Quando cantavamo bandiera rossa

Il PCI a Correggio, un forte legame di popolo

Venti giorni prima del Congresso socialista di Livorno da cui nasce il PCI, a Correggio la sera del 31 dicembre 1920, Agostino Zaccarelli e Mario Gasparini, due giovani socialisti, vengono assassinati da squadristi fascisti provenienti da Carpi. Inizia così, nella nostra terra, la guerra civile del fascismo contro il Partito socialista e le sue organizzazioni sociali e civili. Quanto accade poi a Livorno nel gennaio 1921 e la mancata comprensione del pericolo fascista da parte dell’Amministrazione comunale e del Partito socialista di Correggio determina il passaggio, soprattutto dei giovani, al nascente Partito comunista, visto e vissuto come il principale antagonista del fascismo.

È il battesimo del PCI: il ruolo avuto nella Resistenza e nella lotta contro la dittatura nazifascista. Un battesimo di sangue. I comunisti sono stati, infatti, i più attivi oppositori contro il fascismo e i primi fautori dell’organizzazione partigiana nella nostra terra. A livello nazionale, su 4.671 condannati dal Tribunale speciale, ben 4.030 erano comunisti. In questa lunga azione di lotta clandestina che consisteva nella diffusione di volantini, in azioni di sabotaggio, fino all’organizzazione paramilitare delle brigate combattenti, si sono costruiti i rapporti con la gente, con gli operai, i contadini, le donne, i giovani. Tante le case di latitanza nelle nostre campagne, riparo e riferimento sicuro per i partigiani così come la tipografia clandestina di Canolo nell’abitazione dei fratelli Pinotti. Si creava un legame forte tra i comunisti e l’ambiente sociale e civile, basato sulla volontà di costruire un mondo diverso, libero, in cui superare la miseria e l’ingiustizia. La resistenza al fascismo e la guerra di liberazione rovesciano così, qui e durevolmente, i rapporti di forza tra PCI e PSI, conferendo ai comunisti l’immagine di rappresentanza di quei valori. Germano Nicolini, riferendosi al dopoguerra, mi disse in un’intervista: «agli occhi della gente minuta io continuavo ad essere “il diavolo” della clandestinità, il comandante partigiano vicino ai poveri, l’uomo che nei momenti difficili non rifiuta di darti una mano». Nel 1946 Nicolini diventerà Sindaco di Correggio, votato anche da alcuni consiglieri dell’opposizione democristiana.

Nel momento in cui i comunisti emiliani assumono il governo delle città, a partire dal dopoguerra, l’esperienza politica del passato fa scuola. Sale in cattedra il socialismo riformista di Camillo Prampolini che, in particolare nella provincia di Reggio Emilia, aveva sviluppato un importante tessuto associativo basato sui mezzadri alleati degli operai, sulla rete delle cooperative, delle camere del lavoro, sulla conquista dei municipi.

Il PCI è stato capace, negli anni, di andare oltre quell’esperienza riformista mediante una politica che, pur muovendo dalla necessità di difendere e promuovere le condizioni di vita dei lavoratori, puntava a garantire la crescita dei ceti medi produttivi e delle piccole e medie imprese. Nel settembre 1946 proprio a Reggio, Palmiro Togliatti pronunciò il discorso “Ceto medio ed Emilia rossa” sulla necessità di un solido rapporto con i ceti medi.

È la genesi del cosiddetto “modello emiliano”, cresciuto sotto la guida politica ed ideale dei comunisti. Non è un caso che nel nostro territorio trovino diffusione la piccola e media industria e l’artigianato, diventando il motore dello sviluppo. A Correggio, Carpi e Sassuolo, per fare alcuni esempi, matura una forte specializzazione in alcuni comparti, quali il meccanico, la plastica, l’agro-alimentare, la maglieria, la ceramica.

Un’altra caratteristica fondamentale è la rinascita, nel dopoguerra, del movimento cooperativo, fondamentale per la ricostruzione del tessuto economico e sociale. Tante persone trovano nel lavoro autogestito nelle cooperative la risposta alle proprie aspirazioni politiche, oltreché una grande risorsa per debellare la disoccupazione. Già nel 1945 nella nostra provincia la Lega delle Cooperative vanta ben 54.000 soci e 716 organismi attivi in tutti i settori produttivi.

Ma l’immagine del PCI deve molto al buongoverno delle Amministrazioni pubbliche, guidate sempre da suoi esponenti di primo piano. Esse hanno fatto tesoro dell’esperienza delle amministrazioni socialiste del primo novecento relativamente alle municipalizzazioni di servizi, ma sono andate ben oltre, costruendo un sistema di welfare globale. È sufficiente pensare alle caratterizzazioni che i sindaci di Correggio hanno dato del proprio mandato per lo sviluppo dei servizi sociali e di assistenza, degli Istituti culturali, dell’istruzione infantile, della costruzione dell’edilizia popolare, della pianificazione urbanistica, di parchi e aree attrezzate per lo sport e il tempo libero, per capire il grande miglioramento che si è determinato nelle condizioni di vita dei cittadini e che fa di Correggio, ancora oggi, una città vivibile e accogliente. Ricordo i due lunghi mandati di Rodolfo Zanichelli e di Renzo Testi, in anni in cui il Governo centrale tramite i Prefetti frappose non pochi ostacoli alle politiche di spesa in campi ancora inesplorati dallo Stato.

Ma, si sa, non tutto è perfetto. Un tormento, più o meno sopito, ha percorso la storia del PCI: quella doppiezza, di cui è stato sempre accusato. La stagione dei “Comuni rossi” ha messo da parte, nei fatti, quella ideologia legata al mondo del socialismo reale e alla collocazione internazionale del PCI, che rimaneva l’asse portante della sua politica nazionale. Una contraddizione palese che ha avuto nei comunisti emiliani i principali protagonisti. Mentre nel buongoverno del territorio si richiamavano al riformismo, a livello nazionale affermavano di lottare per un obiettivo rivoluzionario, di superamento del capitalismo. Ciò ha avuto delle conseguenze negative sullo sviluppo di un sistema democratico basato sull’alternanza delle forze politiche antagoniste al governo del Paese. Il cosiddetto “fattore K” è stato usato per impedire l’accesso del PCI alla stanza dei bottoni e per favorire una politica moderata e conservatrice in nome dell’anticomunismo. Anche se l’ambiguità in cui si è sempre mosso il Pci si è allentata nel tempo, soprattutto con Enrico Berlinguer e la politica della “terza via”, solamente con il crollo del socialismo reale si è preso atto della necessità inderogabile di una svolta. Ma da quel momento finisce la storia del Partito comunista italiano. Resta però, indiscutibile, il contributo di un grande Partito politico alla tenuta della democrazia italiana, negli anni duri del terrorismo e dello stragismo, ed alla formazione di una classe dirigente locale e nazionale attraverso percorsi di studio, di partecipazione, di selezione. Anche oggi, la politica o quel che ne resta, può essere riconoscente al PCI ed alla sua lunga avventura.

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