Quando Primo Piano fece un doppio salto vitale

Quarant'anni fa: mensile e, per un po', anche quotidiano

Quarant’anni fa, Primo Piano fece una sorta di doppio salto in avanti, che per fortuna non si rivelò mortale.

Il primo consistette nel trasformare la periodicità da bimestrale in mensile. Il primo numero di Primo Piano era uscito nel maggio 1979 come “bimestrale del PCI di Correggio”.  All’inizio del 1981, visto che l’esperienza aveva funzionato e la testata si era guadagnata lettori e apprezzamenti, non solo a livello comunale, si fece il primo salto e, col numero di marzo, divenne mensile.

Qualche mese dopo ci proponemmo di fare un secondo salto, inizialmente accolto con scetticismo.

Una pazzia! Così si sentì rispondere la redazione (Rossana Leporati, Claudio Levrini, Tino Pantaleoni, Guido Pelliciardi e Viller Masoni come direttore) quando propose di far uscire una edizione speciale quotidiana per i dieci giorni della 4° Festa comunale de l’Unità. Ma poi quella “pazzia” si fece: il 9 luglio 1981 Primo Piano Festival fece il suo debutto, diventando così un’altra delle caratteristiche che rendevano la Festa di Correggio particolarmente innovativa e anche un po’ “pazzariella”.

Alla redazione venne messo a disposizione un box vicino all’ingresso della Festa, dotato di tavoli, sedie e due macchine da scrivere “lettera 38”, prestate gratuitamente dalla locale concessionaria Olivetti.

Ogni sera, fino al 19 luglio, la redazione, rinforzata da una trentina di collaboratori reclutati in itinere, raccolse immagini, elaborò articoli di commento, schede di presentazione e interviste ai protagonisti dei dibattiti e degli spettacoli, itinerari gastronomici, dati e considerazioni sul funzionamento dei vari stands, conversazioni sia con i compagni in servizio alla Festa che con i visitatori, e tante altre cose inventate lì per lì con molto divertimento e anche un po’ di goliardia. Il frutto di questo lavoro alle prime luci dell’alba (si “chiudeva” fra le 3 e le 5 del mattino) confluiva nei menabò e negli esecutivi regolarmente consegnati alle 8 di mattina in tipografia per la stampa. La distribuzione delquotidiano”, tirato in 2.500-4.500 copie a seconda delle serate, avveniva gratuitamente agli ingressi della festa; complessivamente vennero stampate c.a 35.000 copie, con un costo di c.a 4 milioni di lire ampiamente ripagato dalle inserzioni pubblicitarie.

Penso che l’aspetto più importante di quell’esperienza sia stato l’aver realizzato un giornale “assieme”: fra chi – da una parte – pensava il giornale, scriveva gli articoli, alla fine riusciva a ricomporre e a dare un po’ di senso al tutto (talvolta un po’ avventurosamente) e chi – dall’altra – contribuiva con opinioni (anche critiche), informazioni, aneddoti, foto; e magari la sera dopo veniva in redazione a lamentarsi perché l’articolista non aveva ben interpretato il senso della conversazione o aveva dimenticato qualche nome o fatto importante.

Chi lavorò per dare un Quotidiano alla Festa, credo, ebbe l’impressione di partecipare a una piccola “esperienza di democratizzazione dell’informazione”: così la definì Andrea Barbato in una conversazione informale seguita a un incontro-dibattito che ne fece un protagonista di quella Festa.

Il Quotidiano Festival fu replicato anche nei tre anni successivi, con cambi della direzione (a Masoni subentrarono prima Marcello Rossi e poi Tino Pantaleoni) e, soprattutto, con modifiche del formato grafico e della mission editoriale che lo resero sempre più simile a una sorta di programma di sala.

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