Prendersi cura è cosa buona e feconda

Monsignor Luciano Monari: c’è bisogno d’umanità

Monsignor Luciano Monari è uno che … Correggio gli vuol bene! Biblista, direttore spirituale, vescovo, e ciò nonostante sempre disponibile ed amichevole coi gruppi frequentati a Correggio ed a Canolo fin dai primi anni settanta. Dopo essere stato vescovo di Piacenza e di Brescia, da 1995 al 2017, è ritornato a Sassuolo, la sua città d’origine, per fare il curato. Il suo magistero pastorale è vastissimo e tante sono le comunità con cui è in rapporto. Colto, saggio, autorevole, il suo dire è stimolante anche in senso laico e civile. Tanti correggesi non si stancano di ascoltarlo, dopo 50 anni, e continuano a chiamarlo semplicemente don Luciano. Faccio parte anch’io di questa tribù fortunata.

Don Luciano, Correggio non ti molla. Un legame tenace, frutto di una dichiarazione d’amore risalente agli anni settanta, che non si è persa. Come vescovo hai guidato diocesi dell’importanza di Piacenza e poi, ancora di più, di Brescia. Ma, confessa, ti è mancata Correggio?
«Correggio è stata una delle prime parrocchie dove sono stato invitato per incontri coi giovani e certamente quella che ho frequentato più assiduamente. Si è formato un legame robusto, che resiste nel tempo. A Correggio abbiamo pensato, discusso, riflettuto; ci abbiamo messo tutto l’entusiasmo e le energie, e anche un po’ di creatività. Insomma, è stata una stagione bella e rimane una memoria grata, che aiuta a vivere».

Siamo in presenza dei lettori di Primo Piano, una tribuna civile: come possono essere interpellati, in tempo di pandemia, dal messaggio quaresimale?
«La Quaresima è un tempo di conversione corale. Conversione vuol dire cambiare direzione; corale significa agire come popolo. Ora, che sia necessario cambiare strada, che molte cose non funzionino, che molte speranze siano appassite non ha bisogno di dimostrazioni ed è problema che preoccupa tutti, credenti o non credenti. L’interrogativo è: debbono cambiare gli altri o debbo cambiare io? Cambiare gli altri è un’impresa titanica che supera le nostre forze; cambiare noi stessi è, almeno in parte, in nostro potere. Cominciare da qui, dal mio tentativo di cambiare in meglio; e siccome facciamo il cammino insieme il mio cambiamento produce anche qualche cambiamento negli altri, e quindi un cambiamento sociale».

E la Pasqua cosa ci dice?
«Che la paura della morte è relativizzata. Nella lettera agli Ebrei c’è scritto che il diavolo si serve della paura della morte per rendere gli uomini schiavi e cattivi. La risurrezione di Cristo, relativizzando il potere della morte, aiutandoci a superarne la paura, produce degli spazi di speranza e di libertà. E così Paolo può scrivere: “Io sono persuaso che né morte né vita, né presente né avvenire, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio in Cristo Gesù, nostro Signore”. Questo si chiama: libertà».

Tempo di speranza, dunque. Ma questa prospettiva sulla speranza, oggi, nella sofferenza portata dalla pandemia, non rischia di essere provocatoria?
«Perché? L’uomo vive di speranza e la speranza non scompare mai del tutto. Il problema vero è sapere quali sono le speranze che nutriamo. Ci sono speranze dal fiato corto che riguardano l’immediato e ci sono speranze profonde che possono sostenerci in mezzo a tutti gli alti e bassi della vita. Solo una speranza profonda può sostenere un impegno, prolungato nel tempo, verso livelli di umanità più alti. La speranza si stende verso un futuro possibile; un eventuale fallimento non la cancella, la costringe invece a definirsi meglio».

