Silvano bellelli, detto “al gnagno”

Le mille avventure di un uomo a tutto tondo

Alzi la mano chi non conosce il “Gnagno”. Non si vedono mani alzate. Tutti lo conoscono. Adesso alzi la mano chi conosce Silvano Bellelli. Ehm… vedo poche mani, eppure, sorpresa: sono la stessa persona! Scherzi dello “scutmai” (“soprannome”, in dialetto), un fenomeno tipico di Correggio: molti concittadini si riconoscono esclusivamente dal soprannome, tanto che bisogna metterlo sugli avvisi funebri. Se volete approfondire, chiedete a Celso Gelosini che sta facendo un elenco lunghissimo degli “scutmai”, quelli passati e quelli presenti, o a Nazzaro Benati. “Gnagno” forse è un epiteto che a Silvano è rimasto attaccato dall’infanzia, derivando da “gnagna”, cioè “indolenza”, e “gnagnoun”, cioè “sfaticato”. Può capitare che poi la vita si incarichi di smentire lo “scutmai”, ma quello è un francobollo che rimarrà per sempre.

Scusate la divagazione: torniamo a Silvano Bellelli, al suo passato sportivo ed oltre. Un correggese ricco di esperienze e di aneddoti, spesso divertenti, che ne fanno un personaggio a tutto tondo (negli ultimi anni anche fisicamente).

Noto a Correggio per l’esuberanza fisica che madre natura gli ha donato, in tutte le attività che ha intrapreso, sportive o di vita vissuta, ha esaltato questa sua vitalità. Dal calcio dilettantistico, all’ippica escursionistica, alla “lotta” (chissà perché definita “amatoriale”), questa esuberanza era il suo connotato principale, un po’ meno apprezzato dagli avversari che non dai compagni.

Silvano, originario della frazione di Budrio, comincia a farsi conoscere a Correggio quando, ragazzino di bottega presso un negoziante di alimentari del centro, andava a consegnare la spesa a domicilio con la bicicletta dotata di cestone, un “rider” in anticipo sui tempi. Mentre pedalava era solito leggere i fumetti dei suoi eroi western: capitan Miki, Black Macigno e compagni. Perduto in quelle avventure, non si curava di osservare la posizione degli alberi lungo i viali della circonvallazione, che ogni tanto casualmente “gli attraversano la strada” (dice lui), e finiva per mischiare e ammaccare tutte le “spese” da consegnare, per la disperazione dei destinatari.

Col passare del tempo Silvano si irrobustì, grazie a crescenti quantità di tortelli verdi, il suo piatto preferito come gli spinaci per Braccio di Ferro, e, nei frequenti intermezzi, a quadri di gnocco al forno di dimensioni paurose. Lentamente ma inesorabilmente si costruì la figura del “Gnagno”, grande, grosso, con un vocione profondo: sembrava l’orco buono delle favole che leggevamo da bambini.

La sua prima passione fu per il calcio. Era forte, ma anche molto veloce, volonteroso pur con enormi margini di miglioramento tecnico. Ovviamente non aveva paura dei contrasti con gli avversari, i quali sceglievano sempre di scansarsi per non farsi “rullare” da quel bisonte lanciato a folle velocità, come il treno di Guccini. Così cominciò a giocare nella Budriese Amatori, con buoni risultati, gol a grappoli: un trascinatore; in campo il suo peso si faceva sentire, eccome.

La sua popolarità crebbe in modo esponenziale, le maggiori squadre amatoriali di Correggio (quelle degli anni ruggenti del trofeo dei bar) se lo contendevano. Lui scelse prima la pol.Stella Rossa, poi il bar Pace ed infine il bar Moca, sempre sfondando difese e reti, vincendo campionati e tornei. Impossibile non notarlo: esperti talent scout di provincia lo portarono in categorie superiori, in squadre blasonate come Novellara e Sanmartinese. Aveva un doppio incarico: di giocatore e di “untore”, perché prima della partita massaggiava con l’olio canforato le gambe dei compagni di squadra con le sue manine che strizzavano polpacci e cosce. Ruolo, questo, in cui, dicono, fosse tecnicamente meglio di come giocava a pallone.

