Quando il Carnevale era una cosa seria…

Il Carnevale è una festa cristiana?
Tra Carnevale e cattolicesimo il processo di reciproca accettazione non fu breve né facile. Si usa individuare nel 1468 la data in cui Papa Paolo II, rampollo di una nobile famiglia di Venezia, città in cui il Carnevale era in voga già da secoli, indisse solennemente il Carnevale nella città di Roma, mettendo fine a secoli di ostilità. Da allora i cristiani vollero vivere una lunga parentesi di festa che, dall’Epifania all’inizio del mercoledì delle Ceneri, li avrebbe confortati prima di intraprendere il lungo periodo di Quaresima, caratterizzato da rigorosi digiuni e penitenze. Si facevano grandi mangiate e bevute, sempre accompagnate da travestimenti, canti e balli per le strade: il Carnevale del popolo, condito da gran baccano, si viveva principalmente in strada. In questi giorni unici si poteva nascondere il volto con le maschere e sovvertire i rapporti gerarchici, i privilegi, le regole e i tabù. Si sospendevano anche la morale e le leggi: nobili, plebei e servi potevano mischiarsi nelle strade in una parvenza di uguaglianza. Il consumo di alcool in eccesso, tuttavia, contribuiva ad allentare i freni inibitori potenziando comportamenti violenti e licenziosi, al punto che nel periodo carnevalesco aumentavano gli omicidi e gli stupri.

In passato il Carnevale era una festa molto sentita anche nelle nostre zone, con festeggiamenti, coriandoli e stelle filanti, carri allegorico-grotteschi (infiorati o satirici) e maschere a volontà. Nelle campagne le mascherine giravano di corte in corte per raccogliere qualche soldino o dolcetto (spesso una richiesta di elemosina camuffata). Si trattava di bambini, mascherati alla bell’e meglio, che declamavano una serie di filastrocche e scherzi, inventati durante l’anno, che creavano occasioni d’ilarità e scherno. Si presentavano alla porta delle abitazioni, recitando e ballando: in base al successo della performance derivava una più o meno ricca donazione di dolcetti e altre leccornie. I giovani, invece, si spostavano di stalla in stalla a visitare i filos serali: proponendo giochi e rime chiassose, miravano a guadagnarsi i tradizionali dolci (intrigoni, rosoni, frappe e chiacchiere, possibilmente annaffiati da un buon dolce vinello della casa). E la rima più in voga era: “O vilàn o vilanèin – i’ho sintû dìr – ch’î fat dal véin, – se m’ni’n dê mìa ’na fiaschéta, – Dio ve manda ’na sajéta”.

Dal Rinascimento in poi, a Correggio i festeggiamenti duravano quattro settimane e più. Le mascherate con musica, canti, balli, scherzi, giochi, recite e mascherine si mettevano in azione subito dopo le celebrazioni di Sant’Antonio abate (17 gennaio), per culminare nel martedì grasso. Nel periodo carnevalesco i cittadini più eruditi si occupavano delle programmazioni teatrali, mettendo in scena recite, farse e melodrammi, con la partecipazione attiva degli allievi del Collegio Civico Ducale, retto dagli Scolopi fin dal 1722. A teatro si organizzavano anche giochi e tombolate che andavano avanti fino alle ore piccole, ma soprattutto i balli in maschera, prerogativa della società nobile e borghese. Poi c’erano i maestri cartapestai, ideatori e realizzatori dei carri allegorici che transitavano per le strade cittadine, tirati da buoi o cavalli: sopra di essi s’affollavano le mascherine, che gettavano al popolo cibi e bevande. Per non essere oscurata nella propria evangelizzazione, la Chiesa esortava alla temperanza e alla preghiera per le anime del Purgatorio, istituendo un triduo (ciclo di preghiere della durata di tre giorni) a partire dal giovedì grasso, chiamato “Il carnevalino delle anime”.

Per integrare, si riportano alcuni significativi brani estratti dalla Cronaca di Correggio (1794-1829) di Pietro Vellani.

 13 febbraio 1804: oggi, altre due bellissime mascherate: una per capo di Vincenzo Lazzari (artefice di uno dei carri) rappresentante le nozze di Bacco con Arianna, per cui si fece un palco così bello, sotto l’orologio, che pareva un monte, anzi era intitolato il “Monte della cuccagna”, dove erano disposte tre tavole con infinità di cibi e bevande che venivano buttati dalle maschere al popolo presente.

18 febbraio 1806: oggi, ultimo giorno di Carnevale, non s’ha voglia di parlare di maschere né di ballo, ma solo di terremoto. In collegio, solo per far divertire i convittori spaventati, hanno recitato per due sere. Infatti il 12 febbraio, intorno alle tre di notte, una forte scossa di terremoto creò scompiglio e spavento nella popolazione, con la caduta di centoventi comignoli e infinità di coppi. Dato che era l’ultimo mercoledì di Carnevale, vari giovani erano a ballare nel soppresso convento del Corpus Domini: al momento della scossa fuggirono colpiti da calcinacci. La popolazione fuggì all’esterno per il ripetersi di scosse più leggere. Alle cinque si celebrò subito una messa in Duomo. Di pomeriggio, al posto della mascherata, il predicatore della quaresima Padre Sigismondo da Spineto porta in processione il braccio reliquia del Protettore San Quirino, ai quattro angoli della città in ciascuno dei quali era eretto un altare. Vi era gran quantità di gente cosi devota e computa da far cader le lacrime dagli occhi (il terremoto del 12 febbraio 1806 ebbe come epicentro Novellara, Correggio e Guastalla. Come intensità è ritenuto paragonabile a quello del 1996, NdR).

11 febbraio 1812: Per l’ultimo giorno di Carnevale, Giuseppe Giaroli (altro artefice dei carri mascherati e amante della pittura) ha fatto una bellissima e spettacolare mascherata. Rappresentava il Dio Pane sotto a un magnifico bersò portato da venti e più uomini, e scortato da ben montata cavalleria. Sortì un poco tardi dal portone da carri di san Francesco, e dopo aver fatto un giro alla porta di Modena e di lì per il gioco del pallone, poi per la contrada Lunga, arrivò alla porta maggiore di san Francesco. Tornato di nuovo indietro per di lì, ed entrato nella Strada Maestra, in faccia al forno pubblico prese quattro torce alla spezieria di Andrea Anceschi: con questi quattro lumi portati fra i sei ragazzi sul bersò che attorniavano, fu di nuovo portato da dove sortì con grande schiamazzo ed evviva dei ragazzi in gran parte accorsi. Giuseppe Giaroli fece anche la mascherata dell’anno successivo 1813 con bersò adorno di fiori, su cui un imperatore cinese visitava le province, scortato da carnefici, giudici, paggi, guastatori, preceduto da trenta e più uomini a cavallo con bandiere e con canzoni e arie in musica.

17 febbraio 1814: Il giovedì santo, in Duomo, si recita il Triduo per le anime del Purgatorio. A teatro si balla tutti i giorni, ma il divertimento non è godibile come gli anni passati, per il motivo che si sono stabiliti a Correggio tre marchesi (Striggi, Paleotti, Gabbi). Il martedì si fa festino da ballo in teatro, sottotono per il timore che arrivino truppe come quella pattuglia già arrivata, composta di avanzi di galera cattivi e ladri (in odore di Restaurazione, dopo la caduta di Napoleone, a Modena viene restaurato il Ducato sotto la sovranità di Francesco IV d’Austria Este che invia nelle provinc come Correggio i Governatori nobili con le loro milizie).

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