Tu hai detto che “dobbiamo essere responsabili della nostra vocazione a diventare umani”.  È una responsabilità laica?
«Molto semplicemente: l’uomo non nasce fatto ma da fare. Fare l’uomo significa far crescere un soggetto che diventi intelligente (cioè che s’interessa del mondo e cerca di capirlo), ragionevole (che sa fare autocritica e valutare correttamente le sue idee), responsabile (che sa ponderare e decidere), buono (che, quando decide, sceglie il bene). Far crescere un uomo così è il capolavoro di un’educazione e di una maturazione personale. Rinunciare a questo significa rinunciare a essere persone autentiche. Quindi si tratta certamente di una responsabilità di tutti e, in questo senso, di responsabilità “laica” nel senso più bello del termine».

Il magistero di papa Francesco è divenuto una bussola anche per i non credenti. Si può dire che sia uno dei pochi pensieri lucidi e lungimiranti sui grandi problemi dell’umanità?
«È vero. Ma mi chiedo: perché le cose stanno così? In che cosa papa Francesco è competente? E la risposta può essere una sola: è competente in umanità. Sa che cosa significa sentire, pensare, agire umanamente. Lo sa perché lo vive. L’ho sempre sentito parlare della dignità della persona umana e dell’importanza che l’economia favorisca questa dignità, non la mortifichi, che si prenda cura. Credo che “prendersi cura” sia l’atteggiamento più creativo, grato e fecondo da coltivare».

“Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento” le parole del papa nella Laudato Si sembrano drammaticamente profetiche.
«Se non siamo sciocchi, dobbiamo fare le scelte necessarie per evitare quegli eventi catastrofici che creerebbero povertà e sofferenze immense. Ed è questo che papa Francesco ci sollecita a fare: a prenderci cura dell’ambiente nella consapevolezza che il nostro destino di razza umana è legato allo stato concreto della terra. Dobbiamo fare un passo oltre l’interesse che ci viene istintivo e questo è possibile solo con la consapevolezza che la vita delle generazioni future dipende in gran parte dalle scelte che noi facciamo oggi. E dobbiamo rinunciare a qualcosa del nostro benessere oggi per garantire un benessere sufficiente alle generazioni future domani. Papa Francesco parla di un’ecologia integrale, che non chiede solo l’attenzione ai fenomeni della natura, ma anche all’uomo, alla sua intelligenza, onestà, generosità. Solo una visione integrale del bene dell’uomo può aprire strade promettenti».

Secondo papa Francesco non possiamo più essere schiavi dell’economia capitalista, intesa come economia che pensa prima di tutto al profitto.
«Il profitto è necessario nell’impresa economica perché esprime la validità dell’impresa stessa. Ma non è lo scopo dell’impresa, che è invece di contribuire a migliorare la vita delle persone e il funzionamento della società. Per questo il profitto non può essere il valore supremo; quando lo diventa mortifica inevitabilmente le altre dimensioni della persona e della società. Questo è l’insegnamento sociale dei papi: l’impresa è per l’uomo e non viceversa. Papa Francesco ha rinvigorito la ricerca ed il dibattito sull’economia civile (o anche economia di comunione), impegnando intellettuali e giovani studiosi su modelli alternativi e nuovi stili di vita».

Papa Francesco ha ripreso una celebre affermazione che già fu di Paolo VI: “La politica è la più alta forma di carità”. Come la spieghi?
«La politica è lo strumento attraverso il quale si prendono decisioni che hanno come fine il bene della polis, cioè il bene di tutti. Quando facciamo questo compiamo una scelta di carità (cioè di amore), la più alta che l’uomo possa compiere, proprio perché è rivolta al bene di tutti. Quando i politici fanno bene il loro servizio, le famiglie riescono a vivere meglio e se le famiglie vivono meglio, le singole persone hanno migliori opportunità di crescere e creare e amare e donare, le imprese economiche possono funzionare meglio, i deboli sono protetti, la giustizia dirige i rapporti tra le persone. Cosa c’è di più nobile in questo mondo?».

Pietro Oleari

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