Smart working: è solo l’inizio?

Il lavoro da remoto oltre il lockdown

Mentre ci avviciniamo in punta di piedi alla fine di molte delle restrizioni pandemiche, viene da chiedersi cosa rimarrà nelle nostre vite di questo lungo periodo. Una delle risposte è sicuramente il fenomeno dello smart working, letteralmente il “lavoro intelligente”. Chi lo ama sostiene che il suo essere “intelligente” stia nella capacità di bilanciare lavoro e vita privata, dare maggiore flessibilità ed autonomia a chi ne usufruisce, migliorare la produttività e il benessere. Chi lo odia ne critica l’isolamento sociale delle ore di lavoro passate in casa e le sovrapposizioni tra le incombenze domestiche e lavorative.

Nonostante si possa pensare che lo smart working passerà in secondo piano con la fine della pandemia, la verità è che diventerà forse ancora più cruciale per le future generazioni. Se il lavoro da casa è stato inizialmente concepito come risposta emergenziale ai primi lockdown, oggi si pensa di farlo diventare parte della normale vita lavorativa. Secondo uno studio del Politecnico di Milano, lo smart working continuerà a riguardare almeno cinque milioni di persone: cambiamenti di questa portata non hanno conseguenze solo sulla produttività delle aziende, ma anche sul benessere dei lavoratori e della società. Ecco perché serve tenere d’occhio questo fenomeno.

Chiara Stradi, manager di “risorse umane e organizzazione” in Pibiplast, ci ha raccontato: «Lo smart working è uno strumento a cui non eravamo culturalmente preparati all’inizio della pandemia, ma è stato necessario per le aziende per adeguarsi e mandare avanti il proprio business. Pibiplast ha cercato inizialmente di diffondere l’uso dello smart working in modo capillare, per reagire all’iniziale emergenza. Oggi invece lasciamo che siano gli impiegati a scegliere di trascorrere un giorno a settimana lavorando da casa, in modo da bilanciare vita e lavoro». Se, da un lato, il telelavoro promette questa maggiore flessibilità, dall’altro lato occorre tenere a mente l’importanza della componente sociale che si ha sul posto di lavoro: «Il valore aggiunto dell’interazione umana non può essere dimenticato. Tutte le forme di confronto e dialogo di persona sono importanti», ricorda Stradi, scherzando sul fatto che perfino una sana litigata è più efficace se fatta dal vivo. L’equilibrio da ricercare sembra quindi essere doppio: da un lato, tra vita personale e vita privata; dall’altro, tra solitudine e socialità.

È su questi elementi che vertono le riflessioni sul lavoro del futuro, come ci ha ricordato Giancarlo Santarello, responsabile delle risorse umane di Corghi. «Lavorare in smart working è molto diverso dall’essere in azienda», ha spiegato Santarello. «Noi abbiamo investito molto sulla formazione: la maggiore autonomia richiede un’impostazione mentale diversa. Adesso, il prossimo passo sarà trasformare questa forma di lavoro da emergenziale a strutturale, tramite un confronto con i lavoratori e le organizzazioni sindacali». Ma cosa servirà per fare questo passaggio? «A cambiare dev’essere la mentalità: non bisogna ritenere importante la quantità di lavoro, ma la qualità.
Bisogna ragionare su obiettivi e non per orari. È necessario investire sugli spazi, creando meno uffici e più accoglienti open space e sale riunioni». Insomma, non è solo una questione di ore trascorse in ufficio, ma anche di come sono progettati gli spazi, degli strumenti forniti ai lavoratori, della loro formazione. Anche in Corghi lo smart working non sarà più “totale”, ma verrà data la scelta ai singoli dipendenti di quante ore trascorrere dentro e fuori dall’ufficio: al momento, questa sembra essere la via più gettonata dalle aziende.

Lo smart working ha riguardato anche la Pubblica Amministrazione. Il sindaco, Ilenia Malavasi, ci ha spiegato che: «Sin dall’inizio dell’emergenza Covid e delle disposizioni legate al contenimento della sua diffusione, ci siamo immediatamente attivati per la sicurezza del nostro personale».
Nel 2020, il Comune ha attivato 85 smart working, l’anno dopo 91. Questo è dovuto avvenire velocemente, e «con particolare attenzione a chi si trovava a vivere situazioni di difficoltà o rischio per la propria salute», ha spiegato il sindaco, sottolineando che si sia trattato di uno «sforzo organizzativo e logistico che ha coinvolto anche i dipendenti che sono rimasti in presenza».
Questo legame tra i dipendenti da casa e quelli in presenza sembra quindi essere un altro tassello centrale nelle riflessioni su questo tema. È necessario tenere conto che non tutti i lavori possono essere svolti da remoto: per quanto questo possa sembrare ovvio, dev’essere ricordato per evitare che si creino differenze di attenzioni o tutele alle diverse categorie di lavoratori.

Questa riflessione è emersa anche in una chiacchierata con Elena Strozzi, della segreteria provinciale di CGIL, che ha anche ricordato come le donne abbiano vissuto una situazione particolare nel lavoro da remoto, specialmente durante i primi lockdown. «Come risulta dalle indagini della CGIL nazionale, abbiamo rilevato che le donne hanno sofferto di più questa fase», ha spiegato Strozzi. «Il lavoro lì è stato semplicemente “remotizzato”, senza adattare le normali fasce orarie di lavoro. Le donne hanno sofferto la necessità di dover rientrare tra le mura domestiche, ritornando a una condizione casalinga di lavoro che è stato un vero arretramento sociale».
È infatti sulle spalle delle donne che troppo spesso ancora ricade la cura dei figli e della casa, e a questo si somma anche il vertiginoso aumento di casi di violenze di genere e femminicidi degli ultimi anni. Sono aspetti che non possono essere sottovalutati quando si cerca di comprendere rischi e benefici di nuove forme di lavoro. In conclusione, come riassume bene Strozzi, «Lo smart working non è da demonizzare, ma non è nemmeno miracoloso. È una possibilità in più». E se ne continuerà a parlare ancora tanto.

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