Romagna mia, Romagna nostra!

Come abbiamo risposto all’appello post alluvione

Le recenti alluvioni in Emilia-Romagna sono state al centro di tante storie nelle ultime settimane. Noi di Primo Piano ci siamo chiesti quale fosse il modo migliore per dare spazio, nel nostro piccolo, a questa tragedia ed alle sue conseguenze. Come sempre facciamo, abbiamo pensato di guardare al nostro territorio, parlando con chi ha scelto di fare la sua parte e portare aiuto ai paesi più colpiti. In queste pagine trovate le interviste realizzate a due ragazzi che sono andati più volte in Romagna proprio per fare questo: aiutare. Tramite le loro storie e riflessioni, abbiamo ripercorso gli aspetti più umani di questa vicenda.

Andrea Piccinini è stato in Romagna in veste di volontario grazie a Casa Spartaco e tramite le Brigate di Solidarietà Attiva. Si è recato per due volte nei territori alluvionati, restando in tutto per cinque giorni.

Qual è stato il primo impatto?
«È stato molto forte: finché non ti ci trovi davanti, non pensi che una situazione del genere sia possibile. Questo tipo di esperienza era una novità per me e in alcuni momenti avevo proprio bisogno di una pausa emotiva. Alcune delle situazioni più drammatiche erano nelle campagne: abbiamo trovato persone che non vedevano nessuno da settimane, che magari erano bloccate fuori dalla propria casa allagata. Viene da chiedersi cosa sia peggio, tra un evento del genere e altri disastri. È vero che con l’alluvione le case rimangono in piedi (se i muri non marciscono), ma tutto quello che sta dentro è da buttare. Come volontario, ti trovi a dover chiedere alle persone cosa vogliono buttare e cosa salvare. Mi ricordo di questo signore in pensione nelle campagne di Conselice. Un artista, aveva accumulato tante cose nella vita. Aveva tantissimi libri, scatoloni e scatoloni di appunti, tutto da buttare. Non si era mai disfatto di nulla fino a questo momento. Ricordo anche una coppia alle porte di Ravenna che si era trovata l’acqua a quasi un metro. Lui voleva buttare tutto, lei cercava di salvare alcune cose, noi volontari facevamo quel che potevamo. Nelle Brigate di Solidarietà Attiva ci occupavamo anche di informare sui rimborsi e le loro diverse modalità. I cittadini dovevano fotografare gli oggetti e compilare le autodichiarazioni, ma dovevano farlo con tempi molto stretti per sperare di avere il 100% del rimborso».

Che tipo di reazioni hai trovato tra la gente?
«Tra i ragazzi giovani c’era la consapevolezza che non sarebbe finito tutto qui, mentre per le persone anziane, specialmente quelle sole, era molto difficile. Io ammetto che, di fronte a tutto questo, mi sono anche arrabbiato, perché si tratta di zone in cui si conosce l’alto rischio di eventi come questo. Anche da un punto di vista della prevenzione e del rischio climatico, viene da chiedersi se stiamo davvero facendo di tutto per evitare che disastri come questo si ripetano».

Qual è stato il motivo che ti ha spinto ad andare?
«Non ci ho dovuto pensare molto: ho sentito il dovere di fare qualcosa per una situazione disastrosa non lontana da me, in cui c’era davvero bisogno di aiuto. Penso che dietro ci sia anche un sentimento umano che ti porta a sperare che, dovesse succede qualcosa di simile anche a noi un giorno, ci sarà qualcuno disposto ad aiutarci».

E quali sensazioni ti sei portato a casa dai tuoi viaggi in Romagna?
«Sicuramente tanta consapevolezza sulla situazione climatica, ma anche tanta amarezza per alcuni aspetti della gestione da parte delle Istituzioni. Ci sono state zone completamente dimenticate e questo fa arrabbiare. Non ti dico neanche la sensazione di aver fatto chissà quale gesto d’eroismo: per i diretti interessati ogni aiuto è come oro, ma appena esci da una casa ti guardi intorno e ti rendi conto che c’è ancora tanto, troppo, da fare».

Marco Aldrighi è andato due volte in Romagna nelle ultime settimane: la prima a Castelbolognese come fotoreporter, la seconda a Faenza in veste di volontario.

