Perchè la poesia

Dopo il teatro, affidato alla penna di Alessandro Pelli, la nostra curiosità ci ha spinto a chiedere ad un amico esperto “il perché” della poesia. Ildo Cigarini non è un poeta professionista (se mai ce ne fossero), ma dopo un’esistenza passata a dirigere imprese e a ricoprire ruoli politici si è scoperto autore, diventando in pochi anni uno tra i più noti poeti reggiani. Ha pubblicato dodici libri di poesie tra cui Gli stati dell’anima, Tracce, Il canto capovolto, Varchi, Incontri Inversi; e gli ultimi Rumore di passi sull’erba e Racconta l’acqua di storie sommerse; alcuni libri di aforismi e un prosimetro d’ambiente padano. E’ stato finalista in concorsi come il premio “il Federiciano” e il “premio internazionale città di Sarzana”; nel 2018 ha vinto il prestigioso “premio internazionale Salvatore Quasimodo”.

 

Vola alta parola, scrisse il poeta. Dai poeti classici a quelli contemporanei la ricerca di una forma pura e nobile della parola è sempre stata la risposta all’oscurità del proprio tempo. La ricerca di una parola “alta” non è un puro esercizio formale, un incantamento fatto per il solo piacere di stupire. “ Fatti non foste a viver come bruti/ ma per seguir virtute e conoscenza”: già questi versi di Dante parlano del e all’animo umano e restano di una attualità sconcertante. “Si sta come d’autunno/ sugli alberi le foglie” è lo stringente e pietoso giudizio di Ungaretti sulla fragilità e sulla impermanenza del nostro stare al mondo. E si potrebbe continuare con altre citazioni che dimostrano quanto la poesia sia sempre stata nel tempo “parola che dura”, cosa viva. “E cadremo insieme/ senza farci male” questo mio verso (senza alcuna pretesa di essere “alto”) chiudeva una poesia dedicata al tempo vissuto con pazienza e complicità da un uomo e da una donna. La poesia è figlia del suo tempo ma si potrebbe anche dire che, nella sua universalità, attraversi le barriere del tempo o meglio “dei tempi” consentendo una continua riscoperta della natura umana.

Poeti si nasce o si diventa? Probabilmente entrambe le cose. La poesia può essere più o meno elevata ma chi la pratica deve stare tra gli uomini, vivere con gli uomini, viverne il loro tempo. I grandi poeti si fanno intendere e sanno intendere e vedere oltre le apparenze, sotto la crosta del mondo. La poesia raccoglie il piccolo corpo del bambino, venuto dalla fine del suo mondo, inerte su una spiaggia lontana in Turchia, e alza la voce: la parola “vola alta” contro l’indifferenza che ghiaccia i cuori, contro la barbarie di un tempo che nega il destino a un bambino. Ho scritto la mia prima poesia anni fa nel deserto di Giuda, in Palestina, osservando un atto d’amore di un amico verso un bimbo palestinese disperato. In una grotta, un abbraccio giocoso, il sorriso dopo il pianto regalato da una giovane vita a uno sconosciuto. Fu quell’emozione a guidare la mia mano nei primi versi, non i primi della mia vita ma certamente l’inizio di una ricerca per dare alla parola un significato. Mi si chiede che significato può avere oggi la poesia. Potrei rispondere che la poesia è un significato. Potrei dire che la poesia ha sempre avuto un senso e un valore in se stessa, se è vera e non il sillabare di un giocoliere. Potrei sì, ma non sarei completamente sincero con me stesso e con chi mi legge: la poesia ha oggi un valore inestimabile contro la parola volgare; è la resistenza alle parole d’ingiuria e d’odio che sono la cifra del nostro tempo; è la risposta alla solitudine che fa chiudere gli uomini dentro piccoli e assurdi confini; insomma è la “buona parola” che scaccia quella cattiva e che può restituire un senso e un futuro alle nostre esistenze.

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