Prove invalsi 2021, un test inaffidabile

Serve altro per la buona scuola

A metà estate è arrivata una notizia bomba: le scuole italiane fanno schifo.

L’Inghilterra aveva appena perso gli Europei, le Olimpiadi dovevano ancora cominciare, e si vede che c’era spazio libero sulle colonne dei notiziari.

Oggi, che le scuole stanno cominciando, vale la pena di vedere se era vero, che le scuole italiane fanno schifo. (Spoiler per chi deve andare a girare il minestrone che se no si attacca: no, le scuole italiane non fanno schifo). E allora, se le scuole italiane non fanno schifo, come mai i giornali, i telegiornali, i radiogiornali, i webgiornali e il mio gatto si sono messi a ripetere questa notizia? Solo perché avevano spazio, e nessun giallo dell’estate da sbattere in prima pagina? (Un mio conoscente sostiene che i killer dei gialli dell’estate siano le troupe televisive, e forse ha ragione).

No, i tele-radio-giornali hanno dato questa notizia perché le prove Invalsi hanno dato risultati deludenti. Ovvero che l’anno scolastico 2020-21 era stato poco efficace, che gli studenti italiani non sanno leggere, scrivere, far di conto, inglesizzare eccetera. Ma và? Se lo chiedevano a me, glielo dicevo io, senza spendere un sacco di soldi per le prove Invalsi (che, per chi non lo sapesse, costano, e anche un bel po’ – vi risparmio i calcoli, fidatevi).

Il fallimento dell’Invalsi non è colpa della Dad, non è colpa degli insegnanti e nemmeno degli studenti. Colpo di scena, non è colpa di nessuno. Il giallo si infittisce. Noi lettori di Conan Doyle non possiamo accettare che nessuno abbia la colpa! Bisogna pur tagliare la testa a qualcuno. Va bene, va bene, mi avete convinto: se bisogna proprio tagliare la testa a qualcuno allora tagliamo la testa all’Invalsi.

Lo so che le regole dei gialli dicono che la vittima non può essere anche l’assassino (cioè, può, ma poi viene fuori un giallo così così), ma in Italia ragazzi succede di tutto. Vi spiego. O meglio, vi racconto quello che ho visto. Perché io c’ero quando i miei studenti di quinta liceo hanno fatto le prove Invalsi. C’ero: testimone oculare.

Allora: mettiti nei panni di un ragazzo che non vede i suoi compagni da circa tre mesi (se c’è una cosa buona della Dad è che ha fatto venire voglia agli studenti di venire a scuola – vi rendete conto? Studenti che vogliono andare a scuola: siamo dalle parti del miracolo). Ecco, dicevamo, sei uno studente e sei stato davanti a uno schermo tre mesi, torni a scuola e cosa fanno immediatamente i tuoi insegnanti? Ti mettono davanti a uno schermo. Segue dialogo simulato ma realistico.

“Ma fa media?” chiedono, e tu, insegnante, costernato, dici: “Ehm… no”.

“Ah, ma allora perché dobbiamo farlo?”

“Eh, per fare contento un po’ il ministero, un po’ i giornalisti che fra gli europei e le Olimpiadi non sapranno cosa scrivere, un po’…”

“Cioè, siamo in presenza dopo mesi che ci vediamo a distanza, e dobbiamo usare questo tempo in presenza per fare una prova che a me non serve a niente?”

“Be’, veramente serve a far fare bella figura a noi insegnanti, e poi l’immagine della scuola…”

“Sì, sì, va bene, dai iniziamo che prima iniziamo prima finiamo”.

 

Iniziano, e quando la risposta è facile cliccano giusto, ma quando le domande sono difficili? Tu cosa faresti?

Lo faresti coscienziosamente solo se appartieni a due categorie: i samaritani e gli enigmisti.

I primi sono gli studenti che, riconoscenti alla scuola italiana per i lustri passati ivi a nutrire la propria mente “et lo proprio core”, scelgono, come opera di volontariato, il grande rigore morale che serve a cercare di rispondere giusto o comunque al meglio delle proprie capacità. Potreste pensare che studenti così non esistano e invece esistono. Sono pochi, ma esistono. Soprattutto studentesse, per quel che ho avuto modo di osservare.

La seconda categoria sono quelli che affrontano l’invalsi come se fossero le parole crociate semplificate o il sudoku o il calcolo enigmatico, e cercano di farle bene solo per il gusto della sfida mentale. Notizia: anche gli studenti enigmisti sono una piccola minoranza. Ha senso quindi affidare la riuscita di questa rilevazione a queste due risicate minoranze?

Onestamente io, a diciannove anni, che pure sono sia enigmista che samaritano, non so cosa avrei fatto, fossi stato nei loro panni.

E così dei novanta minuti (novanta, come Italia-Galles) che hanno a disposizione, l’enorme maggioranza degli studenti italiani ne usa dieci, quindici, venti, e poi si gode la presenza.

Avreste fatto diversamente?

Quindi la questione non è se le scuole italiane facciano schifo (non lo fanno, sono fra le migliori al mondo), ma se facciano schifo i sistemi di rilevazione Invalsi, che, tra l’altro, sono sempre in linea con le rilevazioni Ocse-Pisa. Ovvero: le scuole delle regioni ricche funzionano bene, quelle delle regioni meno ricche funzionano meno bene. Ma và? Non lo sapevamo già?

Per farcelo ripetere (anzi, per sentirci dire che le scuole italiane sono peggiorate) abbiamo sottratto ore di preziosissima presenza a tutti gli studenti italiani, appena tornati a scuola e che di quella presenza avrebbero avuto un sacrosanto bisogno (e un sacrosanto diritto). Invece li abbiamo messi davanti a uno schermo. Insomma, il 2021 non era proprio l’anno adatto per l’Invalsi. Bisognava proprio?

E con questo non vogliamo dire che la scuola non abbia problemi. Ma, vivendola tante ore al giorno tutto l’anno, mi sembra che i problemi della scuola non siano individuabili (né tanto meno sanabili) tramite il test Invalsi. Visto che la qualità della scuola non è mai maggiore della qualità dei suoi insegnanti, occorre lavorare unicamente sulla formazione e motivazione dei professori, in ogni fase della loro carriera.

Innanzitutto durante il reclutamento, dando regole chiare e stabili nel tempo e nello spazio. Concorsi, scuole di formazione, di specializzazione, quello che vi pare, basta che decidiate e poi vi diate una calmata (mi rivolgo a ministero e sindacati, ovviamente). Vi diate una calmata per sempre. Pensate agli scacchi: farebbe ridere se negli anni pari si giocasse con due regine e negli anni dispari con una, o se a seconda della regione italiana cambiasse il numero dei pedoni, o se la torre dal 1999 muovesse in diagonale. Ecco, per le regole di reclutamento degli insegnanti è così: cambiano nel tempo e nello spazio.

E poi occorre curare la qualità degli insegnanti nei primi anni di insegnamento, dove le energie sono fresche e le idee brillanti. E infine valorizzare gli insegnanti esperti, in una scuola che non sia un progettificio, ma che curi l’azione d’aula (ovvero lezioni e verifiche, con tutto ciò che ci sta intorno), l’unica realtà davvero formativa per le generazioni del futuro.

E l’Invalsi lo teniamo buono per la settimana coi tre giovedì… e magari senza una pandemia.

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