Qual è stato il primo impatto al tuo arrivo a Castelbolognese?
«Erano i giorni in cui i telegiornali erano pieni di storie sulla Romagna: pensavo di avere un’idea di quello che avrei trovato. Ecco, non è andata così: la situazione era molto più drammatica. Persone che avevano perso la casa, l’auto, i beni personali e affettivi: le strade erano piene di oggetti, come fossero discariche. Per non parlare di tutti i problemi annessi, come quello dell’igiene. In quel fango c’era di tutto: sostanze chimiche, carcasse di animali e tanto altro. L’aria che si respirava aveva un odore chimico. Abbiamo poi incontrato un grosso problema nella gestione dei volontari e degli aiuti, così come nel loro coordinamento e nella sicurezza».

Come hai trovato le persone?
«Abbiamo trovato tanta solidarietà, che veniva da una sorta di rassegnazione positiva. Di fronte all’aver perso tutto, molte persone accettavano la situazione, cercavano di aiutarsi e fare quel che potevano. Ho però visto anche tanta rabbia per la mancanza di un aiuto più strutturato da parte dello Stato. Ci sono state anche situazioni drammatiche, di persone che si lasciavano andare a crisi di pianto ed isterismi».

C’è una storia che ti è rimasta più impressa di altre?
«A Castelbolognese ho incontrato due bambine a cui ho scattato una foto. Sono due sorelle. Hanno perso tutta la loro collezione di libri, che erano veramente tanti. Ad un certo punto, una delle due è scoppiata in lacrime lungo la strada e sua sorella è arrivata ad abbracciarla, per sostenerla un po’. È stato drammatico ma anche molto umano, vedere il dolore di questa ragazzina che si commuoveva per i suoi libri che non avrà più».

Di fronte a catastrofi come questa, si parla anche del ruolo che il cambiamento climatico avrà nelle nostre vite. In futuro, eventi come questo potrebbero diventare più frequenti.
«È vero. Quando ero ragazzino si parlava di cosa potevamo fare per prevenire il cambiamento climatico, oggi si parla già di cosa possiamo fare per reagire. Non sono un tecnico, ma se c’è un fattore umano che in questi momenti di tragedia viene fuori, è lo spirito di comunità. Purtroppo questo spirito in molti paesi si è perso. Se ce l’avessimo tutti i giorni, penso che riusciremmo in qualche modo ad arginare alcuni dei problemi che nei prossimi anni diventeranno ancora più grandi».

 


L’associazionismo correggese non si è risparmiato

Sono tante le associazioni e le realtà del nostro territorio che hanno contribuito ad aiutare i territori alluvionati della Romagna. Nella speranza di non dimenticare nessuno, e scusandoci per le eventuali donazioni di cui non siamo a conoscenza, ricordiamo:

  • Casa del Popolo Spartaco, che ha organizzato trasferte quotidiane di volontari per la Romagna, affiancandosi alle Brigate di Solidarietà Attiva; in tutto sono partiti cinquantaquattro correggesi. Sono state donate pale, guanti, occhiali, secchi, pompe professionali, idropulitrici e diversi altri oggetti in consistenti quantità. Casa Spartaco ha inoltre supportato l’apertura di uno sportello legale per aiutare la popolazione ad avere i rimborsi. Il tutto grazie ad ingenti donazioni da parte di Casa Spartaco, singoli cittadini ed associazioni correggesi.
  • La Benzi Group, la ditta Ges e la Cantina di Arceto Emilia Wine hanno donato materiali essenziali alla Protezione Civile Icaro di Correggio per affrontare l’emergenza idrogeologica in Romagna. Carriole, stivali, guanti, tira-acqua, badili, scope, scopettoni e tute protettive sono stati donati per sostenere le operazioni di soccorso e il ripristino.
  • È stata promossa da Auser una raccolta di prodotti alimentari e beni di prima necessità. È stata poi fatta una raccolta interna di fondi tra i volontari, soci e amici di Auser Correggio destinata all’Auser di Ravenna, che ha subito ingenti danni.
  • Il Partito Democratico correggese ha fatto una donazione grazie al ricavato della cena organizzata al Salone delle Feste lo scorso 29 maggio; le donazioni continueranno grazie ad alcuni eventi organizzati al Giardino delle Feste.
  • La Caritas di Correggio ha consegnato circa centosettanta pacchi in derrate alimentari destinati agli alluvionati.

Condividi:

Leggi anche

Newsletter

Torna in alto