Quando l’invenzione è un enigma

Lucio Bigi e il suo studio Woquini

Ad un convegno di enigmisti fu sottoposto il seguente indovinello che impegnò i partecipanti per un certo tempo: “…is”.

Comincio così l’intervista all’enigmista correggese Lucio Bigi: gli chiedo di risolverlo, per poi pentirmene immediatamente. Lo legge… e intuisco che, dopo meno di un secondo, l’ha risolto, ma per pura cortesia di gentiluomo non risponde e cambia argomento, dicendomi che quello non è propriamente un indovinello, bensì un calembour, un parente nobile della freddura.

 

Allora gli domando: com’è fatto il cervello di un enigmista, cioè di uno che gli enigmi non solo li risolve, ma li inventa?

«Non ci vuole un cervello particolare, non è nemmeno un talento; è un’attitudine, come per un meccanico mettere le mani nel motore o per un fornaio fare il pane. Semplicemente ci sono persone che hanno la predisposizione a fare delle cose specifiche. Questa particolare attività, che con passione ed assidua applicazione può diventare una professione, desta molta più curiosità di altre perché è più inconsueta e difficile da immaginare. Un’altra particolarità è che non esistono scuole o corsi che insegnino a diventare un enigmista».

Una professione che può diventare un’arte. Alle sue spalle c’è un pannello con la seguente frase di Karl Kraus: “ un artista solo colui che sa creare un enigma da una soluzione”.

 

Lucio Bigi vive a Correggio da quando aveva sette anni, ma è nato ad Alassio “a cinquanta metri dalla riva del mare”; sottolinea di aver ricevuto molto da questo luogo e che si è sempre sentito un ligure correggese, o un correggese ligure.

Terminati gli studi ed il servizio militare, svolse diverse attività in vari ambienti lavorativi, finché, grazie anche al totale appoggio della moglie, decise di “strappare”.

L’enigmistica è la sua passione fin da quando era bambino e l’ha coltivata come tale fino agli anni novanta, quando ha fatto una scommessa: fondare uno studio, cui ha dato il curioso nome di “Woquini”, il nome di un valoroso capo Cheyenne, essendo da sempre un estimatore del mondo dei nativi americani.

Oggi si direbbe una start-up, perché alla base dell’impresa c’era un’invenzione, un nuovo campo che prima non esisteva: l’enigmistica tematica applicata ai più svariati ambiti.

Creativo e versatile, ha confezionato giochi enigmistici “pensati e pensanti” per molte aziende; ha collaborato con scuole, enti pubblici e privati, istituzioni, fondazioni, agenzie pubblicitarie, oltre che giornali, riviste, radio, televisione. Si è occupato di pubblicità, formazione, istruzione, comunicazione, divulgazione. Ha lavorato con oltre trecento clienti, negli ambiti più disparati: aziende come Barilla, Yomo, Coop, Conad, Nestlé, case farmaceutiche (anche la Pfizer…), editoria, come La Repubblica, La Gazzetta dello Sport, L’Unità, Tuttosport, Focus, Diario, Libertà, con la RAI, la Polizia di Stato, l’Unicef, con squadre di calcio, come Inter e Juventus, per eventi come le Olimpiadi invernali di Torino… e tanto altro.

La progettazione dell’intervento richiesto partiva dall’individuazione dell’area tematica. Ad esempio, un’industria farmaceutica deve illustrare un nuovo farmaco ad informatori scientifici in un corso di aggiornamento? Occorreva portare l’ottica del gioco enigmistico, strettamente legato al tema dato, all’interno del corso: pare che ne fosse la parte più gradita!

Ricorda l’esperienza col Comune di Genova, durata un decennio: una settimana all’anno dedicata alla “Storia in piazza”, durante la quale i partecipanti di ogni età risolvevano un cruciverba sulla storia di ben dieci metri di lunghezza, con pennarelli cancellabili. Il cruciverba è stato rifatto quasi cento volte.

