Sana rotazione colturale e il grano resterà

Nel lungo periodo delle festività natalizie le attività delle nostre cucine sono sempre più vivaci della norma. Alla luce di questo, anche l’utilizzo di farina è sicuramente più elevato rispetto ad ogni altro periodo dell’anno. Una constatazione che ci potrebbe portare a riflettere sull’origine della farina stessa e in generale sulla più classica delle colture nel panorama agricolo mondiale: il grano. Un cereale che nei giorni scorsi è stato al centro di dibattiti infruttuosamente polemici che, se da un lato non hanno più di tanto scandalizzato gli addetti ai lavori, dall’altro sono stati spesso fraintesi dai consumatori che, talvolta, hanno fatto proprie informazioni sbagliate. È passato il messaggio che l’Unione Europea arrivi a vietare la coltivazione di grano in Emilia Romagna, ma le cose non stanno così. La coltivazione del grano non verrà contingentata, contrariamente ad altre colture come l’uva da vino, il latte o il pomodoro, nell’ambito delle politiche di sostegno dei prezzi delle produzioni agricole. La volontà in ambito europeo è invece quella di indurre i produttori ad una rivalutazione della rotazione colturale, che è alla base di una agricoltura razionale. Questa scelta si pone in netto contrasto con la monocoltura, ovvero una stessa coltura ripetuta sullo stesso terreno per lunghi periodi. È una scelta sbagliata poiché depaupera il suolo, favorisce il proliferare di infestanti, fitofagi e malattie crittogamiche talvolta resistenti, riduce le rese produttive e non salvaguarda la biodiversità. Per farlo intende utilizzare l’accesso ai contributi che la stessa Unione Europea eroga: se non si attua una razionale rotazione, l’azienda non potrà avere accesso ai fondi stanziati. Nulla di scandaloso, nulla di preoccupante. La produzione di grano nel correggese non è quindi a rischio, questo deve essere chiaro. Se non altro, non a maggior rischio di quanto potrebbe esserlo con gli andamenti dei prezzi di mercato della materia prima, che, essendo in continua altalena fra alti e bassi, indirizzano e a volte confondono le scelte dei produttori: spesso queste si rivelano controproducenti, proprio perché indirizzate dal variare repentino della domanda e dell’offerta. Un fenomeno che per le cosiddette colture annuali, quelle che completano il loro ciclo in un periodo inferiore all’anno, è molto più probabile e difficile da gestire rispetto alle colture pluriennali, per esempio frutta o vite, che sono caratterizzate da una più probabile costanza della produzione nel lungo periodo. Le colture annuali hanno però un importante vantaggio agronomico ed ambientale, sul quale l’Unione Europea intende far leva: la possibilità di mettere in atto una rotazione colturale razionale, che si ottiene variando nel corso degli anni la tipologia di coltura e rendendo così sinergiche le caratteristiche agronomiche delle varie essenze. Da sempre nelle campagne si conoscono le colture da rinnovo, quelle miglioratrici e quelle depauperanti, che, senza entrare nei dettagli, esercitano un’importante funzione nei confronti del terreno ed in particolar modo sulla sua struttura, nella dotazione di nutrienti, di sostanza organica e della fauna microbica. Questi effetti, intercalati fra loro, permettono di ottenere raccolti eccellenti, sia dal punto di vista quantitativo che qualitativo. Tutto ciò è in netto contrasto con la monocoltura, che consiste nella successione, anno dopo anno, della stessa coltivazione (per esempio il mais), favorendo così la selezione di infestanti sempre più difficili da contrastare, alterando la biodiversità del territorio, scatenando una maggiore diffusione di problematiche fitosanitarie specifiche ed impoverendo le caratteristiche del terreno, sia dal punto di vista strutturale che di dotazione di sostanze nutritive. È per questo motivo che i nostri nonni hanno sempre avuto il massimo rispetto per le rotazioni agrarie, che prevedevano la successione nel corso degli anni di colture con caratteristiche ed esigenze fra loro molto differenti: queste risultavano fra loro complementari, favorendo un grande equilibrio sotto molti aspetti. Un adeguato avvicendamento o rotazione colturale è estremamente importante, in quanto apporta all’azienda agricola che lo applica correttamente molti vantaggi, sia di natura agronomica che di carattere economico-gestionale, pur non permettendo di seguire gli entusiasmi economici della redditività della coltivazione (che di fatto resta comunque imprevedibile e molto altalenante). L’azienda che è in grado di impostare un’adeguata rotazione colturale può addirittura raggiungere un equilibrio, anche relativamente alla redditività media, del quale occorre tener conto. Un po’ come se si trattasse di un investimento bancario che, posando i piedi su più staffe, media i pro e i contro delle scelte intraprese.

 

 

Non è tutta farina del nostro sacco

Al consumatore non servivano certo altre informazioni poco chiare, essendo già parecchio confuso dalle farine a marchio che, pur non differenziandosi più di tanto dal classico prodotto ricavato dal grano tenero, viene impropriamente considerato molto differente se “di kamut” o “manitoba”: la differenza più sostanziale di questi prodotti generalmente risiede nel prezzo, imposto più dalla moda che da un’effettiva esigenza. In effetti stiamo parlando di due prodotti che devono il loro successo ad azzeccate strategie di marketing, visto che kamut è semplicemente il nome di una varietà di grano tenero, coperta da brevetto ma del tutto paragonabile al nostro antico grano dei miracoli; la farina manitoba è una farina definita forte poiché particolarmente ricca di glutine, come potrebbe essere anche una farina con caratteristiche analoghe non prodotta nella provincia canadese che le ha conferito questo nome così riconoscibile. In entrambi i casi stiamo parlando di farine di grano tenero, le doppio zero per esempio, che in questo periodo vengono utilizzate sia per la sfoglia che per i dolci. Il grano tenero peraltro è la tipologia di grano più coltivato, tanto nel correggese quanto in Italia e nel resto del mondo. La produzione italiana di questo prodotto, un vero pilastro della nostra dieta, rappresenta però solo lo 0,5% della produzione mondiale: l’Italia importa il 64% del proprio fabbisogno.

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