Quel palo di Budrio

Una leggenda, non si sa quanto antica, sta affascinando fisici e meteorologi. L’ho sentita per la prima volta molti anni fa da un correggese che veniva chiamato, per ragioni insondabili, “il Pitone”. Però è diventata oggetto di studio solo ora che l’umanità cerca affannosamente di porre riparo agli eventi estremi innescati dal cambiamento climatico: bufere che scoperchiano, bombe d’acqua che allagano, grandine grossa come uova, tutto concentrato secondo casualità in pochi chilometri. Perfino una prestigiosa rivista scientifica britannica ha pubblicato un saggio, dal titolo “The pole of Boudry district” (Il palo di Budrio), in cui si chiede se l’esperienza correggese sia replicabile in altri luoghi e con altri modi, e casomai se è brevettabile.

Ma il fenomeno rimane indecifrabile: quando i venti che portano tempesta arrivano di furia, come al solito da Parma o da Reggio, e la loro rabbia distruttrice si moltiplica mano a mano che rotolano verso la Bassa, giunti a Budrio (frazione di Correggio) ecco che incappano in quel palo che li divide in due. Una parte, coi disastri al seguito, viene indirizzato a destra, verso le campagne di Carpi per intenderci; l’altra verso sinistra, verso le campagne di Bagnolo, sempre per intenderci. È lì e solo lì che la rabbia metereologica potrà sfogarsi. Il cono di territorio con al centro Correggio, invece, resta inspiegabilmente indenne. Chiamatelo baluardo, chiglia di nave, ombrello, parafulmine, provvidenza: il palo di Budrio, nella sua assoluta semplicità, è tutto questo ed altro ancora. Se quel ruolo di protezione fosse esercitato da una cappella sarebbe un miracolo e meta di pellegrinaggi. Se fosse un’olma millenaria starebbe sulla cartografia dell’Esercito e nei cartelli turistici locali. Invece un palo, nella sua essenzialità, può continuare a nascondere la propria vera natura. Un palo di legno, glabro, dicono, nemmeno tanto robusto e particolarmente alto, vecchio, interrato in una qualche parte della campagna non si sa perché e da chi, produce potenti quanto misteriosi influssi.

La ragioniera che si diletta di occultismo mi assicura che senza dubbio si tratta di un reperto celtico, uno di quei totem presso cui i druidi officiavano i loro riti magici per influenzare le forze della natura e intorno a cui la tribù budriese, evidentemente, intrecciava danze propiziatorie. Un palo sacro, dunque, sopravvissuto, con intatti tutti i suoi poteri, a millenni di sviluppo scientifico.

Il medico esperto di terrapiattismo, invece, giura che è l’antenna di una civiltà aliena inviata a Budrio per monitorare i fatti nostri, in comunicazione con la sua lontana galassia. E per questo emette segnali tanto potenti da deviare le tempeste.

«Ma quale leggenda! Questa è storia» dichiara il segaligno studioso di memorie municipali, saccheggiatore di documenti parrocchiali, notarili e degli archivi del Principato custoditi nella biblioteca pubblica. «Pare che fosse compreso nel patrimonio di pali lasciati per testamento da Frigerio ad Ermenegarda agli inizi del millennio scorso. E che l’ultimo Principe della casata dei Da Correggio, Siro, prima di dichiarare bancarotta cercò di venderlo agli austriaci. Anche la “Cronaca di Correggio” del Vellani menziona il “palo budriese” quando Napoleone, di passaggio in paese, lo fece cercare per trafugarlo, come suo solito, e portarselo a Parigi. Impresa che già non era riuscita ad altri razziatori professionisti, gli Estensi di Modena».

Sarà. Comunque, in attesa che i “grandi” del mondo, in giro per conferenze ONU, concordino una qualche risposta globale al dramma climatico, noi ci consoliamo con questa singolare soluzione, che sia fantascienza, storia o magia. Certo che se dovesse essere brevettato, col palo di Budrio si potrebbero costruire barriere difensive dal maltempo e, di palo in palo, deviare i disastri su luoghi ritenuti secondari.

Il problema è che dove il palo sia precisamente ubicato resta cosa controversa.

Recentemente un gruppo di rom si è insediato con roulotte in un podere dalle parti dell’Imbrèto e questo ha scatenato furiose polemiche, perché si teme che a Budrio stia per nascere un campo abusivo. Ma c’è anche il sospetto che siano cercatori di pali (come di rame e di tante altre cose, in verità). Si dice che le popolazioni di Bagnolo e di Carpi li abbiano ingaggiati, grazie ad una colletta, per disattivare il totem (o l’antenna). C’è da capirle. Resta una certezza: se un giorno sul territorio correggese si abbattessero le bufere, ebbene, questa sarebbe la prova che il palo di Budrio è scomparso.

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