Servizi sociali in prima linea contro il disagio dei più fragili

Luciano Parmiggiani: tante le richieste di aiuto in questo periodo

Dottor Parmiggiani, ci vuole spiegare cosa sono i “servizi sociali integrati”?

«Sono interventi di aiuto e sostegno a persone in stato di fragilità o svantaggio sociale, che mirano a completarsi e integrarsi con interventi legati alla salute della persona di competenza delle Ausl: assistenza sociale e assistenza sanitaria, per le persone con bisogni complessi, spesso risultano indissolubili. Nel nostro Servizio Sociale distrettuale è presente un accordo di programma con l’Ausl, per cui i loro operatori sociali ed educatori professionali si rapportano con il Servizio Sociale che fa capo all’Unione dei Comuni. In questo modo, il progetto di aiuto alle persone può risultare completo e, appunto, integrato».

 

Quali vantaggi ha portato al Comune di Correggio un sistema di servizi centralizzati e integrati?

«I vantaggi sono numerosi poiché gli ambiti di competenza di un servizio sociale si sono allargati in questi ultimi anni e si sono fatti più complessi. C’è chi si occupa di minori in situazioni di maltrattamento, chi di disabili gravi non autosufficienti, chi di inserimenti lavorativi. Sono tutti ambiti che richiedono specifiche competenze, profonda conoscenza delle risorse e forte necessità di professionisti di altri ambiti con cui progettare percorsi di sostegno. Avere un pool di operatori che, a seconda delle singole specificità, riesca a fornire un supporto specialistico e competente in ogni campo del lavoro sociale è un grande valore aggiunto, soprattutto in periodi emergenziali».

 

Il Covid che impatto ha avuto sui servizi sociali del territorio?

«Ha avuto un forte impatto. Abbiamo affrontato momenti di vera e propria chiusura dei servizi e abbiamo dovuto riorganizzare completamente gli interventi, rafforzando in modo straordinario i servizi domiciliari. Molte persone non autosufficienti, per paura del Covid, hanno anche rifiutato l’offerta dei servizi domiciliari, alternativi ai servizi di centro diurno o ricoveri di sollievo che non si potevano fare. Tutto questo ha certamente aggravato il peso assistenziale sulle famiglie, già abbastanza impaurite a causa della pandemia.

Devo riconoscere che Stato, Regione e Comuni sono andati incontro in maniera importante sul piano economico alle fasce che di più hanno sofferto con buoni spesa, voucher e sostegni di varia natura, unitamente alle misure nazionali di Cassa integrazione per i dipendenti. Tutto questo ha avuto una certa efficacia, altrimenti il Servizio Sociale da solo non avrebbe retto alle pressioni e alle singole richieste delle famiglie».

 

Gli anziani, che sono stati la fascia più colpita dalla pandemia, come stanno affrontando questa nuova realtà?

«I dati del 2021 hanno evidenziato una forte diminuzione della richiesta di interventi da parte degli anziani non autosufficienti per inserimenti nei servizi residenziali e semiresidenziali. Invece, le richieste di contrattualizzazione di un’assistente familiare, le cosiddette “badanti”, sono più che raddoppiate. Ciò significa che, comprensibilmente, in un periodo di forti contagi le famiglie hanno scelto soluzioni alternative, tenendo il più possibile l’anziano fragile lontano dai luoghi a maggior rischio».

 

Il disagio generalizzato che si percepisce in molte fasce d’età è frutto di anni di politiche per le famiglie fallimentari?

«Sarebbe riduttivo limitarsi a ragionare sulle politiche per le famiglie, perché la fragilità e la vulnerabilità delle nostre Comunità, sicuramente aumentata e che dà luogo ad un senso diffuso di insicurezza, a mio avviso ha a che fare con l’assenza di misure in tantissimi ambiti. Partendo ad esempio dall’ambito del lavoro, con l’aumento della precarietà; quello della salute, con l’invecchiamento e l’insorgenza di malattie dell’età senile sempre più diffuse. L’ambito delle reti di sostegno con la famiglia, che è sempre meno numerosa: i suoi componenti, nel corso della vita, si allontanano anche di centinaia di chilometri. Per me la politica per la famiglia la fa di più chi governa il mondo del lavoro, della sanità e della scuola. L’ideale sarebbe che questi vari mondi si coordinassero tra di loro e si organizzassero per priorità, anziché andare ognuno per la propria strada».

 

L’aumento esponenziale delle richieste di aiuto è dato solo dal contesto economico o anche da una mancanza di presa di responsabilità da parte di genitori e adulti?

«Le maggiori richieste di aiuto economico che riceviamo riguardano famiglie mono-genitoriali (soprattutto donne sole con minori a carico), famiglie numerose monoreddito o famiglie la cui precarietà lavorativa è cronicizzata da diverse condizioni: fragilità psicologica, bassi livelli culturali, incapacità nel rispetto delle regole. Sicuramente la spinta al facile consumo, che è drammaticamente incentivata in ogni luogo fisico e virtuale della nostra vita, ha portato certe famiglie a smarrire la consapevolezza di ciò che realmente conta nelle scelte economiche (e non solo). Purtroppo è evidente come sia il consumo il vero senso di appartenenza e di inclusione sociale. La sfida più difficile e necessaria è il fornire una vera e propria educazione alla gestione del bilancio familiare».

 

Numeri alla mano del 2021 e inizio 2022. Cosa emerge rispetto al 2020, anno di inizio pandemia?

«Nel 2021 gli utenti dei nostri servizi a Correggio sono stati tanti, 1.129 (di cui 373 minori, 425 anziani, 200 disabili, 131 adulti in svantaggio sociale). C’è stato, come dicevo, un calo nell’utenza anziana proprio per effetto della chiusura prolungata dei servizi, ma per gli altri target di utenti siamo stati in leggero aumento. Attualmente a Correggio sono 186 i nuclei beneficiari di reddito di cittadinanza, per un totale di 646 beneficiari. L’anno scorso alla stessa data i nuclei erano 230: c’è un calo del 20%, probabilmente dovuto ad un qualche segnale positivo dal mercato del lavoro nel primo semestre del 2022. Il 75% della platea dei beneficiari sono nuclei fragili che devono fare un patto di inclusione coi nostri servizi sociali o che ne sono esentati completamente per le loro caratteristiche. L’altro 25% invece deve fare un patto per il lavoro. In sostanza, solo un quarto dei detentori del reddito di cittadinanza ha le caratteristiche “ordinarie” per essere immesso nel mercato del lavoro; tutti gli altri hanno problematiche economico-sociali di una certa rilevanza. Lo prova anche il fatto che il 75% di questi beneficiari è al secondo o terzo rinnovo, segno che si tratta di una platea purtroppo stabile, portatrice di fragilità che richiedono molto tempo e tanto accompagnamento».

 

Luciano Parmiggiani, 61 anni, sposato con due figlie. Dopo essersi diplomato ragioniere all’Istituto Einaudi di Correggio, si laurea in Storia nel 1988 presso l’Università di Bologna. Dal 2001 al 2008 diventa Direttore del Consorzio per i Servizi Sociali di Correggio, per poi divenire, dal 2009, Direttore del Servizio Sociale Integrato dell’Unione dei Comuni “Pianura Reggiana”.

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