Se permettete… Vi apro il mio cuore

Confessioni e consigli di un cardiologo amico

Elia De Maria, nostro concittadino, è medico dell’Unità Operativa di Cardiologia dell’Ospedale Ramazzini di Carpi.
È altresì responsabile della Aritmologia dell’Area Nord dell’ASL di Modena

 

Frequentavo le scuole medie e guardavo un cartone animato bellissimo: “Siamo fatti così -Esplorando il corpo umano”. Banalmente, più o meno allora, decisi di fare il medico. Nel corso degli anni poi capii che la medicina è una di quelle attività umane per cui il verbo che meglio la descrive è essere. Mi capitò, anni fa, di incontrare ad un congresso un mio professore di cardiologia ottantacinquenne e pensionato, che partecipava attento prendendo appunti. Alla mia domanda: «Cosa ci fa qui prof?», la risposta fu: «Ovvio. Mi sto aggiornando per la mia professione. Perché non si smette mai di essere medico». La scena mi è ritornata alla mente nel pieno della pandemia, mentre scorrevo sul sito della FNOMCeO (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri) l’elenco dei tanti medici deceduti a causa del virus. Moltissimi erano in pensione, tantissimi medici di Medicina Generale. Semplicemente erano ritornati in servizio per dare una mano, per rendersi utili, per arginare un nemico invisibile e spaventoso.

Era tanta la paura: un sentimento tangibile che si leggeva negli occhi di chiunque si incontrasse in ospedale. Gli occhi, d’altronde, insieme al nome scritto con un pennarello su un pezzo di carta appiccicato sul petto, erano diventati l’unico modo di riconoscere colleghi diventati improvvisamente dei “palombari”, coperti dalla testa ai piedi. Gli occhi erano spesso l’unico modo di comunicare con le persone colpite dalla polmonite ed attaccati ad un ventilatore. Occhi che cercavano di comunicare e chiedere aiuto, anche da intubati.

Uno degli aspetti peggiori del Covid è il fatto che il deterioramento della funzione respiratoria è spesso così repentino da arrivare all’intubazione nel giro di pochissimo tempo. Così capitava di vedere pazienti che non respiravano più, ma erano del tutto coscienti, e venivano intubati quasi da svegli. Se si prova ad immaginare cosa voglia dire, vengono i brividi di paura. Io ne ho avuta tanta di paura: per la mia salute e la mia vita, ma soprattutto per quella dei miei familiari cui avrei potuto trasmettere la “bestiaccia”.

Avevo battezzato il mio garage come una sorta di camera di decontaminazione nella quale mi cambiavo, tornato dal turno, prima di rientrare in casa. Per un bel pò il mio unico detergente era il disinfettante e praticamente mi ci facevo il bagno. E a me è andata anche bene, non ero esattamente in prima linea, non ero in un reparto Covid. Lavoro in un reparto di Cardiologia che, essendo rimasta l’unica aperta in tutta l’Area Nord della provincia di Modena, doveva restare “Covid-free” per poter accogliere e curare i malati cardiologici acuti. Ricordo gli striscioni all’esterno dell’Ospedale di Carpi: “Grazie ai nostri Eroi!” e “Siete i nostri Angeli”. Questo ci ha dato una bella spinta per andare avanti e non farci travolgere dall’onda della paura.

I dati di novembre 2021 dicono che il Covid finora ha colpito nel mondo 251 milioni di persone, causando almeno 5 milioni di morti. In Italia, da inizio pandemia, ci sono stati 4,8 milioni di contagi e 132.000 decessi. Nel 2020 ci sono stati oltre 100.000 morti in più rispetto alla media degli ultimi anni: i decessi nel periodo 2015-2019 sono stati 600- 650.000 all’anno, nel 2020 circa 750.000.

