Occhi di correggio sul “crack d’america”

Anna, Maurizio e Paolo dagli USA: tra covid e razzismo

Crack America”: così Massimo Gaggi, corrispondente del Corriere della Sera negli Stati Uniti, ha intitolato il suo ultimo libro. Un report crudo sul rischio di bancarotta economica e sociale che gli USA stanno vivendo, aggravato drammaticamente dal Coronavirus. In questi giorni di giugno poi, dopo la morte di George Floyd a Minneapolis per mano della polizia, l’America sta bruciando. “Il razzismo in America è come la polvere nell’aria: sembra invisibile, ma, se permetti al sole di entrare, ti accorgi che è tutta intorno a te”, ha detto la stella del basket NBA Kareem Abdul-Jabbar.

Noi abbiamo chiesto a tre correggesi, Anna Accorsi, Maurizio Scaltriti e Paolo Zanardi, che abitano e lavorano a San Francisco, New York e Los Angeles come vivono le due gravi emergenze della pandemia Covid e del razzismo. Anche Primo Piano ha i suoi corrispondenti negli USA.

Cominciamo dalla pandemia.

Anna: «Fin dall’inizio, Trump non ha preso seriamente il coronavirus ed ogni stato ha fatto a suo piacimento. La California è stata abbastanza preparata e San Francisco eccezionale, attivando “Shelter in Place” (riparo sul posto) immediatamente, prima del resto della California, con risultati molto buoni. Siamo di fronte, però, ad una situazione in cui la salute pubblica non è la priorità assoluta ed univoca del paese ma è in balia dell’opinione politica: se sei in favore di Trump dai la priorità all’economia, se non lo sei, dai la priorità alla salute della tua città e dei tuoi cittadini».

Maurizio: «Nonostante gli USA contino su uno dei più rinomati virologi al mondo, Anthony Fauci, l’amministrazione Trump ha toppato fin dall’inizio. La causa? L’entourage scientificamente medioevale del presidente, poi la scarsa importanza che lo stesso ha dato al fatto che probabilmente si arriverà a 200 mila morti per la fine di settembre. Molti stati hanno fatto un lockdown misero; mentre parlo, 15 stati vivono una seconda ondata di covid-19. Non so se si potesse fare peggio».

Paolo: «Il lockdown è stato una mezza finzione: si è lasciata libertà di movimento per tutti e tutti ne hanno approfittato. Siamo il Paese più ricco del mondo e avevamo il vantaggio di poter vedere per tempo quanto hanno fatto altri Paesi, ivi compresa l’Italia che ha avuto il coraggio di prendere decisioni drastiche di chiusura che si pensavano possibili solo sotto regimi autoritari. Per questa insipienza abbiamo pagato dei prezzi pesanti: si è dato un colpo terribile all’economia che viaggia a venti milioni di disoccupati e intanto il virus sta generando una seconda ondata di contagi, che continuano a salire. Una gestione federale e locale disastrosa».

Maurizio: «L’economia americana sarà colpita più di altre economie per la precarietà del mercato del lavoro e per l’insufficiente copertura sanitaria di milioni di cittadini. Centinaia di migliaia di persone hanno perso immediatamente il lavoro e, con esso, l’assicurazione sanitaria. La disoccupazione è ai massimi storici. Anche in questo caso, le zone povere sono state le più castigate. Qui a New York, Bronx e Queens hanno avuto il doppio dei morti per covid di ogni altra zona».

Anna: «L’economia ovviamente ne ha risentito; industrie un po’ obsolete sono state colpite più duramente. Però spero che questo diventi un momento cruciale per adattare il mondo del business alle nuove esigenze del consumatore post covid».

Veniamo ora al razzismo e alla protesta del movimento BLM (Black Lives Matter – Le vite dei neri contano)

Maurizio: «In America il razzismo esiste eccome, dispiace dirlo ma è cosi. Molti hanno preconcetti sulle persone con un altro colore della pelle, soprattutto nera. A New York, grande metropoli multirazziale, non è così evidente, ma un movimento come BLM è nato perché ci sono Stati dove gli afroamericani hanno un forte svantaggio sia per trovare un lavoro, sia per relazionarsi con l’amministrazione pubblica, la polizia o le strutture sanitarie. La protesta BLM per lo più è pacifica, ma a volte può diventare violenta, vuoi perché (come in qualunque comunità) ci sono anche degli esaltati, vuoi perché le forze di polizia non fanno molto per evitare scontri o, a volte, provocarli. Le violenze purtroppo fanno più notizia delle tante manifestazioni pacifiche che ci sono state. Un po’ ovunque abbiamo visto poliziotti abbracciare e marciare con i manifestanti, o inginocchiarsi con loro in segno di rispetto»

Paolo: «Los Angeles è una città dal respiro internazionale con una popolazione a prevalenza democratica. All’Università, dove insegno, il problema razziale non è percepito. Mi sento in una roccaforte del pensiero liberal; c’è una grande attenzione al multiculturalismo. Peraltro qui la popolazione di colore è molto ridotta e confinata. Ma c’è un grande differenza dal “core” degli USA dove in modo implicito o sistemico le discriminazioni razziali esistono eccome. Sono assolutamente solidale con le motivazioni del BLM. Tuttavia quando le manifestazioni di piazza da pacifiche diventano violente portano due conseguenze assolutamente negative: la prima è che manifestando assembrati spalla a spalla si può provocare un aumento dei casi di covid con conseguente letalità, che colpisce già prevalentemente le minoranze di colore e ispaniche; la seconda è che quando vedi le strade piene di carri armati della Guardia nazionale e senti elicotteri e sirene per giorni come è capitato a me, lo stress porta molte persone al desiderio naturale di “Legge ed ordine”. Così il sentimento di reazione di una vasta maggioranza silenziosa americana si traduce in un aiuto politico insperato al signor Trump, a dispetto della gestione terrificante dell’emergenza da parte sua».

Anna: «Il movimento BLM non è solo necessario ma quasi in ritardo. Vari studi provano che il semplice fatto di avere un nome afroamericano riduce le tue possibilità di entrare all’università o di ottenere un lavoro. Devo dire che a San Francisco, e in particolare nel mio quartiere, la gente protesta in maniera pacifica, in solidarietà con il movimento… ma tristemente siamo tutti bianchi e bisogna chiedersi perché nella città più cara d’America e in un quartiere benestante non ci sono persone di colore. Ora che sono diventata mamma, mi è bastato mettermi nei panni di un’altra mamma che deve insegnare a suo figlio come parlare alla polizia per proteggersi dal sistema che ti dovrebbe proteggere. Questa oppressione silenziosa e costante va avanti da quattro secoli. Solo 53 anni fa il matrimonio interrazziale è diventato legale in America. Io sono sposata con un cinese americano; non avrei potuto farlo solo 50 anni fa! Il cambiamento deve esserci. Ma comincerà quando noi “white privilege” vorremo capire cosa vuol dire essere discriminati e saremo capaci di stare in silenzio ed ascoltare. Ammissione di ignoranza è il primo passo, compassione è il secondo, cambiamento è il terzo».

Grazie, gentili corrispondenti di “Close Up” (Primo Piano tradotto in americano) per il vostro contributo. Correggio ha occhi per il mondo.

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