Perché coltivare la Memoria

Gli studenti dell’Einaudi tornano ad Auschwitz, dopo due anni

Il freddo. È questa la cosa che accomuna i racconti di chiunque abbia partecipato ad un Viaggio della Memoria. Un freddo pungente, che insiste e paralizza; attraversa giacche, felpe e scarponi. Un freddo che è impossibile non sentire quando ci si trova nei campi di Auschwitz e Birkenau: impossibile non pensare alle persone che lì, in quei campi, erano rinchiuse, lavoravano e morivano, con addosso solo qualche straccio. È del freddo che tutti gli studenti dell’Istituto Einaudi hanno parlato, tornati a casa dal Viaggio della Memoria, dopo quasi due anni in cui in quei posti non c’era andato nessuno. Tra le tante conseguenze delle restrizioni imposte dalla pandemia, c’era stata anche la diminuzione dei viaggi d’istruzione organizzati dalle scuole, in particolare dei Viaggi della Memoria. Negli scorsi due anni scolastici erano state attivate delle piattaforme per riprodurre la visita online ai campi, oppure si erano scelti itinerari alternativi, ma esperienze come questa hanno bisogno di essere vissute di persona. Ora le scuole stanno tornando ad organizzare il Viaggio com’era stato prima della pandemia: le classi quinte dell’Einaudi sono state tra le prime a riprendere questa importante tradizione.

Ad andare sono state otto classi, circa novanta studenti divisi su due pullman. Partiti da Correggio la notte del 2 novembre, nei tre giorni trascorsi in Polonia i ragazzi hanno prima visitato la città di Cracovia, poi i campi di Auschwitz e Birkenau, per poi rientrare nella giornata del 6 novembre. Un viaggio lungo in cui, in poco tempo, sono condensati itinerari di grande importanza: alla stessa città di Cracovia è stato riservato un giorno intero di visita per orientarsi nel Ghetto Ebraico, visitare il Museo di Schindler e tanto altro. La giornata che più di tutte caratterizza il viaggio, tuttavia, è quella trascorsa ad Auschwitz e Birkenau. Il primo un campo di concentramento, il secondo uno di sterminio: attorno era stata costruita una fitta rete di sottocampi che, al massimo dell’estensione, è arrivata a coprire una superficie di quaranta chilometri quadrati. Visitare questi luoghi significa confrontarsi con queste dimensioni inaspettate, visitare le baracche in cui i prigionieri vivevano, entrare nelle camere a gas, vedere fotografie, confrontarsi con mucchi di scarpe, capelli e oggetti appartenuti alle vittime. È un’esperienza emotivamente forte, che lascia un segno profondo. Abbiamo parlato con alcuni dei ragazzi: ecco cosa ci hanno raccontato.

«La prima cosa che mi ha colpito è stata il filo spinato», spiega Simone Serafini. «Ovviamente l’avevo visto in foto, ma non mi aveva mai fatto un grande effetto. Quando mi sono trovato lì, mi sono reso conto che il filo spinato era tantissimo, ed era ovunque». Spesso sono proprio piccoli dettagli come questo a restare nella mente. Un altro ricordo comune ai diversi racconti sono le baracche in cui vivevano i prigionieri, in particolare i letti. Letti a castello in cui, come racconta Alessia Bazzano, «chi dormiva sopra era esposto alla pioggia che il tetto non riusciva a contenere, chi era in mezzo doveva convivere con l’urina e le feci di chi era sopra di lui, mentre chi stava in basso si ritrovava in mezzo ai ratti». Allargando la visuale, c’è poi una cosa che ha sorpreso tutti gli studenti: le enormi dimensioni del campo. Serafini lo ha definito «una vastità di vuoto, della cui grandezza ti rendi conto solo quando ti ci trovi dentro». Ed è proprio in questo enorme spazio vuoto che si è attraversati continuamente da una sensazione di freddo, fisico ed emotivo. Sempre Serafini racconta: «Ha piovuto tutta la giornata: per terra c’era fango, sporco, c’era freddo. Io ero vestitissimo, ma quando penso alle persone che dovevano scaldarsi con ciò che avevano, senza scarpe e vestiti… è una cosa che non si riesce a immaginare». Come sottolinea un altro studente, Nikolai Zambonini, «è troppo difficile immaginarsi le condizioni in cui vivevano le persone qui dentro, ma il clima, il freddo, fanno affiorare ciò che hanno vissuto».

Per i campi del complesso attorno ad Auschwitz hanno transitato più di un milione di persone. Sono molte le testimonianze raccolte nel corso degli anni: le guide che accompagnano le visite raccontano spesso episodi che fanno capire com’era la vita nei campi. Ad Alessia ne è rimasto impresso uno: «Ci hanno raccontato che alcune donne si rifiutavano di mangiare e davano via il loro cibo in cambio di acqua per lavarsi. Lavarsi non era scontato: sceglievano di farlo per preservare un po’ della loro umanità, sacrificando il poco cibo che avevano a disposizione». Questi racconti e la memoria che gli studenti ne conservano chiariscono perché sia così tanto importante andare di persona in questi luoghi, vivere un’esperienza che, anche se durata solo qualche giorno, rimarrà per sempre impressa. A tutti gli studenti abbiamo chiesto quale sia, secondo loro, il valore di un viaggio come questo al giorno d’oggi, nel mondo in cui ci troviamo. Riportiamo qui due risposte.

La prima è di Nikolai Zambonini: «Bisogna avere consapevolezza. La consapevolezza deriva dalla memoria: il Viaggio della Memoria è servito, serve e servirà proprio per una maggiore consapevolezza di quanto è accaduto. Ci sono eventi bui della storia che continuano a ripetersi, ne è un esempio la guerra in Ucraina. Se non vivi esperienze come quella di questo viaggio, non puoi essere davvero consapevole. Magari puoi ricordare certe cose, ma non è uguale. Ricordare è diverso da avere memoria».

Questo è invece quello che ha detto Luca Palomba: «Un’esperienza come quella di questo viaggio ti scotta: vedere ciò che è successo in passato può sembrare in contrasto con il mondo di oggi. Il mondo in cui viviamo sembra più luminoso, ma non è così. È come se fossimo dentro a un tunnel illuminato da luci artificiali: davanti a noi c’è la luce, ma non riusciamo mai a vedere che in fondo al tunnel le luci si scaricano, c’è buio. Noi quel buio lo ignoriamo, ma il mondo non è cambiato: il buio è ancora lì. Bisogna esserne consapevoli».

 

Un ringraziamento ai docenti accompagnatori: Angela Pirondi, da una decina d’anni organizzatrice del viaggio della Memoria per l’Istituto Einaudi, Paola Vezzani, Emanuela Gobbi, Rita Soncini, Paolo Bartoli, Elena Giampietri e Iacopo Ferrari.

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