L’aspettativa di vita nel nostro Paese è diminuita di 1,2 anni durante la pandemia. L’incremento di mortalità (+20%) non è spiegato solo dalle morti attribuite al Covid, ma include gli effetti indiretti della pandemia sulla diagnosi ed il trattamento di altre patologie. In ambito cardiologico, un dato comune a livello mondiale è stato la drastica riduzione, specie durante il primo lockdown, dei ricoveri per infarto miocardico e in generale per le patologie cardiache acute (fino a -50%).
In pratica, anche in presenza di sintomi cardiologici severi molte persone non sono andate in ospedale, per paura del virus. A livello italiano vi è stato un aumento del 20% della mortalità cardiovascolare.

In Emilia Romagna, tutto sommato, è andata un po’ meglio: tutti i dati sopra citati sono andati nella stessa direzione, ma con un impatto meno drammatico rispetto ad altre regioni. Resto convinto che la sanità in Emilia Romagna sia un fiore all’occhiello e che nella nostra Regione ci sia il giusto “mix” tra ospedali di eccellenza e medicina del territorio, elemento che è risultato decisivo nella lotta al virus. Un dato che, tuttavia, preoccupa è quello relativo al peggioramento durante la pandemia di alcuni aspetti dello stile di vita che si traducono in aumento dei fattori di rischio cardiovascolare: fumo, sedentarietà, sovrappeso, cattive abitudini alimentari, consumo di alcolici.
Non bisogna mai dimenticare che la prevenzione delle malattie è molto più conveniente della cura, sia dal punto di vista individuale (migliore stato di salute e benessere) che collettivo (riduzione della spesa sanitaria e minore impatto sociale delle malattie). E questo risulta ancora più importante ai tempi del Covid-19.

Lo stile di vita che aiuta a prevenire le malattie cardiovascolari (e non solo).

DIETA. Più frutta e verdura, meno grassi animali e zuccheri raffinati. Evitare il sovrappeso. Ippocrate (460-377 a.C.) diceva: «Fa che il cibo sia la tua prima medicina».

SALE. Nei paesi occidentali si assumono fino a 10 gr al giorno di sale (Cloruro di Sodio), mentre il fabbisogno effettivo è di 2-3 gr. Questo favorisce ipertensione arteriosa ed arteriosclerosi. Contenuto di sale per 100 gr di alimento: prosciutto crudo 2,5 gr, parmigiano reggiano 0,6 gr, fagioli 0,005 gr. Insomma: il sale va bene in zucca ma non nel piatto.

ALCOLICI. L’etanolo è una sostanza tossica, ma se non si esagera gli effetti negativi sono minimi e non è necessario privarsene del tutto (salvo specifiche patologie es. epatiche). Occorre limitarsi a 20-30 gr di etanolo al giorno nell’uomo (2-3 drinks) e 10-20 nelle donne (1-2 drinks). Un “drink” (unità alcolica) contiene 14 grammi di alcol e corrisponde a 330 ml di birra (una lattina), 125 ml di vino (un calice) o 40 ml di superalcolici (un bicchierino).

ATTIVITÀ FISICA. Lo so, manca sempre il tempo. Ognuno, però, dovrebbe trovare la strategia più adatta a sé. Io faccio così: arrivo a lavoro qualche minuto prima, parcheggio a circa 1-1,5 Km dall’Ospedale, poi a passo svelto raggiungo il reparto. In questo modo arrivo a percorrere (“passeggiata veloce”) fino a 15 km settimanali.

FUMO DI SIGARETTA. Se non volete smettere per le vostre coronarie e i vostri polmoni, fatelo almeno per il vostro portafogli: un fumatore spende fino a 2.200 euro all’anno.

APPROCCIO ALLA VITA. Un comportamento caratterizzato da aggressività, eccessiva ambizione/competizione, ritmi frenetici, incapacità a rilassarsi etc, aumenta notevolmente il rischio di infarto. Vale davvero la pena arrabbiarsi in auto se siamo dietro ad una piccola utilitaria che va ai 20 km/h, pur avendo tutta la strada libera davanti a sé?

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