Pirandello e l’insostenibile relatività della verità

Qualcuno di voi ha un taccuino sul quale scrive le frasi di libri o canzoni che lo hanno particolarmente colpito? Io ne tengo uno da anni e tra le prime annotazioni vi si trova questa: «Che per noi non sia vero, gli altri se ne ridono. È vero per loro. Tanto vero, che può anche capitare che gli altri, se non vi tenete forte alla realtà che per vostro conto vi siete data, possono indurvi a riconoscere che, più vera della vostra stessa realtà, è quella che vi danno loro». L’autore è Pirandello, la frase è tratta dal suo romanzo: “Uno, nessuno, centomila” e ci regala un assaggio di quella che è una convinzione dello scrittore siciliano, ossia che la verità è spesso solamente un punto di vista. Questa sua interpretazione della realtà, che è per lui tanto sfuggente quanto soggettiva, emerge con prepotenza anche dalla sua opera teatrale Così è (se vi pare), andata in scena al teatro Asioli nelle giornate di martedì 15 e mercoledì 16 gennaio, e che ha visto nel cast attori di tutto rilievo, tra i quali Filippo Dini e Maria Paiato.

Non vi racconterò la trama in modo dettagliato, ma vi dirò solo in due parole di cosa parla; chi non conosce quest’opera, ma ha voglia di farsi un’idea abbastanza precisa del suo contenuto e non ama la lettura di testi teatrali,  può leggere la breve novella: “La signora Frola e il signor Ponza, suo genero”, dalla quale Così è (se vi pare) è tratta.

In un paesino siciliano, un gruppo di abitanti è a caccia della verità riguardante la situazione di una famiglia di forestieri, composta da moglie, marito (il signor Ponza) e suocera (la signora Frola), i quali vivono separati; moglie e marito in un piccolo appartamento di una palazzina mal concia, suocera in un elegante stabile centrale, madre e figlia parlandosi solo da lontano. La spiegazione del perché viene fornita dagli stessi signor Ponza e signora Frola, i quali però danno una versione della realtà non solo diversa, ma addirittura una opposta all’altra, risultando così convincenti nel sostenere la loro realtà, che i loro interlocutori rischiano di impazzire nella forsennata e impossibile ricerca della verità. Rischiano di impazzire tutti i protagonisti tranne uno, il signor Laudisi, il quale, dal canto suo, vive “sereno” nella certezza dell’incertezza, offrendo continuamente le sue osservazioni sulla relatività della conoscenza non solo degli altri, ma anche di sé stessi. I più mostrano un’evidente, e spesso manifesta, insofferenza alle valutazioni del Laudisi; solo il servo di casa cerca di mantenere un contegno, contegno che appare come un palese sforzo di non voler intendere  ciò che viene detto per non rischiare di perdersi tra le perturbanti parole del padrone.

 

A tale proposito, è stata egregia la scena che vede impegnati il Laudisi (impersonato da Filippo Dini) e il servo (impersonato da Giampiero Rappa) in un dialogo a senso unico, nel quale quest’ultimo ha reso molto bene la fatica necessaria per rimanere attaccato alla propria semplice e lineare realtà, senza farsi trascinare nei giochi di parole e di specchi del Laudisi.

Tutto il pubblico ha riso, trovando divertente forse in primis la mimica facciale di Rappa, o magari parte dei presenti si è anche ritrovata nel senso di smarrimento provato da una persona che si deve districare tra il noto e l’ignoto, tra ciò che gli è chiaro e ciò che non lo è, tra domande e risposte che rischiano di confonderlo e che sceglie di aggrapparsi con tenacia a un non sentire che gli appare come unica via sicura.

 

Io, personalmente, mi sono rivista molto in quello sguardo confuso e sgomento ed ho riso, di lui e di me. Perché diciamocelo: se nei primi del Novecento, la situazione storica e le tante scoperte avevano reso la realtà fluida e inafferrabile, non è che, ad oggi, le cose siano molto più chiare; la difficoltà di cogliere la verità permane ora come allora e, alle volte, sembra proprio che, proprio come scriveva Pirandello, valga: «tanto (…) la realtà quanto il fantasma, e che ogni realtà [possa] benissimo essere un fantasma e viceversa.»

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