Sentirsi fratelli e artigiani di pace

Quasi tutto esaurito al Teatro Asioli per la serata con il cardinale Matteo Zuppi, intitolata “Davvero fratelli tutti?” organizzata dal Circolo La Pira lo scorso 15 Marzo. Un incontro cercato da tanto tempo per mettersi in dialogo con una figura importante che, però, ha il sapore della semplicità. “Chiamatemi pure Don Matteo” dice quando finalmente ci stringiamo la mano: una concessione non scontata per degli estranei che non lo conoscono, attenzione che molti prelati riservano solo per la propria intima cerchia di amici.

Da subito si ha l’impressione di essere davanti a “un pastore con l’odore delle pecore”, riprendendo un’immagine efficace proposta da Papa Francesco a chi ha il compito di essere guida all’interno della Chiesa. E la partecipazione nel numero e nelle diverse provenienze ne sono una conferma: giovani, sacerdoti, laici, famiglie, ma anche tante persone che non sono credenti o non frequentano l’ambiente della Chiesa: la presenza dell’arcivescovo di Bologna è fonte di interesse per tanti.

Come Circolo La Pira, ci siamo messi in contatto con “Don Matteo” nel febbraio 2020: era appena uscito il suo libro “Odierai il prossimo tuo”, in cui il cardinale si interrogava sullo smarrito senso di fraternità nella nostra società. Non sapevamo certo di essere alle soglie di una pandemia mondiale: l’incontro venne rimandato a data da destinarsi. Nel frattempo il Covid ha cambiato tanto delle nostre società e delle nostre vite: se in un primo tempo abbiamo riscoperto un senso di unità e fratellanza, poi sempre maggiori sono diventati i motivi di divisione e contrasto. In questo contesto Papa Francesco ha presentato l’enciclica “Fratelli tutti”, rivolgendosi non solo ai fedeli ma a tutti gli uomini di buona volontà auspicando a una realtà fondata sulla fraternità e l’amicizia sociale.

E per approfondire questa enciclica così di ampio respiro abbiamo di nuovo contatto il cardinale Zuppi, perché ne illustrasse i tratti fondamentali. Di nuovo, non avremmo mai immaginato che un altro terribile evento storico come la guerra in Ucraina avrebbe fatto da sfondo al nostro incontro.

A dialogare con il cardinale, Corrado Caiano e Nicoletta Ulivi che, con Zuppi, hanno scritto il libro “Fratelli tutti. Davvero”.
Il cardinale inizia citando Guccini “Io chiedo quando sarà / che l’uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare” riprendendo i drammi provocati dal Covid e dalle guerre, in particolare quella in Ucraina. Situazioni terribili che definisce in entrambi i casi pandemie, quasi a sottolinearne la dimensione globale e l’inesorabilità degli avvenimenti che hanno portato con sé. Sia per il Covid che per la guerra abbiamo sottovalutato il pericolo che si è fatto via via più vicino ed, in entrambi i casi, queste due pandemie hanno portato  quell’irrazionalità che porta a negare le responsabilità personali e la realtà – seppur dolorosa – in cui ci troviamo.

 

Come stare di fronte a questi avvenimenti quindi? Come ricevere e dare speranza?
«Tocca a noi essere gli infermieri, questa volta», continua Zuppi, «proprio come il locandiere della parabola del Vangelo, che ristora il poverino raccolto dal samaritano… qualcuno che si prende cura, che accoglie e ristora chi è mezzo morto. Perché se mezza vita gliel’hanno tolta gli altri – i briganti nel racconto evangelico – l’altra mezza vita gliela tolgono gli indifferenti che gli passano accanto».

 

Essere locandieri di chi scappa dalla guerra, che non sa se e quando potrà tornare a casa, al proprio lavoro e alle proprie comunità. Come essere utili a queste persone? «Dobbiamo per prima cosa renderci conto delle pandemie intorno a noi: quella del Covid, quella della guerra, dei migranti e della povertà. Davanti agli avvenimenti del mondo pensiamo di essere come degli spettatori protetti da bolle di sapone. E invece succede come per il terremoto, per cui capiamo che queste cose ci riguardano, e che ne possiamo venire fuori solo insieme».

 

Per quanto riguarda la situazione in Ucraina «bisogna aprire corridoi umanitari, ma non basta sapere dove si aprono…bisogna sapere dove vanno a finire! Apriamo corridoi umanitari che finiscano a casa nostra!». Accogliere, prendersi cura, camminare insieme per essere tutti fratelli o – meglio – per scegliere di essere tutti fratelli. Da dove partire, concretamente? «Dalla gentilezza, cui l’enciclica fa esplicitamente riferimento, che sembra ormai una pratica di altri tempi ma che è uno strumento potentissimo per disinnescare gli scontri inutili. Porsi gentilmente verso gli altri può sembrare banale e forse anche un po’ perdente, ma è uno strumento di conciliazione importante».

 

Un passaggio poi per ricordare i giovani, che respirano una così grande incertezza sul futuro da vederlo spesso con grande scoraggiamento, più come fonte di disgrazie che come fonte di vita.

«Papa Francesco ha detto ai giovani: “Non fatevi rubare la speranza”. Beh, io credo che un po’ di speranza ai giovani l’abbiamo rubata. I nostri ragazzi non trovano degli adulti o dei vecchi che sognano e che sperano, ma anzi che li avvertono e li ammoniscono di non puntare in alto, di non credere, di non sognare e di non progettare. Non avere adulti che riescano a sognare, non aiuta certo i giovani ad avere speranza… in questo dobbiamo ripartire da noi!».

Provare a sognare, a sperare, di disintossicare il mondo dalla violenza, dalle divisioni, dalla guerra, diventando “artigiani di pace”. «Questa espressione fa proprio riferimento al fatto che ognuno deve mettere in gioco la propria creatività ed il proprio talento per costruire la pace, senza ricette preconfezionate ma ognuno secondo le proprie capacità e sensibilità sapendo che ogni stagione della vita porta i suoi frutti».

Le parole di Zuppi, più che rispondere puntualmente alle grandi domande che tutti viviamo in questi giorni, hanno voluto spronare i presenti verso un rinnovato modo di vivere: camminare insieme, con realismo ma senza abbandonare la speranza per non cadere in una visione cinica della vita. Ma scegliere di essere fratelli tutti. Davvero.

Condividi:

Rubriche

Torna su