Raccontiamo una comunità, con un occhio al digitale

L’esperienza giornalistica de “La Voce” di Carpi

Nella vita di una carpigiana come me, “La Voce” è presente da sempre: da ragazzina ricordo che il suo acquisto faceva parte del rito dell’edicola del giovedì insieme alla Settimana Enigmistica. Quando mi sono trasferita a Milano, La Voce mi ha permesso di rimanere in contatto con la mia città, informata sugli avvenimenti importanti ma anche sulle piccole notizie che fanno sentire parte di una comunità. Ecco perché mi sono sentita subito a casa entrando in redazione per l’intervista al Direttore Florio Magnanini, carpigiano doc, ex studente del liceo classico Rinaldo Corso di Correggio e amico di Primo Piano.

 

Direttore, com’è iniziata l’avventura de La Voce?

«Nel 1993, dalla voglia di raccontare la nostra città in un momento in cui nessuno lo faceva: c’era qualche articolo della stampa provinciale ed i primissimi tentativi di creare delle televisioni, che tuttavia non erano radicati nel carpigiano, dove c’era solo il bollettino della diocesi: per questo abbiamo pensato ci potesse essere uno spazio informativo. Il contesto storico nazionale era quello della rivoluzione politica e della crisi dei partiti, di Tangentopoli e dell’avvento di Berlusconi. A livello locale l’impressione era quella di una città che si stesse muovendo molto velocemente: c’erano già le prime avvisaglie della profonda crisi che di lì a poco avrebbe investito il settore tessile e la percezione delle trasformazioni urbanistiche del nuovo piano regolatore: da città “proibizionista” Carpi stava andando a passo svelto verso la cosiddetta “cementificazione”».

 

Come si è trasformata nel tempo La Voce?

«Quando abbiamo iniziato scrivevamo soltanto i pezzi e facevamo le fotografie, poi io scappavo a Reggio Emilia dal fotoincisore con il menabò, le foto ed i floppy disk con i testi. Col passare del tempo abbiamo incamerato questi processi all’interno, snellendo tutto il lavoro. È in questo periodo che ha iniziato ad affiancarsi alla carta stampata il web, che poi è diventato elemento fisso verso il 2000 con un sommario della versione cartacea, fino ad arrivare alla fase attuale in cui abbiamo scelto di favorire il digitale con la newsletter quotidiana e un’uscita settimanale».

 

Perché questa inversione di marcia?

«Abbiamo fatto questo passo quando abbiamo percepito che la rivoluzione digitale fosse iniziata. La carta sta attraversando una grande crisi, ce ne siamo accorti soprattutto con il lockdown dell’anno scorso quando, date le circostanze, abbiamo pensato ad un abbonamento temporaneo per favorire la lettura in sicurezza. La risposta è stata buona: in un momento storico eccezionale i lettori sentivano il bisogno di sapere quello che succedeva intorno a loro».

 

Com’è composta la redazione?

«Non c’è personale fisso: siamo cinque giornalisti, due commerciali per la raccolta pubblicitaria e un grafico che si occupa dell’impaginazione. Ci teniamo molto a gestire internamente la grafica perché oggi il confine tra le figure del giornalista e del grafico è molto esile: si collabora in modo stretto sia per l’impaginazione dei singoli pezzi che per dare il giusto peso agli argomenti del giornale nel suo complesso».

 

Come si sopravvive al potere del web?

«Il nostro giornale è un’azienda a tutti gli effetti e deve vivere dei propri risultati, ma il digitale fatica a rimanere sul mercato. Ad oggi sono in abbonamento tutte le notizie di nostra elaborazione, mentre le comunicazioni ufficiali e le agenzie sono di libero accesso. Il lettore però deve presupporre che gli interesserà leggere tutti gli articoli per sobbarcarsi la spesa dell’abbonamento digitale, anche se si tratta di poco più di un euro a settimana. Per questo stiamo pensando di snellire l’accesso all’abbonamento digitale con una formula più economica per chi è interessato alla lettura solo di alcuni articoli».

Il passaggio dalla carta al digitale avrà avuto contraccolpi anche dal punto di vista della pubblicità.

«La pubblicità online è un mondo per noi nuovo. Fino allo scorso anno la pubblicità cartacea era nettamente prevalente rispetto a quella sul web, ma diminuiva continuamente: molti commercianti hanno aperto le proprie pagine sui social o le proprie piattaforme, quindi non hanno più bisogno di farsi pubblicità sul giornale. Stiamo cercando di preparare gli inserzionisti a un nuovo approccio: la pubblicità sul nostro giornale digitale non si sostituisce al loro sito, ma amplifica la platea del pubblico che può arrivare a loro. Ma sono sviluppi e potenzialità difficili da digerire, ci vorrà tempo perché il messaggio venga compreso. Questa è attualmente la vera criticità».

 

Quali sono i contenuti più presenti?

«Uno dei filoni di cui sono più orgoglioso e che è stato da sempre un nostro punto di forza è raccontare i giovani carpigiani e le loro carriere, soprattutto quelli che vivono all’estero. Vogliamo lanciare un messaggio di esempio, dire ai giovani: osate! Poi, ovviamente, raccontiamo il tessile con grande attenzione: si sente parlare spesso di un settore morto, ma dà pur sempre lavoro a più di 2500 cittadini. Grande spazio è riservato a urbanistica e all’ambiente, perché qui si gioca la partita della politica locale: conflitti sulla gestione delle aree e dosaggio tra sviluppo e tutela dell’ambiente. Cerchiamo anche di dare spazio alla memoria di Carpi, perché l’identità della città si sta perdendo insieme al senso di appartenenza: vorremmo aiutare a recuperare l’orgoglio cittadino cercando di raccontare le radici storiche».

Cambia Carpi e cambia anche il modo di raccontarla, quindi.

«Cerchiamo di dosare la narrazione in base alle diverse edizioni del giornale: se sul mensile è possibile dilungarsi, dobbiamo essere stringati sul settimanale digitale e telegrafici sulla newsletter, perché è cambiato il modo di leggere: senza scomodare i social, perché credo che ormai le persone abbiano capito che non è quello il modo di rimanere informati, la lettura purtroppo è divenuta più superficiale. Detto questo, l’80% degli accessi al nostro sito è veicolato da Facebook, perché ancora manca l’abitudine di consultare direttamente una piattaforma editoriale. I social hanno cambiato anche il tipo di notizie che interessano i lettori: oggi si guarda al dettaglio, senza inquadrare gli avvenimenti in un contesto più ampio che richieda un’interpretazione; la preferenza cade sempre sulla cronaca nera».

 

Qual è l’approccio del giornale con l’amministrazione comunale?

«Non c’è nessuna posizione di principio, guardiamo alla sostanza delle cose: ci sono fatti che meritano attestazioni di benemerenza e fatti sui quali “pungoliamo” di più. Con l’avvento dei social e della personalizzazione della politica, la politica è in grado di dare immediatamente notizia di qualsiasi fatto avvenuto o decisione presa: la parte elogiativa da parte nostra è un po’ diminuita perché è la stessa amministrazione ad occuparsene, quindi va da sé che si sia dilatata la parte critica».

 

Non ci resta che augurare a Florio e a tutta la redazione de La Voce buon lavoro.

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