Paese che vai, populismo che trovi

Un fantasma si aggira per l’Europa, anzi per il mondo: il populismo. Dentro questa abusata parola c’è un’altra pregnante e carica di significati: popolo. Popolo è sempre stato uno dei termini fondamentali nell’ambito sociale e politico sin dal mondo classico, in particolare a partire da quello romano, che aveva un’idea giuridica più ampia e complessa del mondo greco. A Roma “popolo” costituiva il cardine su cui si reggeva la politica sociale e territoriale della Repubblica prima e dell’Impero poi. Attraverso questa tradizione l’idea di popolo arriva sino alla cultura del Settecento con una riflessione che l’ha arricchita e rimodellata nel corso della rivoluzione inglese di Cromwell e in quella giacobina francese.

I nazionalismi ottocenteschi nascono sulle ceneri di queste due eventi storici e fanno perno sull’idea di popolo inteso come comunità avente la medesima lingua, religione, tradizioni, leggi e ordinamenti. Tuttavia “popolo” non significa “populismo”. Nel corso dell’Ottocento e del Novecento nascono i populismi in contesti politici e sociali molto diversi. In comune hanno la rappresentazione del “popolo” come entità ideale, la cui positività prescinde da ogni significato specifico, cui si contrappone in termini svalutativi la classe dirigente e le élite. Insieme a questo c’è un preciso deprezzamento della democrazia rappresentativa a vantaggio di forme plebiscitarie dominate da leader carismatici. La crisi dei sistemi parlamentari libera le forze populiste che sono sempre presenti all’interno dei sistemi politici. Il populismo svuota dall’interno i sistemi democratici pur conservandone la struttura formale, ma piegandola alle esigenze dei leader.

Cos’è oggi il popolo? Difficile dirlo. Forse fino agli anni Cinquanta e Sessanta in Europa esisteva il popolo così come lo ritraevano la letteratura, i romanzi, la poesia e l’arte. E ora? Non è una classe sociale, ma piuttosto una realtà ideale per nulla incarnata in realtà effettive. C’è un elemento ideologico e oggi persino virtuale del popolo. Popolo sono gli operai, i contadini, il sottoproletariato urbano? Popolo sono coloro che vivono in un territorio preciso? Quali professioni o mestieri praticano? Difficile rispondere. Popolo è una parola elastica che si estende con grande facilità e si coniuga con verbi e sostantivi che indicano umiltà, semplicità, modestia, probità, eccetera. Il popolo è una costruzione ideale realizzata avverso parole e immagini. Forse ora conosce un’esistenza performativa. Dire è fare, e popolo è tutto ciò che viene chiamato “popolo”. Un fantasma, un ectoplasma che muta forma e dimensione a seconda dei contesti e delle situazioni.

Quando nasce il “populismo”? Nell’Ottocento, in Russia. La prima organizzazione con questo nome, la Zemlja i volja, venne costituita nel 1861 e pose con la sua attività le basi per i movimenti rivoluzionari di cinque decenni successivi. Nel 1874 il movimento lanciò la parola d’ordine della “andata verso il popolo”, con i rivoluzionari che si spostavano dalle città russe verso le campagne per portare il verbo del populismo. L’esito successivo, attraverso attività rivoluzionarie e la dura repressione della polizia zarista, generò il terrorismo ed il nichilismo, di cui possiamo leggere in L’uomo in rivolta di Albert Camus, uno dei libri più lucidi sul tema. Il populismo è un’entità cangiante, quasi un proteo multiforme.

Negli anni Trenta del Novecento rinacque in un altro continente, l’America Latina, in Argentina, in Brasile e in Perù. Le trasformazioni economiche e sociali di questi paesi furono così rapide e accelerate da provocare un mutamento anche nelle loro forme organizzative: il passaggio dal mondo agricolo fermo da secoli alle economie capitaliste industriali impose la partecipazione di masse sempre più ampie di uomini e donne alla vita sociale e politica. Il trasferimento dei contadini poveri verso le città creò i presupposti per il populismo, che si mescola e congiunge con i diversi nazionalismi dei paesi latino-americani.

La caratteristica principale del populismo è la presenza di leader carismatici che con le loro parole e azioni diventano la voce del popolo. Il populismo presuppone infatti un rapporto diretto con queste figure non mediate da nessuno di quei corpi intermedi che esistono nei paesi industriali (sindacati, associazioni, organizzazioni di settore, eccetera). In questi paesi il populismo si anche trasformato in forme dittatoriali per cui l’intera società viene sottomessa al leader massimo. Nel caso delle società del Sud dell’America si realizza un’alleanza con le forze armate, che assicura al leader al potere uno stretto controllo sociale. Questo è quanto è accaduto col peronismo argentino o con l’Estado nuovo di Vargas in Brasile.

I nuovi populismi europei sono invece un fenomeno prodotto dalla trasformazione del sistema dei mass media nel continente europeo, pur in un contesto di forme di democrazia rappresentativa realizzate dopo la sconfitta del fascismo e del nazismo. Prima la televisione, poi il web e quindi i social network hanno trasformato in modo radicale il rapporto tra cittadini e democrazia, non più mediato dai partiti politici tradizionali.

In Italia la Democrazia Cristiana ed il Partito Comunista, realtà che contenevano a loro modo aspetti populistici, sapevano tuttavia governare ed indirizzare impedendo l’emergere di figure di leader carismatici. Il populismo ha una profonda radice culturale prima ancora che emotiva o pulsionale. Non è un caso che lo scrittore più populista della nostra letteratura sia Pier Paolo Pasolini. Nel suo caso l’esaltazione del popolo – prima il mondo contadino friulano e poi quello del sottoproletariato urbano di Roma – non conduce tuttavia a forme politiche conservatrici, ma solo ad una nostalgia per il mondo di ieri, reso obsoleto dalla mutazione antropologia provocata dalla società dei consumi nel corso degli anni Sessanta e Settanta.

Il populismo ha molte facce e ricondurlo a una sintesi comune non è sempre facile, come dimostra la sua storia tra Europa e America del Sud. Tra gli esiti possibili c’è il populismo di sinistra, incarnato in Italia dal Movimento 5 Stelle, e c’è un populismo di destra, che s’incarna nel partito Fratelli d’Italia, erede del fascismo di Salò e del neofascismo italiano del secondo dopoguerra. Sono due facce della medesima medaglia non facili da separare in modo netto, con tratti comuni e altri opposti. La storia del populismo è aperta a trasformazioni future non facili da prevedere. Il fantasma non esce di scena facilmente, si trasforma via via in qualcosa di nuovo e diverso.

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