Ma col passare degli anni gli allenamenti e le partite finirono per non combinarsi più con gli intensi piaceri della tavola ed i passatempi notturni. Dopo anni di scarpe bullonate prese una decisione che ci appare di buon senso, per lui che non aveva sfondato nel calcio “che conta”: si diede… all’ippica!

Sì, all’ippica, perché, un amico, Piero, gli fece provare un cavallo, e lui si appassionò. Lui, il “Gnagno”, non il cavallo, che quando lo vide la prima volta (questa è storia) emise un lungo nitrito angosciato, valutando la massa del nuovo cavaliere. Per prati lussureggianti di pianura, collina, montagna, cavallo e cavaliere divennero un binomio inscindibile; molti pensavano che il cavallo prima o poi sarebbe schiattato dalla fatica. C’era invece chi sosteneva che sarebbe stato il “Gnagno” a stancarsi prima del cavallo, perché spesso era il fantino a dover portare l’animale mettendo le gambe a terra (e anche questa è storia).

In quel periodo luminoso della sua esistenza Silvano cercò di cimentarsi persino nella “noble art” del pugilato, allenandosi assiduamente, con alcuni suoi amici appassionati, all’interno di un mulino in disuso. Non pervenne mai a gare ufficiali, si dice perché non trovò una categoria adatta, forse lo sarebbe stata quella dei “pesi massimi grezzi”. A dire il vero qualche incontro non ufficiale, diciamo in “stile libero”, lo disputò con avversari occasionali capitati in paese per tutt’altre faccende. Si sparse presto la notizia in zona dell’esistenza di un tale pericolo e di fare attenzione, perché anche ad altri non venisse la cattiva idea di lanciare la sfida. Fine della carriera per mancanza di occasioni.

 

Per cambiare un po’ ed evadere dalla solita routine (lui dice “pennello, mortadella, calcio, cavallo, botte, cene sociali”) decise di viaggiare, di esplorare. Iniziò con un viaggetto “fuori porta”: andò in Thailandia, con un piccolo-grande amico pratico di viaggi e soprattutto ben introdotto. Il “Gnagno” si ambientò subito, socializzando con la popolazione locale. Per esempio, ebbe l’occasione di collaborare strettamente con gli investigatori del luogo per risolvere il caso del furto del suo portafoglio,  perpetrato in un ristorante da un improvvido ladruncolo. Bloccò personalmente l’ingresso del ristorante, chiuse a chiave le porte e tenne in ostaggio tutti finché non arrivò la polizia. Con le guardie, che nella confusione non riuscivano a comprendere nulla dai nativi e dagli italiani, si spiegò lui, in parte con brevi concetti in dialetto correggese e per il resto col linguaggio universale dell’italiano all’estero: la gestualità. Con le sue manone sbatté sulle tasche dei pantaloni (inequivocabilmente: furto), poi una mano incrociò l’avambraccio (portafoglio ha preso il volo) e Silvano pronunciò la famosa frase “l’ha tot al piit”. Il caso venne immediatamente risolto dalle guardie e la refurtiva recuperata. A Phuket ancora lo si racconta nei bar delle spiagge, dove il furto del piit (il tacchino) ha evidentemente una tradizione.

Questo con lo sport, voi direte, poco ci azzecca, ma, assieme a tanti altri episodi che per motivi di spazio non riportiamo, aiuta a comprendere meglio lo “spirito sportivo” a 360° del personaggio “Gnagno”. Di anni ne sono passati tanti; diventato nonno, ora passeggia sotto i portici, se può si rende sempre utile, ha una parola per tutti, che lo salutano e si fermano con l’omone dal cuore buono; ora lo chiamano quasi tutti, gentilmente, Pupi. Da non crederci. Pupi? Non ci sono più gli “scutmai” di una volta!

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