiantata a Correggio dal sud. Moltissimi di loro avevano una predisposizione alle lingue: questa proprietà linguistica faceva sì che i testi spesso venissero rimaneggiati ed anche tradotti direttamente dall’originale, creando così soluzioni dalla forte impronta personale. Una costante che si è mantenuta, anche sotto la direzione successiva di Donatella.

Nel 1975 il gruppo crebbe. Arrigo cercava persone sempre diverse, una necessità derivata anche dall’idea di portare in scena un intero romanzo: “La passione secondo noi stessi” di Giuseppe Berto, opera con moltissimi personaggi e differenti ambientazioni; ciò richiedeva una scenografia enorme, su più livelli. Le dimensioni erano tali che fu spesso rappresentata nelle chiese, perché non poteva essere ospitata in molti teatri. Arrigo attinse attori anche dai comuni limitrofi: ecco che da Fabbrico entrarono nel gruppo Donatella Zini e Silvio Panini, spirito critico ed anima “contestatrice” della compagnia, artista sempre teso alle novità ed a un linguaggio più moderno, talvolta sperimentale. In quell’occasione anche le collaborazioni furono straordinarie: l’allora giovanissimo maestro Uberto Pieroni scrisse di suo pugno il tema musicale per ogni personaggio importante. Verso la fine degli anni ’70 venne messo in scena “Picnic” e fu in quel momento che una giovanissima Gloria Messori, altra colonna portante del gruppo, entrò in compagnia. Qualcuno poi se ne andò, scegliendo strade differenti e progetti personali: negli anni ‘80 il primo fu proprio Panini e dopo di lui Grisendi, entrambi a capo di due nuove compagnie teatrali; poi fu la volta di Corrado. Durante le prove maturarono anche storie d’amore, come quella tra Donatella e suo marito, Rossano Zanichelli, oppure tra Paolo e Gloria. Erano anni in cui si facevano sette o otto repliche in giro per vari teatri ed i finanziamenti derivavano sempre ed esclusivamente dalla vendita dei biglietti. Un aspetto importante di quegli anni fu la (trentennale) collaborazione con le scuole: Arrigo, come insegnante, ebbe sempre la fiducia da parte delle direzioni scolastiche, che gli permettevano di montare spettacoli veri e propri, facendo le prove coi ragazzi a scuola; tanti furono i giovani che recitarono per un periodo di tempo, o recitano tuttora, col Gruppo Teatrale di Mandriolo! Tra i nomi “celebri”, Betty Vezzani e Gabriele Tesauri. Dalla collaborazione con le scuole sono nati altri due rapporti eccezionali, con Tersilla Benvenuti e con Ilva Manicardi, vero e proprio deus ex machina delle scenografie, trucco e costumi delle più recenti produzioni del Gruppo; portatrice di armonia e pace, dotata del vero gusto d’artista e del senso d’insieme, Ilva è oggi, insieme a Donatella, il cuore del GTM. Nei cinquant’anni vi sono passate una miriade di persone, 200 o forse più, soprattutto ragazzi che ora sono adulti. Tra le esperienze artistiche vanno ricordate le partecipazioni al film in due puntate sulla Rai “I misteri della bassa” di Aldovrandi, il doppiaggio dei personaggi di due videogiochi, i corsi di dizione per Rete Emilia 81 (fondata da Carlo Venturini) che poi ha portato Donatella a fare il TG sull’emittente per cinque mesi, collaborazioni per Telereggio con atti unici corti… Un periodo di grandissimo fermento che, però, rischiava di concludersi con lo scioglimento, per varie vicissitudini: così, nel 2014, sarà Donatella a prendere in mano le sorti della compagnia, curandone la regia. Esordisce con “Arsenico e vecchi merletti” per poi raggiungere l’apice con “Una città nel paiolo”, che metteva in scena la storia di Leonarda Cianciulli, e termina (ad oggi) due anni dopo con “L’anima buona del Sezuan”.

Tra le costanti vi è stata la difficoltà di trovare testi con tanti personaggi, perché sono sempre molti coloro che desiderano recitare: per permettere a tutti di esibirsi furono dati doppi ruoli, alternando gli attori. Un’altra collaborazione fondamentale in anni recenti è stata quella con Marcello Casarini, grande videomaker correggese, capace di creare con i suoi montaggi suggestioni e ambientazioni di straordinaria efficacia. Sperimentare, mescolare, creare sono imperativi incancellabili nel DNA di questo gruppo e di chi lo conduce. Fortissimo è il legame emotivo che lega tra loro persone e generazioni diverse, ed è proprio questa eterogeneità che da sempre costituisce la vera ricchezza della compagnia. Nessun personalismo, nessun desiderio di primeggiare, ma costruire prova dopo prova il proprio personaggio, nel confronto costante con gli altri attori e con il regista; porsi al servizio di una comunità, non solo per intrattenere ma anche per educare, privi della presunzione di ritenersi superiori ad altri.

Difficile di questi tempi avere la visione di cosa poter fare in futuro, quando le porte dei teatri sono così drammaticamente chiuse. Ma per un gruppo che si è formato nel teatrino parrocchiale, che ha recitato ovunque, che è sempre stato capace di reinventarsi e di adattarsi alle necessità, oltre che di far fronte insieme a lutti e disgrazie con la forza dell’affetto reciproco e la devozione onesta nei confronti del teatro, non può essere certo una pandemia a fermare la scintilla creativa e la fiducia in un domani ancora foriero di nuovi progetti, nel ricordo di chi tanto ha dato e che dall’alto si aspetta di sentire ancora gli applausi calorosi del suo amato pubblico. Ciao Paolo!

Francesca Manzini

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