Ha riscosso molto successo una maglietta di Valentino Rossi con un suo cruciverba. Dopo la vittoria nel campionato del mondo di MotoGP nel 2002, Rossi fece il giro trionfale in mondovisione. Una volta individuato il creatore del cruciverba sulla maglietta, diversi giornalisti contattarono lo studio Woquini per poterne fare un pezzo di colore.

Ora dice di essere in pensione, nonostante il suo studio sia ancora in attività; accetta pochi clienti scelti. Ha deciso di vivere “in leggerezza”.

 

È vero che risolvere cruciverba o altri tipi di giochi enigmistici fa bene al cervello?

«Parliamo di enigmistica generalista, quella denominata “popolare”, tipica delle riviste che si trovano in edicola, per differenziarla da quella cosiddetta “classica”, spesso più orientata per addetti ai lavori. Sì: ci sono riscontri scientifici che ritardi la demenza senile ed il declino cognitivo tenendo allenata la mente, a patto però che si frequentino i giochi enigmistici con continuità, differenziandone le tipologie ed aumentandone progressivamente le difficoltà, senza ricorrere a facili “aiutini”, o facendolo il più tardi possibile. Contribuisce al miglioramento di memoria, capacità logiche, arricchisce il nostro vocabolario, la nostra cultura e, non ultimo, il benessere psicofisico, perché la risoluzione degli enigmi è una sorta di gratificazione personale abbastanza potente. Un’efficace medicina, ma senza effetti collaterali».

 

Cos’è cambiato nel settore in questo anno orribile di pandemia?

«In passato, almeno negli ultimi trent’anni del 1900, la vendita di riviste di enigmistica aveva due impennate ogni anno: nei mesi di agosto e febbraio, in corrispondenza delle ferie e dell’influenza stagionale; invece quest’anno con pandemia e lockdown le vendite sono state elevate e non sono mai scese, come, d’altra parte, anche quelle della stampa popolare del gossip, per onestà di informazione».

Com’è cambiato il mondo dell’enigmistica con le nuove tecnologie?

«Per i “solutori” moltissimo, per la possibilità di documentarsi agevolmente ed in tempi rapidi; per comunicare e lavorare, come per qualsiasi altra azienda, per la varietà dei contenitori e dei supporti che offre, diversi da quello cartaceo, pochissimo per la creazione che resta un atto individuale, un pensiero. Detesto i giochi fatti al computer perché sono sempre brutti, freddi e non hanno un’anima, e questo lo percepisce anche il solutore».

 

Come mai, nonostante siamo nel terzo millennio, l’atmosfera che si respira aprendo una rivista di enigmistica è ancora di tipo, diciamo… classico-carducciano?

«Non condivido totalmente questa impressione, anche se l’enigmistica italiana è nata negli ultimi decenni di vita del Carducci. I giochi enigmistici rispecchiano il contesto culturale e linguistico delle nazioni e l’enigmistica italiana è probabilmente la più diffusa e la più raffinata al mondo, nonostante la nostra lingua sia relativamente giovane, ma ricca di dilogie, di significati multipli. E quell’aspetto un po’ datato, sia nel linguaggio che nelle illustrazioni che ha accompagnato l’enigmistica in tutto il Novecento, si è molto rinnovato, grazie anche ad una nuova generazione di praticanti e appassionati che si è avvicinata a questo mondo, anche grazie a Internet. C’è un gioco enigmistico, una frase bisenso di molti anni fa, (allora si chiamavano crittografie mnemoniche), l’autore era Il Valletto, che riguarda, indirettamente, il giornale che ci ospita. L’esposto era “clavicembalo”. La soluzione? “Primo piano”. Il perché è nella sua storia: è uno strumento ideato nel XIV secolo, che ebbe la sua epoca d’oro nel ‘700 e poi fu sostituito dal più moderno pianoforte. Quindi il clavicembalo è stato un… primo piano».

 

E… qual è la soluzione dell’indovinello che ti ho proposto all’inizio?

«Le ultime lettere di Jacopo Ort…is?»

Tempo impiegato? Un nanosecondo.

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