Se il gattino diventa tigre

Se il gattino diventa tigre

La fotografia tra i selfie e il web

A noi ci ha rovinato Internet. Tre grandi paure assillano oggi i fotografi professionisti: la caduta delle remunerazioni; la concorrenza “sleale” dei non-professionisti; la violazione del copyright. Di tutte e tre, la colpa viene rovesciata sulla fotografia ultra-softwarizzata e sulla sua condivisione Web, che avrebbero reso la produzione, la circolazione e l’appropriazione di immagini operazioni estremamente semplici, alla portata di tutti. Ma soprattutto, venuta da chissà dove, forse da un virus mutante incubato nei circuiti degli smartphone, un’epidemia di demenza collettiva si sarebbe impadronita di milioni di persone, quelle che fotografano e condividono sui social le foto dei loro micetti, i selfie, appestando l’aria di immagini “vomitevoli” che corrompono il gusto e il mercato, e tutto questo starebbe trascinando la fotografia in un gorgo micidiale di decadenza.

Tutti fotografi nessun fotografo eccetera…

Temo che questa damnatio temporis digitale confonda gli effetti con le cause. È facile dimostrare che le fotografie dei lettori non hanno rimpiazzato le fotografie professionali sui media editati, che la precarizzazione del lavoro è un fenomeno che travolge anche mestieri non assaliti dai gattini, che la violazione del copyright è resa possibile da una clamorosa arretratezza di leggi pensate per un mondo di carta.

Sì, c’è stato un assalto digitale al mestiere del fotografo. Ma andrebbe raccontato diversamente: come la storia di un’enorme ristrutturazione tecnologica imposta ai fotografi per motivi diversi dal miglioramento del loro lavoro. I fotografi professionali sono stati gli ostaggi di una gigantesca guerra mondiale di mercato dichiarata dai nuovi aggressivi protagonisti, i produttori di hardware e software e i gestori di piattaforme Internet, coalizzati fra loro, contro i media editati tradizionali, per strappare loro il mercato dei contenuti visuali. I fotografi sono stati assieme cavie e vittime di questa ristrutturazione del mercato.

La conversione forzosa dei professionisti era il passaggio necessario per creare l’ambiente adatto all’esplosione del mercato di massa, per imporre il sistema smartphone-Web come medium sociale primario. Obiettivo raggiunto. Quelli che abbiano in tasca non sono più telefoni. Sono stazioni interconnesse portatili il cui medium prevalente è visuale.
Attenzione: le nuove opportunità offerte dalla condivisione orizzontale delle immagini ci permettono realmente di arricchire la relazione fra esseri umani.

Non prendiamocela con i gattini, non sono tigri che divorano i fotografi. Ma come ogni operazione di sfruttamento commerciale di bisogni reali, anche questa è tendenzialmente imperialista: il suo sogno è trasformare ogni cittadino con reddito appena decente in un fotografante, per spalancare davanti ai nuovi prodotti tecnologici, hardware e piattaforme, un mercato mondiale di tre o quattro miliardi di persone. E contemporaneamente stabilire un controllo verticale, nascosto ma potentissimo, sull’immaginario visuale, che impone e omologa stili di vita attraverso gli stili visuali mentre a attinge dalle nostre stesse immagini private informazioni preziose per il marketing.

Dietro a gattini e selfie c’è una appropriazione planetaria di immaginario. Che coinvolge cosette come la libertà di informazione, le relazioni fra i cittadini, la formazione dell’opinione pubblica, la cultura, la politica, in una parola: la democrazia. Cosa può fare una comunità civile? Contrapporre azioni collettive virtuose agli spiriti animali dell’economia, creare contrappesi, cogliere la novità dei linguaggi visuali e costruire una coscienza critica sui relativi strumenti per aiutare i cittadini a usarli al meglio senza esserne usati. Si può, si deve fare cultura della condivisione orizzontale delle immagini. Anche solo per leggere meglio quelle che incontriamo ogni giorno e non esserne vittime indifese. Per questo ci servono fotografi più colti e preparati, che non abbandonino il terreno della buona visualità. Ci servono scuole che non abbiano paure di un fotofonino, che considerino il linguaggio visuale della condivisione come un territorio chiave per la formazione del cittadino.

Prendiamoli in braccio, questi benedetti gattini, oppure davvero diventeranno tigri.

Michele Smargiassi per Primo Piano
Giornalista per La Repubblica, cura una rubrica-blog online di fotografia

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