Scrivere è riconoscenza verso chi mi è vicino

Due nuovi romanzi per ragazzi di Matteo De Benedittis

Correggio, si sa, ha dato i natali a diversi scrittori. Oggi incontriamo Matteo De Benedittis, classe 1981, autore per bambini e ragazzi oltre che professore di lettere al Liceo Rinaldo Corso. Recentemente ha pubblicato Le più belle storie dei Promessi Sposi (ediz. Gribaudo) e Svelto sul sentiero (ediz. San Paolo).

Il primo è l’adattamento per ragazzi del romanzo di Alessandro Manzoni, di cui nel 2023 si è ricordato il 150° anniversario della morte, avvenuta a Milano il 22 maggio 1873. Il volume è illustrato da Cinzia Battistel ed è consigliato per i lettori dai sette anni in su. «Sono stato io a richiedere all’editore di scrivere qualcosa su Manzoni per celebrarne l’anniversario della morte. Fra l’altro, avendo due classi seconde al liceo, Manzoni è stato un filo conduttore che mi ha accompagnato per tutto l’anno scolastico. Mi hanno così proposto questa bellissima collana di albi cartonati ed illustrati, che contiene le più belle storie di mitologia e classici da tutto il mondo. È un libro che avevo voglia di creare, l’ho scritto di getto e avevo tante cose da dire: ho cercato di farlo con un tono brillante e leggero».

Sfida ardua, raccontare un romanzo in chiave accessibile e vivace per i più piccoli. «I Promessi Sposi, come qualsiasi altro classico della letteratura, ha due caratteristiche: è “eterno” ed è “altro”, cioè contiene degli elementi che valgono sempre ma allo stesso tempo ti racconta una realtà diversa rispetto al mondo in cui viviamo. Proprio in questi due elementi sta la sua grandezza: se fosse solo diversissimo non ti direbbe nulla, se toccasse solo ciò che ti interessa sarebbe troppo schiacciato sull’attualità. Il compito dell’insegnante, e in questo caso anche dello scrittore, è fare da ponte, per comprendere l’alterità e scoprire l’eternità che è dentro ogni classico. Quando si prova a fare questo, il libro fiorisce: l’impressione che ho è che gli studenti e i lettori siano davvero interessati. La domanda è “Cosa c’entra con la mia vita?”. E i Promessi Sposi hanno tantissimo da dire, ogni volta che mi approccio a questo testo mi stupisco della sua ricchezza e delle tante cose che ha anticipato».

Ai suoi lettori ha anche dovuto spiegare tutti quegli aspetti storici, che Manzoni dà un po’ per scontato, su come funzionava il mondo nel 1600. «Ad esempio, il fatto che Lucia non si sposi con il vestito bianco, come per secoli avveniva. Ho anche cercato di prendere sul serio i miei lettori: non è semplicemente un riassunto dei Promessi sposi. Il risultato, spero, è un volume che cerca di non prendere sottogamba l’acume e la sensibilità dei lettori, di rimanere fedele ai temi del romanzo e alle grandi domande che esso propone». Come il tema della fede o della morte. «Il tema della fede non è offensivo o divisivo, io penso, se lo si presenta senza faziosità. È un argomento di cui di solito non si parla, ma che tutti vivono, dando ciascuno le proprie risposte. I Promessi sposi sono incentrati sulle tematiche di fede: vedo che questo suscita un grande dibattito e un grande interesse».

Svelto sul sentiero è a sua volta un romanzo storico, uscito però interamente dalla fantasia di Matteo, che lo ha presentato recentemente al Salone del Libro. «L’editore mi aveva chiesto di scrivere un libro ambientato nelle mie terre. Io ho preso spunto da un fatto reale e poco noto: nel 1341 Francesco Petrarca visse dalle nostre parti, a Selvapiana, vicino a San Polo. Era amico dei Conti di Correggio e probabilmente furono loro a dargli questo possedimento. Nel libro due personaggi si svegliano senza memoria: uno è vestito da Guelfo, l’altro da Ghibellino e dunque pensano di essere nemici. Dovranno fare tanta strada ed incontrare molte persone per capire chi sono: il messaggio è proprio che la propria identità si conosce solo relazionandosi con gli altri. Il titolo mi sembra molto azzeccato perché dà l’idea di movimento, del viaggio, delle vicende che si susseguono in modo rocambolesco».

Per Matteo lettura e scrittura sono state le prime passioni. «I miei genitori erano entrambi forti lettori, mio padre insegnava letteratura al BUS. I libri sono sempre circolati per casa: ho bellissimi ricordi di mio padre che leggeva libri a me e mio fratello prima di addormentarci. Questa è stata la mia prima educazione letteraria. Altro fattore importantissimo è stata la noia delle estati a Marola, dove avevamo una casa. Mi arrampicavo sulla quercia in giardino e stavo lì a leggere. Mi sono avvicinato alla letteratura per ragazzi un po’ per caso: una cara amica scrittrice ha letto uno dei miei racconti e, senza dirmelo, l’ha fatto leggere alla sua editor. Il motore della mia scrittura è la riconoscenza, una forma di ringraziamento nei confronti dell’esistenza, in particolare di quella fetta di esistenza che è mia moglie: mi permette di scrivere avendo tre figli piccoli da gestire. Di riconoscenza verso gli autori del passato che ho amato; dei miei figli, che mi hanno permesso di conoscere da vicino il mondo dei bambini». Questa estate si dedicherà al suo prossimo libro. «Uscirà sempre per la Casa Editrice San Paolo, per la quale ho scritto i miei libri più “intimi”. Nel 2019 è uscito La cassapanca dei libri selvatici, fra l’altro scelto dai librai di Bergamo e Brescia come consiglio per tutte le scuole elementari della provincia. Con loro ho fatto un bellissimo incontro dal vivo: sono occasioni preziose perché permettono di capire se effettivamente il libro è piaciuto e perché si scopre il grande acume con cui i lettori scoprono alcuni dettagli su cui magari i grandi non si soffermano. Questa volta scriverò della figura di San Francesco, ma sarà una prospettiva inedita, quella sul Francesco bambino e ragazzo, prima della conversione».

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