Questa rivolta della natura ci trova disarmati

Questa rivolta della natura ci trova disarmati

Il filosofo Umberto Galimberti per Primo Piano

Umberto Galimberti, filosofo, sociologo, psicoanalista, è professore ordinario di filosofia della storia e di psicologia dinamica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia. È membro di importanti organismi internazionali di psicologia analitica e di consulenza filosofica. Giornalista, scrive su Repubblica e tiene una rubrica fissa sul settimanale “D” dello stesso gruppo editoriale. Ha scritto numerosi libri di filosofia, di sociologia e di psicanalisi, tradotti in diverse lingue.

«Temo che questa esperienza di forzata clausura domestica da Coronavirus non ci insegni nulla». Non è per nulla rassicurante Umberto Galimberti, il filosofo che ospitammo a Correggio come Primo Piano nell’ottobre 2018 per una serata dedicata ai giovani. Lo raggiungo al telefono nella sua casa di Milano, dove sta scrivendo un libro su Martin Heidegger, il filosofo esistenzialista.
«O meglio – prosegue – qualcosa ci può insegnare: che la tecnica in cui viviamo così immersi non è in grado di difenderci dalla forza della natura. Siamo ormai dei funzionari di apparati tecnici e ci troviamo di colpo disarmati di fronte alla rivolta di una natura che produce certamente il bene ma non di meno il male, perché è indifferente alla condizione umana. Parlo di rivolta perché oso pensare che la situazione climatica che abbiamo creato non sia del tutto estranea a questo evento virale».

Ma non pensa che la paura che viviamo oggi possa aiutarci costruire un domani migliore?
«La paura è un sentimento positivo, perché ci aiuta a difenderci da un pericolo definito e a salvarci. Oggi invece prevale l’angoscia, che è quella condizione che si vive quando non c’è nulla cui agganciarsi perché tutto è incerto, indeterminato. Quanto durerà? Quando il vaccino? Quali conseguenze? Temo che quando sarà finita questa emergenza ci ributteremo nella vita di prima, regolata dalla ferocia delle attività che la tecnologia ci impone, anzi forse con più foga ancora, come capita ad un drogato dopo un periodo di astinenza. Questa sarebbe invece l’occasione per dedicarci alla nostra interiorità. Le strade sono silenziose: pensiamo a noi stessi, facciamo una riflessione sul nostro stile di vita. È giusto così? La nostra esistenza deve essere ancora solo segnata dalla realizzazione di obiettivi di efficienza e produttività?».

La metafora prevalente nella definizione di questo periodo è spesso quella della guerra: “siamo in guerra”. Ma c’è chi ha detto no, siamo in cura: cura dei malati e cura del pianeta. Concorda con questa seconda chiave interpretativa?
«Mi sembra una buona esortazione, ma le esortazioni lasciano il tempo che trovano. Tutti ci esortano ad essere più buoni, ma poi siamo sempre più cattivi! Però, a proposito di cura, è l’Occidente che è chiamato a dedicarvisi. Più volte ho detto che il declino dell’Occidente è dovuto alla decadenza dei suoi costumi. Ma non c’è solo quello. Oggi succede che un mese di sospensione delle attività produttive sta determinando il collasso della nostra vita collettiva. Ma ci rendiamo conto? I nostri nonni avrebbero potuto anche solo immaginare un tale scenario? Il problema è che, più che l’economia reale, chi detta legge è l’economia finanziaria, volatile, virtuale, oscillante. Di cosa è fatta la nostra economia se tutto viene messo a rischio collasso per uno stop di un mese? Di questo ci dobbiamo curare».

Abbiamo almeno recuperato la fiducia nella scienza?
«Credo proprio di sì, rispetto al periodo dei “no-vax” in cui valeva più il parere della portinaia che quello di uno scienziato. Però adesso che stiamo tirando le cuoia non dobbiamo cadere nell’eccesso opposto. La scienza non dice la verità assoluta. La scienza dice cose esatte (ex-actu è l’etimologia della parola “esatto”) cioè ottenute dalle premesse da cui si parte. Gli scienziati lo sanno e dicono cose diverse a seconda dei dati di fatto e dei presupposti che prendono a riferimento per i loro studi e le loro conclusioni. Lo vediamo anche in questi giorni».

Le Istituzioni e la politica stanno facendo la loro parte?
«Vedo un rischio letale per l’Europa, stavolta, davvero. Mostra tutti i sui limiti questa UE: non è politica, ma solo un assembramento di capi di Stato che tirano l’acqua al loro mulino e dove i ricchi se ne fregano dei poveri. Ma se poi gli italiani in povertà non comprano i tulipani olandesi? Dovrebbero capirlo quegli uomini di Stato. Il Governo italiano, Conte in particolare mi sembra abbia dato una buona prova. Si è mosso bene, in questo mare di imprevisti e di incertezze, riuscendo a colpi di stop and go a tenere insieme esigenze tra loro diverse afferenti alla salute dei cittadini ed alla nostra vita pubblica. Non voglio pensare se ci fosse stato Salvini premier!».

A proposito, dal no ai barconi al “siamo tutti sulla stessa barca”. E il proclama “prima gli italiani” oggi suona beffardo. Che dire?
«Dico che non si deve mai guardare a chi sta peggio per segregarlo nel suo dolore e nella sua sofferenza. Mai mettere fuori gioco i deboli, perché la ruota della fortuna gira rapidamente e gli ultimi possiamo sempre diventare noi».

La scuola come ha retto con l’insegnamento a distanza? I genitori, quegli impiccioni che non le sono mai piaciuti, a casa con i loro figli che effetto le fanno?
«L’insegnamento davanti a un video è tutt’altra cosa rispetto al rapporto diretto discente – docente. Ma non c’è altro da fare. L’esperienza sta funzionando a isole, dove si è più attrezzati e pronti. Teniamo presente che solo poco più di un terzo degli studenti italiani dispone di un computer personale. Quanto ai genitori: anche a casa debbono sparire dal rapporto del figlio con l’insegnante. Non debbono star lì a video per suggerire le risposte o per giudicare l’insegnante. È la solita storia, bisogna finirla».

Grazie e buon lavoro per il libro su Heidegger allora.
«Senta cosa scriveva questo grande filosofo tedesco nel 1966 sul giornale Der Spiegel: “Tutto funziona: questo è l’inquietante, che funziona e che il funzionare spinge sempre verso un ulteriore funzionare e che la tecnica strappa e sradica l’uomo sempre più dalla Terra. Non c’è più bisogno della bomba atomica. Lo sradicamento dell’uomo è già fatto. Tutto ciò che resta è una situazione puramente tecnica. Non è più la Terra quella su cui oggi l’uomo vive”. Parole straordinariamente attuali, no?»

Grazie ancora professor Galimberti e arrivederci a Correggio.

Giulio Fantuzzi

(Intervista del 9 Aprile 2020)

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