Sulle orme di San Domenico, ottocento anni dopo

Sulle orme di San Domenico, ottocento anni dopo

Le sfide della chiesa di oggi secondo Padre Guido Bendinelli

Il 21 gennaio 1217, Papa Onorio III approvava l’istituzione dell’Ordine dei Frati Predicatori, meglio noti come Domenicani. Molti anni e qualche giorno dopo, abbiamo colto l’occasione della ricorrenza degli otto secoli dalla fondazione dell’ordine per dialogare con un correggese che ha seguito le orme di San Domenico: padre Guido Bendinelli.
Padre Guido, in forma smagliante e sempre sorridente, ci accoglie a Milano nel convento di Santa Maria delle Grazie, dove si trova da quasi un anno e mezzo e di cui è priore. A fianco alla basilica rinascimentale, si snodano corridoi e bellissimi chiostri verdi e ordinati. Insomma, un convento proprio come te lo immagini. Padre Guido ci spiega che durante la seconda guerra mondiale la chiesa venne bombardata e un chiostro e diverse cappelline crollarono. Rischiò di essere distrutto anche il Cenacolo Vinciano, che si trova proprio nel complesso del convento; fu l’intervento tempestivo dei domenicani allora presenti ad evitare il peggio e a mantenere intatta l’Ultima Cena.

Padre Guido, sei nato e hai vissuto la tua giovinezza a Correggio, ormai qualche anno fa, e oggi ti ritroviamo a Milano: cosa è successo in questi anni? Dove sei stato come frate domenicano?
«Proprio quest’anno festeggio i 40 anni di ingresso nei domenicani, che è poi corrisposto con la mia partenza da Correggio. Dopo un periodo di noviziato a Bologna, ho fatto gli studi filosofici a Chieri, in Piemonte, che, devo dire, mi piacque tanto perché per certi versi mi ricordava Correggio per la sua dimensione. Sono poi tornato a Bologna e successivamente sono partito per Roma, dove ho fatto gli studi specialistici sui padri della Chiesa e dove ho conseguito il Dottorato. Gli anni romani sono stati importanti, perché lì ho incontrato quello che considero il mio maestro, che non era neanche sacerdote: il mio professore nei miei studi patristici. Una persona coltissima e sapiente, che mi ha lasciato veramente una “scorta” di bellezza. Sono poi stato anche a Bergamo e ad Ancona e sono rimasto a Bologna per diverso tempo… ed ora eccomi qui!»

Che ricordi ti sono rimasti di Correggio?
«Se penso a Correggio penso alla mia infanzia in questa casa meravigliosa all’inizio di viale Saltini, nel nostro “borgo selvaggio”: una spia interessante della vita italiana o comunque emiliana. Penso anche alla parrocchia di San Quirino, in cui ho passato tanto tempo e vissuto tante belle esperienze! È lì che ho capito per la prima volta come nella Chiesa ci siano diverse sensibilità che provano a convivere. Grazie al sacerdote di allora, don Enzo Ferroni, ho potuto precocemente respirare un’apertura conciliare a questa sfida di convivenza e una precoce apertura alle innovazioni che sarebbero arrivate con il Concilio Vaticano II. Poi ai miei anni correggesi associo l’esperienza del Liceo Rinaldo Corso, un luogo dove sono stato educato a ragionare e ad interrogarmi, per me rimane la scuola migliore!»

È durante il liceo che hai iniziato a sentire il desiderio di entrare nei domenicani? Da dove è nata la tua scelta?
«In realtà al liceo avevo altri pensieri, ho capito qual era la mia strada all’università. Frequentavo medicina e avevo capito qual era il mio desiderio; anche se a un certo punto avrei voluto lasciare lì tutto, su consiglio del Vescovo Baroni mi sono laureato e poi dandogli un po’ un dispiacere non sono diventato prete diocesano ma sono entrato nei domenicani».

Perché proprio i domenicani? Cosa ti ha spinto a scegliere l’Ordine dei frati predicatori?
«Mi ha colpito molto la vita comunitaria che è vissuta nell’Ordine: la dimensione della “vita interna”, la vita quotidiana condivisa con i confratelli e la normale “vita apostolica”, fatta di tante attività, studi, predicazioni. Oltre a questo anche l’aspetto dell’approfondimento dello studio e della testimonianza sono stati fattori che mi hanno convinto a scegliere questa strada. La vita in convento mi ha anche insegnato la concretezza del confronto e della quotidianità: è facile che su diverse cose si abbiano posizioni e idee diverse. Ma alla fine dei conti quello che importa di più, è che a pranzo un confratello non finisca tutta la pasta, o che se ci sono da pulire i bagni lo si faccia senza lagnanze: allora sì che poi possiamo confrontarci dando il giusto peso alla discussione!»

I domenicani nell’immaginario comune sono spesso associati al periodo dell’inquisizione contro gli eretici. Come si concilia questa vostra immagine un po’ austera con la misericordia di cui parla Papa Francesco? E quali sono oggi le “eresie” da combattere?
«Sai, dove hai Misericordia hai anche Verità: sono due aspetti che sono inscindibili. Immagina un genitore che lascia fare i capricci ai suoi bimbi: deve dirgli la verità, no? Allo stesso tempo un genitore che per seguire i suoi principi morali ed educativi nega la carezza al figlio risulta crudele. In teologia si dice che sono due principi indistinguibili e dovrebbe essere così anche per noi. Rispetto all’inquisizione, quello che è stato nel passato è frutto dei condizionamenti e del contesto di allora. Siamo un ordine che ha attraversato la storia e che ha risentito della storia degli uomini che ha incontrato. I domenicani sono nati come predicatori, non per le necessità dell’inquisizione; l’incarico di guidarla ci venne dato dal Papa, che aveva identificato nei seguaci di San Domenico potremmo dire la “corte costituzionale” della fede cattolica. La nostra opera continua anche al giorno d’oggi con forme diverse di predicazione e di testimonianza, in un’epoca dove le grandi “eresie” da sconfiggere sono l’indifferentismo, il secolarismo. Penso che il problema vero di oggi sia quello di scuotere le persone dal loro torpore interiore, dalla loro indifferenza. Questo è un aspetto che ho riscontrato, anche attraverso le testimonianze di confratelli missionari, come problematica comune in diverse zone del mondo dove abbonda la ricchezza e quindi la spinta verso l’individualismo e la competizione. Questa è la grande sfida anche per la Chiesa, che diventa credibile nella misura in cui riesce a innescare la fraternità avendo come centro unificante Gesù».

Padre Guido, grazie della tua bella testimonianza. Le nostre fonti però ci dicono che a Correggio quando era ora di combinare qualche scherzo non ti tiravi indietro! È vero?
«Ricordo che una volta in un campeggio in montagna feci da palo per un gavettone molto organizzato: alla vittima toccava una cascata d’acqua dal terzo piano del balcone e io dovevo segnalare il suo arrivo con un gesto. Sempre in montagna una volta un ragazzo mi offrì in modo insistente del formaggio. Nella mia casa a Correggio c’era un grande magazzino di formaggio e l’odore del parmigiano finì per nausearmi! Questo ragazzo me ne porse ostinatamente e io reagii… in modo poco teologico!»
Un breve giro nel convento e ringraziamo, con un abbraccio, Padre Guido della sua disponibilità e cortesia. È stato bello ritrovarsi tra correggesi in un contesto così ricco di storia e di bellezze. Però, padre, non reggere il profumo del parmigiano per uno di Correggio! Una piccola eresia, no?

Maria Chiara Oleari

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