Ronda su ronda

Nell’aspetto ricorda un po’ Antonio Ligabue, il pittore. Alto, magro dentro ad abiti modesti, curvo in avanti con i piedi che faticano per tener dietro al corpo, il viso scavato, gli occhi bassi che saettano in tutte le direzioni a ispezionare ogni centimetro quadrato di terreno.
Lo incontro mentre, un po’ discosto, osserva il ragazzo che fuma vicino ad un portacenere di comunità, davanti al tabaccaio di piazza San Quirino. Come il ragazzo abbandona la sigaretta lui alle sue spalle rapido interviene, se ne appropria, la spegne e se la mette in tasca. Stupito gli propongo «Se vuole le do io una sigaretta integra». Lui senza guardarmi riprende a camminare veloce: «No, grazie, non fumo, me l’ha proibito il dottore». Interdetto, rimango con una domanda sospesa. Alcuni giorni dopo lo rivedo che esplora i portacenere del bar Mazzini. «Se non fuma, cosa se ne fa delle cicche?» «Prendo solo quelle che ne vale la pena. Poi recupero il tabacco per conto terzi.» E mi lascia lì con altre domande sospese.
Così comincio a farci caso. E, con mia sorpresa, lo incontro dovunque, impegnato nei suoi affari. Davanti ad un parchimetro controlla se qualche utente ha dimenticato il resto. Al supermercato perlustra l’area dei carrelli a pagamento. Stessa operazione davanti alla farmacia, dove può capitare che qualcuno uscendo tra tessere sanitarie, sporte di medicine e contanti ricevuti in resto perda qualche monetina. Scuote le gettoniere delle cabine telefoniche e delle fototessere; ispeziona coscienziosamente ogni cavità dei distributori automatici di sigarette, di bibite, di profilattici (e, se ce ne fossero ancora, di mentine).
«Lei fa concorrenza agli spazzini» gli dico, una volta che sono riuscito ad intercettarlo. Non è per niente facile, è sempre così indaffarato. Per un attimo mi sembra offeso: «Io esercito una professione. Mica frugo nel pattume». E riprende il giro.
A forza di incontrarlo mi costruisco la mappa del suo percorso, che in effetti si ripete sempre uguale. I portici di via Mazzini (una miniera di negozi, caffè, tassametri e portacenere pubblici), i parcheggi di piazza Garibaldi, di piazza San Quirino, di via Cavour e di piazzale Carducci (con i loro giacimenti di monetine dimenticate nei parchimetri da automobilisti frettolosi), i piazzali di Eurospin, Coop e Conad (qui il raccoglitore deve avere occhio e fortuna). Per finire all’Espansione Sud, capolinea esotico da cui riparte la ronda. Insomma, camminando continuamente a ispezione tutti i punti del suo business, il nostro “Quirino a piedi” è protagonista, senza saperlo, di una originale “economia circolare”. Forse non è quella virtuosa di cui parlano gli economisti, ma pur sempre si tratta di affari compiuti in un percorso in tondo.
Un giorno lo trovo che inveisce contro un distributore automatico che non prevede il resto. Si sfoga con me: «L’uso delle carte che il governo vuole imporre mi toglierà il lavoro». Gli dico che deve allargare il business per rispondere alle minacce del progresso. In fondo lui esercita un mestiere antico, come quello delle nostre nonne che “spigolavano” nei campi dopo la mietitura o raccoglievano le mele cadute dalla pianta, oppure quello dello “strasser” che una volta batteva le campagne. Solo che oggi sono mestieri troppo di nicchia, ecco.
Lui mi guarda strano e allora aggiungo un esempio: «Consideri la raccolta di monetine dimenticate. Le banche operano anche in questo business, però agiscono molto più in grande. Quando nessuno reclama titoli depositati o vengono persi i documenti di una cassetta di sicurezza, è sicuro che alla fine le banche, pur stando ferme, “raccolgono”, proprio come fa lei». Il protagonista dell’economia circolare sembra essere contento di venire accostato alla grande finanza. Mi fa un cenno e, a testa bassa, riprende la ronda.

Condividi:

Rubriche

Torna in alto