Se il tavolo canta bene, onore alle stecche!

Il gioco del biliardo e i suoi adepti tra di noi

Scendono dalle auto con in mano la custodia del loro “strumento”, che a breve sguaineranno. Sembrano degli orchestrali che arrivano in sala da ballo: non lo sono, ma devono per forza essere sul pezzo in ciò che fanno. Entrano in eleganti stanze, riservate, silenziose, ben illuminate, a temperatura controllata. Posano la custodia sull’apposita mensola ed estraggono il loro strumento. 

La “stecca”, per i giocatori di biliardo, è un prolungamento del braccio: cominciano a montarla un pezzo per volta, delicatamente, perché hanno una cura quasi maniacale del proprio strumento di gioco; controllano il cuoietto, danno il gesso, sono pronti ad esibirsi. C’è anche un po’ di recitazione nei gesti controllati dei giocatori di biliardo internazionale, così si chiama quello senza buche, con cinque o nove birilli (goriziana). 

La postura del corpo, il braccio teso, il lento vai e vieni della stecca sul ponticello formato dall’indice e il pollice della mano, o l’occhiello con l’indice sul medio a formare un anello, il cuoietto gessato quasi a toccare la palla, per verificare che il punto di impatto sia preciso al millimetro. Sono movimenti leggiadri, delicati, belli. Tutto ciò senza proferire parola, perché il silenzio è un elemento indispensabile per il giocatore, che deve concentrarsi per rendere al meglio. La temperatura del piano del biliardo, in ardesia e perfettamente livellato, deve essere tassativamente a 34/36 gradi; il panno che lo ricopre non deve avere nessuna imperfezione, senza segno alcuno di logoramento. Le sponde devono rispondere precise all’impatto della biglia: il giocatore esperto lo vede già dal primo tiro. 

Claudio Ferrari, ex Sindaco ed appassionato del biliardo, mi dice: «Quando si colpisce la palla battente si sente “toc”, la palla colpita; stumb, la prima sponda; stumb, la seconda; stumb, la terza; tac, l’altra palla colpita; frrrr, i birilli al tappeto. Non è un semplice rumore: toc, stumb, stumb, stumb, tac, frrrr… Non è un semplice suono, è musica. Lo diceva anche Francesco Nuti, l’attore/regista di un famoso film sul biliardo (Io, Chiara, e lo Scuro), purtroppo recentemente scomparso: speriamo ci sia un biliardo ad accoglierlo, ovunque sia andato».

Da sempre immaginato come gioco da balordi e perdigiorno, in sale piene di fumo, di alcool e di scommettitori incalliti, con sfide infinite tra giocatori nottambuli ed individui poco raccomandabili. Sono diversi i film drammatici e comici, i libri e i quadri, nei quali al giocatore di biliardo viene riservato il ruolo di protagonista. Oltre al sopracitato Nuti ricordiamo Paul Newman nel film “Lo Spaccone” e Tom Cruise in “Colore dei Soldi”, o film comici come la partita di Fantozzi contro il Megadirettore Galattico. Quadri di pittori come Ottone Rosai, Daumier e Carlo Rosselli hanno immortalato su tela giocatori antichi e moderni, giovani e vecchi; anche gli scrittori in molti romanzi hanno inserito personaggi che gioiscono o penano, filosofeggiano sulla loro vita, dannandosi o resuscitando, mentre giocano a biliardo.

È un duello signorile ma senza pietà alcuna, psicologico, fatto di sbuffi, sorrisi, smorfie, falsi complimenti, colpi di tosse, mosse di anca o di gambe, cercando di innervosire, condizionare, guidare l’avversario su terreni minati, fare in modo che giochi male, che sbagli il tiro e porti vantaggi a te danneggiando lui; tutto ciò è fatto molto finemente, anche furbescamente, ma sempre elegantemente, come il savoir-faire impone.

Strana persona, il giocatore: ad un elevato senso della geometria e della matematica, ad un intelligente disegno strategico e visione di gioco, deve unire un’elevata coordinazione mente-braccio, cosa che non sempre riesce in modo automatico. Lo stesso tiro, ripetuto migliaia di volte, non risulta mai uguale, perché i fattori esterni sono una variabile impazzita, sempre in agguato. Ha litigato con la moglie prima della gara? Il bimbo ha il raffreddore? Un telefonino squilla, qualcuno entra improvvisamente in sala? Sono innumerevoli i fattori esterni che disturbano, destabilizzano e sviano la mente: la concentrazione cala ed il braccio, che è l’esecutore degli ordini mentali, sbanda, sbaglia, dove prima non si era mai sbagliato; si gioca male e si esce sconfitti, anche con avversari normalmente perdenti, ma in quel frangente più sereni, più sul pezzo.

L’ex agente di commercio Paolo Pincelli, un neofita del gioco, ricorda quanto sia importante la parte mentale del gioco: «La calma e la serenità interiori, accompagnati da una capacità feroce di isolarsi, lasciare il mondo reale fuori dalla sala biliardi, sono indispensabili per godersi una serata di gioco. Bisogna pensare solo a sfacci, garuffe, briccolle, tre sponde di calcio, girate, erzegovine. Non ci sono affanni di amici e parenti che tengano, a biliardo si gioca per vincere; per vincere bisogna giocare bene e non pensare ad altro».

Chi ha la passione del biliardo, come il Geom. Valentino Pinotti, testimonia che tutto quello sopra riportato è pura verità e non saprebbe cos’altro dire per rendere l’idea di quanto sia bello ed impegnativo mentalmente. Tanti termini tecnici del biliardo sono sconosciuti ai più, ma sono il pane quotidiano per chi gioca da tanti anni come il Geom. Ivan Masoni, che testimonia: «Al solo nominarli mi aumenta la voglia di prendere la stecca e andare in sala a giocare, ma già da parecchio tempo le sale in zona sono più scarse ed i praticanti sempre meno, sempre più attempati, per non dire vecchi». Come il Geom. Giancarlo Barbieri, vecchio ammaestratore di biglie, che gli ubbidivano a volte si è volte anche no, che afferma: «I giovani sono pochissimi, provano per un po’ poi preferiscono altri giochi più dinamici, più parlati, dove si “sbattono” le biglie numerate in buca, tipo il pool, lo snooker, la palla 8 stile americano. Ora come ora si fatica a trovare avversari per fare qualche partita col silenziatore, come di regola: bisogna portarseli da casa».

Sono rimasti pochissimi, anziani dinosauri del gioco con la stecca, in via di estinzione. Peccato. In tempi dove i giochi elettronici impazzano e fanno tanto rumore, un gioco dove bisogna pensare, contare, essere un po’ matematici, un po’ psicologi, un po’ geometri, ma in silenzio, non so dove lo ritroveremo. 

Sto mirando, sto tirando, parte il tiro: Toc, Stumb, Frrr…

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