Non facciamo gli indiani: il cinema va difeso

Da Dogville a Correggio (Curèz), lo dice un Apache

Ricordo come fosse ieri, il giorno che arrivò quell’italiano, a Dogville. Era diverso dagli altri visi pallidi che avevo conosciuto. Aveva il volto scavato, un mozzicone di sigaretta appeso in bocca e parlava poco. La pelle scura, screpolata, testimoniava il lungo viaggio che aveva percorso, dal delta del grande fiume, alla guida del suo carro, trascinato da un cavallo pezzato. Pensai di ammazzarlo, nel momento che attraversò le nostre valli, poi rinunciai. Aveva la pelle troppo simile alla mia. E intuivo che non avesse troppo denaro con sé. Nessuno poteva immaginare cosa trasportava. Quella stessa sera, scaricò le sue cose nella via principale di Dogville e diede vita ad uno spettacolo che nessuno aveva mai visto prima. Un fascio di luce illuminava un drappo steso, su cui venivano proiettate immagini che nessuno aveva mai visto prima. Si chiamava cinema. E quello che vidi fu il mio primo film. Cabiria.
Fu bellissimo. Come una scatola di sogni, aperta a chi aveva occhi per vedere. Diventai amico di quell’uomo, Domenico si chiamava. Domenico Spatuzza. Parlava male la lingua inglese, peggio di me, ma arrivò a spiegarmi che veniva da una grande isola in mezzo al mare. Sicilia, la chiamò. Quando ne parlava, i suoi occhi si gonfiavano di lacrime.

Non capivo perché avesse lasciato quel luogo che tanto amava. Qualche tempo dopo, avrei fatto lo stesso. Non era più tempo per gli Apache, in Oklahoma. Prima di andarmene, comprai il suo cavallo, Rutilante, e diedi fuoco al teatro di Dogville, dove da troppo tempo andava in scena la vigliacca celebrazione di chi si era impossessato delle nostre terre. Quei bianchi bastardi meritavano una punizione. “Oh what a beautiful mooorning! Oh what a beautiful daaay.” Nei miei rituali incubi notturni, quell’atroce ritornello non mi abbandona. Nemmeno la vendetta mi diede soddisfazione. La cercai e la ottenni, inutilmente. Me ne andai con quel vecchio ubriacone di Buffalo Bill in giro per l’Europa, mitizzando un Far West che era stato solo fame e miseria. E così, girovagando per il mondo, sono finito qui, in questa terra che voi chiamate Curèz. Ho piantato la mia tenda in mezzo ai ronchi, in un luogo sperduto, lontano da macchine e individui. Ogni tanto, però, mi concedo una scappata al cinema, un chiodo che ancora mi è rimasto piantato in testa. Il primo che trovai, alle porte di Reggio Emilia, era davvero pessimo. Il sonoro terribile, lo schermo incomprensibilmente scuro. Ricordo la scena del film che andai a vedere, The Arrival, dove un colonnello dell’esercito contattava un’esperta di lingue per capire come comunicare con gli alieni. L’immagine talmente buia, l’ufficiale di colore pareva un assassino pronto a colpire alle spalle. E invece la scena si risolveva con un semplice “Salve dottoressa, come va? Può darci una mano a entrare in contatto con gli extraterrestri?”. Avrei voluto chiedere indietro il prezzo del biglietto, ma poi ho lasciato perdere. Trovai di meglio. Molto, ma molto meglio: il cinema ed Curèz. Di solito lascio Rutilante nei pressi dell’entrata, a brucare tra le aiuole. Chi viene in macchina non ha problemi a trovare parcheggio. Cerco di arrivare un quarto d’ora prima, così prendo una busta di popcorn, per poi entrare in una delle tre sale. Poltrone ampie e comode, schermi grandi, sonoro ottimo e programmazione in linea con quello che il cinema dispensa, settimana dopo settimana. Un film per ragazzi, uno di cassetta, uno d’essai. In più, il martedì e giovedì, una rassegna di pellicole meno conosciute, spesso interessanti. Lo scorso inverno ho pescato La Notte del 12, un film francese davvero notevole che ha vinto una serie di premi in patria. Qui da voi, in Italia, se n’è parlato poco, ma la storia di questo poliziotto che cerca invano, con tutte le sue forze, di individuare il criminale che ha dato fuoco ad una giovane donna, senza mai riuscire a catturarlo, mi ha fatto pensare al triste destino di noi Apache. E nonostante queste perle offerte a pochi euro, basta fare l’abbonamento, c’è chi si lamenta. All’inizio, non capivo perché. Poi, mi sono accorto che alcune poltrone andrebbero rifoderate: questo, pare sia il problema. Il vero problema, in realtà, è un altro. Sempre meno gente va al cinema. Mentre vado a spasso, in sella al mio fido Rutilante, mi chiedo come mai. Una risposta precisa non la saprei dare. La mente si affolla di spiegazioni non risolutive. Le piattaforme hanno viziato un pubblico sempre meno propenso a muovere il culo dal divano. E la comodità del salotto di casa spinge a gridare “infamità!” nel vedere una poltrona sbertucciata. Passo davanti al teatro, dove si direbbe che il pubblico sia più propenso ad accettare la qualunque. Un ambiente di maggiore prestigio, evidentemente. Quello che porta ad esclamare “bello!” anche quando ci si annoia. Non posso restare a lungo, con Rutilante, perché il cavallo è una bestia che scagazza: davanti a un teatro questa cosa non piace. E forse sta tutto qui, il problema. ll cinema ed Curèz è in periferia, vicino alla Coop, dove la sera è tutto buio. Il Teatro è in centro, dove la gente si agghinda per uscire. Simile a quella che vedevo a Dogville, ansiosa di partecipare a piccoli eventi mondani, non necessariamente memorabili. Un giorno sono entrato anch’io, per vedere. Ho trovato poltrone rigide e strette. Molto più scomode che al cinema. Mi capitò pure uno spettacolo penoso, nonostante un attore rinomato e bravo. Avrei voluto dar fuoco a tutto, ma sono follie che si compiono solo in gioventù. E io credo ormai di avere 248 anni, o forse 327, non mi è chiaro. Non c’erano uffici dell’anagrafe per gli Apache, in Oklahoma. Così ho chiamato il nuovo Sindaco, un tipo che mi piace, e infatti ha risposto subito. Mi ha detto che si interesserà della questione cinema, in mano a un’azienda fallita. Un inghippo da risolvere, per rifoderare ‘ste benedette poltrone. Gli ho detto che in realtà, per quanto mi riguarda, il cinema ed Curez è ottimo e la programmazione eccellente. A sto giro arriva il nuovo, atteso capolavoro del Mago Martino, Killers of the Flower Moon. Vorrei che rimanesse in sala un mese intero, così da andare a vederlo ogni giorno. Se poi fosse proiettato in lingua originale, almeno qualche volta, sarebbe il massimo. Perché seguito a pensare che questo spettacolo popolare, proiettato su un drappo, come faceva Domenico Spatuzza a Dogville, non vada mai abbandonato. Lo facessero, lascerò queste lande e troverò un altrove migliore. È il destino di noi Apache. Hoka Hey!

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